SENZA CONFINI/ Alfonso Gianni

0

Stiamo per aprire una grande campagna referendaria. Anzi dobbiamo dire che è già aperta, visto che il voto per il primo referendum, quello No-Triv, è già fissato per il 17 aprile. Prima ancora, il 9 aprile, avrà inizio la raccolta delle firme sui referendum sulla scuola, sull’ambiente, sul lavoro – visto che la Cgil in queste ore sta concludendo positivamente la consultazione che ha aperto tra gli iscritti – sulla legge elettorale – l’Italicum – e sullo stesso referendum costituzionale. Quest’ultimo sarà indetto anche da un quinto di parlamentari che si sono già pronunciati in questo senso, come prevede la nostra Costituzione (art. 138), ma la raccolta delle firme serve per togliere la possibilità, ventilata dal governo, di accorpare il referendum sulla Costituzione alle elezioni amministrative del prossimo giugno. Per quella data il tempo della raccolta delle firme non sarebbe ancora concluso e quindi si violerebbe il diritto ai cittadini di porsi come soggetto proponente il referendum. Necessariamente perciò il referendum costituzionale andrebbe all’autunno e non si sovrapporrebbe a elezioni politiche per giunta di carattere amministrativo, il che sarebbe di per sé uno strappo alla necessaria separazione che le questioni costituzionali devono avere dalla contingenza politica.

Non vogliamo solo partecipare. Vogliamo cercare di vincere. Per farlo abbiamo una sola possibilità: convincere. Sappiamo bene che non è facile. Che la forza degli avversari, in termini di potenzialità comunicativa è molto maggiore. Che ricorreranno ad ogni mezzo. Come quello di presentare il referendum costituzionale come un plebiscito sul governo, anzi sul presidente del consiglio. Noi sappiamo bene che se il governo dovesse perdere i referendum, in primo luogo quello costituzionale, gravi sarebbero le ripercussioni su di esso. Così come, al contrario, se li vincesse, in particolare se vincesse quello costituzionale, sarebbe addirittura tentato di andare subito all’incasso anticipando attraverso elezioni anticipate, con la nuova legge elettorale, la fine della legislatura. La posta in gioco è altissima anche dal punto di vista politico. Ma per rispondere alla sfida dobbiamo stare al merito istituzionale e sociale che i referendum ci propongono, altrimenti saremmo prigionieri di un gioco plebiscitario le cui redini sono in mano a chi ora detiene il potere.

Non partiamo affatto battuti in partenza.

Prova ne sia che le forze della maggioranza e del governo sono tutt’altro che tranquille. Lo dimostra proprio l’anticipazione della data del referendum No-Triv. A differenza di quello costituzionale, in questo caso la cosa più logica sarebbe stata l’accorpamento con le elezioni amministrative, anche per mancanza di incongruità di materia. Le ragioni del risparmio di spesa, invocate invece per il referendum costituzionale, qui sono state bypassate per rendere i tempi brevi per chi ha pochi mezzi per sviluppare la propria propaganda. In altre parole, più crude, ma veritiere, il governo ha commesso una vera e propria mascalzonata.

Già ora del resto le forze della maggioranza dimostrano tutto il loro disprezzo rispetto all’istituto referendario. Ne è la prova quanto è accaduto in Parlamento sulla legge sull’acqua, dove con un emendamento si è reintrodotto il remunero del capitale investito, cancellando quindi la volontà esplicita della maggioranza dei cittadini che si erano espressi con il referendum vincente sull’acqua pubblica di qualche anno fa.

Per vincere bisogna che la campagna referendaria mantenga agli occhi dei cittadini il suo carattere unitario. Bisogna evitare che si crei uno iato o peggio una contrapposizione fra referendum istituzionali/costituzionali e referendum sociali.

Ci sono delle ragioni di fondo che li legano assieme.

Sono i nostri stessi avversari a dircelo e in modo molto esplicito e finanche brutale. In un documento elaborato dalla J.P. Morgan, società leader nei servizi finanziari globali,  e reso noto nel giugno del 2013, pochi mesi dopo le ultime elezioni politiche italiane e non molto prima che il disegno di legge Renzi-Boschi cominciasse il suo cammino (quest’ultimo venne presentato l’8 aprile 2014 e la sua prima approvazione avvenne al Senato l’8 agosto dello stesso anno), si legge: “I sistemi politici della periferia meridionale (dell’Europa) sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo. Questi sistemi politici e costituzionali del sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo.”

Vi sono poi altre ragioni, interne ed esterne ai meccanismi decisionali e istituzionali, che chiariscono le ragioni dell’unitarietà di questa campagna.

La “deforma” costituzionale, come è stata giustamente chiamata, riguarda quasi tutta la seconda parte della Costituzione, quella concernente gli organi dello Stato, la forma di governo, i rapporti fra lo stato centrale e gli enti locali. Tuttavia non bisogna credere alla vulgata per la quale non sono stati toccati i rapporti civili, etico-sociali, economici e politici dei cittadini. Questi ultimi hanno bisogno di un ordinamento pienamente democratico per diventare esigibili. Se quest’ultimo viene violentato dalla “deforma” della seconda parte della Costituzione, anche la prima ne risulta inevitabilmente compromessa.

Del resto anche se vincessimo i referendum sociali ma il Parlamento venisse nominato tramite l’Italicum, che fine farebbero questi ultimi? Abbiamo già visto cosa sta succedendo con questo attuale Parlamento a proposito dell’acqua pubblica. Non è difficile immaginare cosa succederebbe, ad esempio, alla Carta dei diritti che la Cgil vuole trasformare in iniziativa di legge popolare e che intende riunificare il mondo del lavoro, se dovessimo perdere il referendum sull’Italicum e quindi se la composizione del nuovo Parlamento fosse ancora peggiore dell’attuale.

C’è infine un’altra e ancora più profonda ragione a favore della unitarietà della campagna referendaria che sta per cominciare. I cittadini italiani che vogliamo portare a votare non sono entità astratte, ma sono soggetti sociali, ognuno con i propri concreti problemi. Quello che vogliamo creare è proprio quella coalizione sociale, o alleanza sociale, di cui tanto si parla e che è al contempo una condizione necessaria per la costruzione di un nuovo soggetto unitario della sinistra. La campagna referendaria può contribuire in modo determinante a entrambi questi grandi obiettivi.

Proprio per questo vogliamo in questa nostra sessione discutere assieme i vari referendum che porteremo tra poco in tutte le piazze d’Italia.

Condividi: