COMUNICATO/ Erdogan vince con ogni mezzo, ma non schiaccia il popolo curdo

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La vittoria elettorale di Erdogan in Turchia è stata costruita sulla base della guerra, la riapertura delle ostilità contro il PKK; del terrore, alimentato dalle terribili stragi di Suruc e di Ankara; della repressione, basti pensare alla chiusura di televisioni e organi di informazione alla vigilia del voto; di brogli elettorali diffusi denunciati da numerose fonti di informazione, nonché dagli attivisti curdi – contro cui sui è scagliata la violenza poliziesca a Diyarbakir – che spiegano anche la considerevole distanza tra gli ultimissimi sondaggi e gli esiti per il partito vincente.

L’Akp del Presidente ha vinto ma non con la maggioranza assoluta dei voti effettivi che su una partecipazione di oltre l’87% gli aventi diritto, sfiora ma non supera il 50% dei voti. Ha la maggioranza assoluta dei seggi e potrà governare da solo, ma non è riuscito a tenere fuori del Parlamento il partito filo curdo. Il Partito democratico dei popoli (Hdp), che ha superato l’asticella del 10% ed è così presente in Parlamento con 59 deputati. L’unico partito turco ad avere presentato il 50% di candidature femminili nelle proprie liste e che ha raccolto la maggioranza più che assoluta nel Kurdistan turco.
Erdogan non ha quindi la maggioranza dei due terzi necessaria a varare in Parlamento la revisione costituzionale in senso presidenzialista e ancora più autoritario. Neppure se si alleasse con i Lupi grigi della estrema destra raggiungerebbe quella cifra. Grazie alla alleanza con la estrema destra potrebbe solo superare la soglia dei 330 voti, che gli permetterebbe di votare una controriforma costituzionale che dovrebbe però poi essere sottoposta a referendum popolare.

La vittoria di Erdogan, malgrado il clima di violenza e terrore in cui è maturata, è stata bene accolta nelle capitali europee. Se ne comprende la ragione. Sia la Nato che la Ue – e la Germania in particolare come dimostra il recente viaggio della Merkel ad Ankara, peraltro non coronato da successi – hanno tutto l’interesse ad avere un interlocutore “solido” per fermare il flusso dei migranti e dei profughi e militarmente potente per contenere spinte emancipatrici e libertarie che possono svilupparsi nel contesto mediorientale, di cui la lotta del popolo curdo è uno degli esempi più importanti, sfruttando le ambiguità dello scontro con l’Is.

Un triste esito, anche se tutt’altro che definitivo, non solo per democratici e per i giovani della generazione della rivolta di Gezi Park, ma per L’Europa nel suo complesso, la quale ha perso l’occasione di accogliere la Turchia all’interno della Ue quando era possibile farlo e ora si trova una potenza rancorosa e ostile, potente e antidemocratica ai propri confini.

Chi semina vento, raccoglie tempesta.

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