INTERVENTO/ Questione migranti. Da Est a Ovest il primo movimento che unisce l’Europa

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di Raffaella Bolini

Sto partendo per Beirut, torno domenica sera, scrivo un po’ di corsa ma vorrei condividere un po’ di cose che stanno avvenendo nel campo delle associazioni e dei movimenti europei e mediterranei impegnati per i migranti e i rifugiati.

Il momento è drammatico, non c’è bisogno di dilungarsi troppo.

Da un lato l’emergenza umanitaria, i muri, incluso l’ultimo che oggi hanno annunciato dovrebbe sorgere fra Austria e Slovenia, e i confini chiusi – persino Juncker l’altro giorno ha detto “non è ammissibile che esseri umani siano costretti ad attraversare fiumi con l’acqua gelata fino al collo” come sta succedendo nei Balcani. Con le organizzazioni di volontari che sono sopraffatte, e l’inverno che sta arrivando.

Dall’altra le politiche europee. Sono circolate nella lista le conclusioni del Consiglio Europeo del 15 ottobre con le quali l’Unione Europea, mascherandosi dietro la foglia di fico del permesso di ingresso per un piccolo numero di rifugiati (a paragone di quanti sono nei paesi del sud), decide di alzare di mille metri i muri della Fortezza.

Lo fa sigillando la porta contro i migranti, violando tutte le leggi internazionali sul diritto di ciascun essere umano a chiedere asilo politico, preparandosi a respingimenti di massa ed immediati, rafforzando i controlli militari, e dichiarando ufficialmente legittimo il ricatto sui paesi del sud che del resto avveniva da tempo (vi diamo aiuti allo sviluppo solo se firmate gli accordi di riammissione per i migranti, così possiamo rimandarvi indietro tutti quelli che noi buttiamo fuori).

Del resto, i volontari lungo la rotta balcanica denunciano in queste ore il fatto che, nonostante nella riunione dei paesi balcanici di qualche giorno fa si sia deciso di incentivare fondi e aiuti logistici per i rifugiati lungo la rotta, in realtà la messa in opera immediata delle decisioni prese nel Consiglio Europeo stanno creando problemi grandissimi (una su tutte, la decisione di identificare tutti e subito, cosa che sta creando gigantesche file e concentramenti alle frontiere, dove non ci sono alloggi adeguati e la gente deve sopravvivere all’aperto in situazioni insostenibili).

Sapete bene anche che in ballo non c’è solo il diritto alla vita e alla circolazione dei migranti e dei rifugiati. In campo c’è la crisi politica e persino etica dell’Europa, quella che è e sarà la sua identità e la sua collocazione nel mondo, e la sua stessa sopravvivenza in quanto Unione. In campo c’è il vaso di Pandora aperto dall’estremismo neoliberista della leadership europea, e il circolo vizioso che ha creato fra insicurezza sociale e avanzata delle destre reazionarie e populiste. In campo c’è la lotta fra destra e sinistra – da un lato l’Ungheria e la Polonia e dall’altro le sinistre che in altri paesi cominciano a vincere – anche se come in Portogallo è vietato per loro andare al governo.

Nella lotta aperta che ormai si svolge sul continente – e che solo da noi ancora pare attutita e lontana, in questa situazione da Belle Addormentate dove pare siamo ancora condannati a stare, aspettando chissà quale Principe Azzurro che ci venga a baciare – c’è fortunatamente una generazione nuova che sta scendendo in campo.

Sono i giovani che riempiono la rotta balcanica di attività umanitarie e di volontariato, che dal lavoro sul campo e nel fango denunciano le politiche europee e si mobilitano -sono due mesi ormai che ogni settimana ci sono manifestazioni congiunte in qualche città d’Europa. È il primo movimento dove Est e Ovest stanno finalmente insieme, connessi e su un piano di pari dignità. E molti di questi volontari vengono dai movimenti contro l’austerità, per i diritti e la democrazia.

La questione migranti esce finalmente dalla nicchia dei movimenti dedicati, e diventa parte integrante del primo vero  che riunisce l’Europa. C’è voluto il coraggio e la determinazione dei migranti, quando hanno deciso di non farsi fermare dai muri e dai confini, e hanno iniziato a marciare, per uscire anche a sinistra dal colonialismo culturale con cui sempre guardiamo all’est.

In queste settimane, c’è un grande lavorio di rete in Europa. Ci sono riunioni ed incontri un po’ dappertutto – solo nelle ultime due settimane, e solo per le cose di cui ho informazione, Bruxelles, Zagabria, Istanbul, Strasburgo, Lubiana. Tutti, movimenti nuovi e movimenti vecchi, movimenti spontanei e reti strutturate, stanno approfittando di tutte le occasioni per capire come connettersi, come aiutarsi, come affrontare le emergenze, e come attrezzarsi a reagire alla nuova politica europea – che già comincia a far sentire le sue conseguenze anche sulla rotta mediterranea e nei paesi del nord Europa.

Domenica c’è assemblea e manifestazione a Lubiana alla frontiera. Nelle isole greche e alla frontiera, sempre domenica, manifestazioni. Negli stessi giorni i movimenti di Maghreb e Mashreq si incontrano a Tunisi per discutere le stesse cose. E a Beirut c’è un altro incontro, sugli stessi temi. Noi dell’Arci ci siamo distribuiti, per stare in tre posti contemporaneamente. Si prova a tirare i fili fra territori e anche fra generazioni di movimenti – quelli più strutturati che portano con se molta esperienza e strada già fatta, quelli nuovi che offrono a tutti una energia incredibile e una connessione strategica fra diritti dei migranti e diritti dei nativi.

È un pezzo essenziale di sinistra nuova di società civile, che spinge anche quella più anziana a rinnovarsi e a rimettersi in gioco. Per questo ve lo racconto, credo per lo stesso motivo per cui Michele Negro ci sta raccontando a puntate di Pordenone: perchè questa storia fa parte della narrazione della sinistra sull’Europa, oltre alle future ed importanti elezioni in Spagna e in altri paesi.

Siamo in molti al lavoro per tessere questi fili, e molti siamo gli stessi che hanno fatto la solidarietà alla Grecia. Anche Transform è in prima fila, come European Alternatives, e altre reti con cui lavoriamo anche su altre vertenze. Un piccolo segno buono di tendenza al superamento della frammentazione tematica, che rimane il grande limite della sinistra sociale europea.

La speranza che molti abbiamo, anche se ancora è troppo presto e la situazione è troppo caotica per chi sta sul campo, è di riuscire a costruire una giornata davvero europea di mobilitazione a tutti i muri e a tutte le frontiere chiuse. Chissà se ce la faremo, ma con un po’ di sogni in tasca si lavora meglio.

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