INTERVENTO/ L’algoritmo crudele dei tagli al teatro

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di Costanza Boccardi

Di fronte alle mille povertà la cultura è un lusso oppure può divenire una delle armi più importanti per ridare dignità e consapevolezza dei propri diritti? E’ la cultura a generare la bellezza, spesso la prima vittima di periferie a cui la miseria e la disgregazione sociale appongono il proprio sigillo proprio attraverso la bruttezza di strade ed edifici, la mancanza di luoghi di aggregazione, la perdita di spazi comuni di socialità. Ed il teatro, da sempre, è uno degli strumenti più efficaci per diffondere la conoscenza e per far crescere popoli e cittadini, specchio dell’esistente e insieme profezia di futuri possibili che si realizza attraverso l’arte più semplice, la parola e il corpo di uomini e donne in dialogo con gli spettatori in una contemporaneità di emozioni e di fisicità che nessuna tecnologia può eguagliare. Questo miracolo si ripete ovunque vi siano un palco e un pubblico perché è insito nella relazione stessa della narrazione. Il bel teatro può far crescere la capacità di pensare se stessi, gli altri, il mondo che ci circonda, oltre le pregresse competenze culturali. Può rendere gli spettatori consapevoli e liberi, può raccontare con immensa semplicità i valori fondamentali di una società e mostrare in un grottesco specchio i vizi che la deformano e la disgregano.
Non permettere l’accesso al teatro significa privare le comunità di uno strumento potente ed immediato di crescita, significa impedire ai bambini e ai giovani di inventare strumenti di comunicazione modellati sulle proprie necessità e conoscenze, significa cercare di silenziare la portata eversiva di ogni rappresentazione in cui parli l’arte e non l’incasso. Le scelte di politica culturale di questi anni vanno in direzione ostinatamente contraria a qualsiasi teatro d’arte. L’ultimo e più efferato colpo all’autonomia del teatro italiano è stato inferto dal decreto ministeriale necessario a disciplinare l’intervento pubblico per il triennio 2015-2017, un decreto attuato dall’allora direttore generale del MIBACT Salvo Nastasi senza che il ministro Franceschini prendesse alcuna posizione. Un decreto che sotto l’alibi della razionalizzazione e del risparmio ha falcidiato compagnie, centri di produzione, attività di ricerca e di teatro ragazzi, e ha creato con i teatri nazionali delle fortezze autoreferenziali, incapaci di fare altro che rispondere alle richieste sempre più alte di numeri (borderò, giornate lavorative, produzioni) in cui la spasmodica ricerca della quantità penalizza pesantemente la qualità. Il ‘decreto’ non è un atto amministrativo, ma un atto politico sotto forma di algoritmo, il tentativo di stroncare la voce degli artisti e del possibile dissenso ammantato da algida matematica. E questo lo dimostrano sia una serie indiscriminata di tagli a compagnie che vantano livelli altissimi di qualità, sia la sperequazione violenta per cui di 50 strutture di rilievo nazionale al Meridione ne sono state riconosciute solo 10, contro le 40 del centro-nord (tanto per non dimenticarci che esiste una questione meridionale anche per quanto riguarda la distribuzione delle risorse culturali).
Il teatro italiano tutto si sta mobilitando contro il decreto e ancor più contro la politica che lo ha fatto nascere, per mantenere viva la forza profetica ed eversiva di un antichissimo artigianato essenziale per la società. Come diceva nel lontano 1993 Antonio Neiwiller:

È tempo di mettersi in ascolto.

È tempo di fare silenzio dentro di sé.

È tempo di essere mobili e leggeri,

di alleggerirsi per mettersi in cammino.

È tempo di convivere con le macerie e

l’orrore, per trovare un senso.

Tra non molto, anche i mediocri lo
diranno.


Ma io parlo di strade più impervie,

di impegni più rischiosi,

di atti meditati in solitudine.

L’unica morale possibile

è quella che puoi trovare,

giorno per giorno

nel tuo luogo aperto-appartato.

Che senso ha se solo tu ti salvi.


Bisogna poter contemplare,

ma essere anche in viaggio.

Bisogna essere attenti,

mobili,
spregiudicati e ispirati.

Un nomadismo,

una condizione,

un’avventura,

un processo di liberazione,

una fatica,

un dolore,

per comunicare tra le macerie.

Bisogna usare tutti i mezzi disponibili,

per trovare la morale profonda
della propria arte.
Luoghi visibili
e luoghi invisibili,
luoghi reali
e luoghi immaginari

popoleranno il nostro cammino.

Ma la merce è merce

e la sua legge sarà
sempre pronta a cancellare
il lavoro 

di chi ha trovato radici
e guarda lontano.


Il passato e il futuro

non esistono nell’eterno presente

del consumo.

Questo è uno degli orrori,

con il quale da tempo conviviamo

e al quale non abbiamo ancora

dato una risposta adeguata.

Bisogna liberarsi dall’oppressione

e riconciliarsi con il mistero.


Due sono le strade da percorrere,

due sono le forze da far coesistere.

La politica da sola è cieca.

Il mistero, che è muto,

da solo diventa sordo.

Un’arte clandestina

per mantenersi aperti,

essere in viaggio ma
lasciare tracce,

edificare luoghi,

unirsi a viaggiatori inquieti.

E se a qualcuno verrà in mente,

un giorno, di fare la mappa

di questo itinerario,

di ripercorrere i luoghi,

di esaminare le tracce,

mi auguro che sarà solo

per trovare un nuovo inizio.

È tempo che l’arte

trovi altre forme

per comunicare in un universo

in cui tutto è comunicazione.


È tempo che esca dal tempo astratto

del mercato,

per ricostruire

il tempo umano dell’espressione necessaria.

Bisogna inventare.

Una stalla può diventare

un tempio e

restare magnificamente una stalla.


Né un Dio,

né un’idea,

potranno salvarci

ma solo una relazione vitale.


Ci vuole

un altro sguardo

per dare senso a ciò

che barbaramente muore ogni giorno

omologandosi.

E come dice il maestro:

«Tutto ricordare.
Tutto dimenticare».

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