INTERVENTO/ Roma. Gli errori del sindaco Marino e il cambiamento necessario

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di Giulia Rodano

La vicenda del sindaco Marino, la sua parabola, da uomo nuovo e del rinnovamento del centrosinistra a vittima dei giochi di potere del Partito democratico, da speranza a capro espiatorio, rappresenta la plastica manifestazione del ritmo rapidissimo e drammatico che Renzi ha imposto alla involuzione del centrosinistra italiano, già profondamente segnato dalla sua incapacità di opporsi efficacemente alle ricette liberiste.

Marino, penso sia ormai evidente, è vittima, non tanto del Pd e dei suoi giochi e neppure dei poteri forti, che la sua giunta non ha sostanzialmente combattuto, ma dell’infrangersi della illusione, tipica di una parte del centrosinistra italiano, che fosse sufficiente cambiare il personale politico e la gestione del potere per attenuare le durezze delle scelte liberiste.
La sua vicenda è anzi, paradossalmente, la dimostrazione che, proprio all’interno alle scelte e alle ideologie liberiste, non sono possibili né cambiamento e neppure legalità.

Roma è stata, ed è tutt’ora, il terreno della sperimentazione più larga e completa dell’assunto che causa dello spreco, dell’arretratezza e del malaffare sarebbero l’intervento pubblico, la gestione pubblica e, in generale, la pubblica amministrazione, i suoi dirigenti, infeudati e infedeli, i suoi dipendenti, fannulloni e assenteisti,, oltre naturalmente i politici, clientelari e corrotti.

Sulla base di questo assunto, in parte naturalmente giustificato dai limiti intrinseci e diffusi ovunque dell’azione della pubblica amministrazione, per decenni si è confusa, consapevolmente e addirittura ideologicamente, la privatizzazione dei servizi pubblici, la precarizzazione del lavoro pubblico, la cessione continua di sovranità delle istituzioni e dei governi locali, con la lotta agli sprechi, alle ruberie e all’inefficienza.
I tagli, imposti da folli politiche di bilancio, vengono fatti passare come “lotta agli sprechi”, le privatizzazioni selvagge e immotivate come liberalizzazioni necessarie all’efficienza e alla produttività, i blocchi delle assunzioni pubbliche come rigorose cure dimagranti di amministrazioni ipertrofiche e inutili.

Dopo anni di queste scelte di “razionalizzazione e liberalizzazione” ci troviamo di fronte a decine e decine di società che gestiscono “privatisticamente” in modo incontrollato e incontrollabile, pezzi della amministrazione pubblica, il sistema degli appalti per la gestione dei più diversi servizi è diventato, grazie alle politiche di emergenza e alla gare al massimo ribasso fonte di penetrazione di sistemi corruttivi e mafiosi, le scelte urbanistiche i lavori pubblici possono essere fatti, per mancanza di risorse e forse ormai anche di capacità,solo se contrattate con i grandi padroni della rendita fondiaria e delle costruzioni della città.

Intanto la macchina pubblica non può, non ha più le risorse umane e finanziarie per far vivere la città. I trasporti vengono tagliati e privatizzati, la manutenzione non si fa più, i servizi peggiorano giorno dopo giorno, i luoghi della cultura chiudono, il traffico privato impazzisce.
E’ qui che ha fallito Marino. Anche lui ha pensato che legalità facesse rima con tagli e privatizzazioni, ha messo la sua fama di uomo onesto al servizio delle stesse politiche che avevano costruito l’illegalità.

Perché ha accettato l’idea che i migranti di Torsapienza ledessero la legalità dei residenti e andassero spostati e allontanati, perché ha pensato che il salario aggiuntivo di dipendenti comunali che guadagnano poco più di 1000 euro al mese rappresentasse un privilegio insopportabile, perché ha pensato che legalità fosse sgomberare i centri occupati, sostituendo, come al Teatro Valle, la chiusura e il silenzio alla presunta illegalità della cultura gestita come un bene comune, perché ha pensato che tagliare le risorse al sociale e alla cultura fosse riportare alla “legalità finanziaria” l’amministrazione comunale.

E nello stesso tempo ha pensato che il nuovo stadio della Roma, con il suo corredo di cubature commerciali, fosse un esempio di pianificazione urbanistica o le Olimpiadi una occasione di sviluppo per una città che di tutto ha bisogno, tranne che di grandi opere e di cattedrali nel deserto.
Così la presunta lotta al PD e alla “politica” non ha avuto nessun appoggio e Marino è rimasto solo.

Per questo bisogna cambiare a Roma, non solo gli uomini o le donne, ma le politiche, le scelte. Perché ci vuole un comune orgoglioso del proprio compito, che si riappropri delle proprie funzioni, che riporti dentro l’amministrazione i compiti di gestione, che cacci via i profittatori e i mercanti che hanno lucrato sulla povertà e sulla debolezza pubblica.
Marino non lo ha fatto, non poteva e non voleva farlo. Quella stagione è finita. Bisogna aprirne una nuova.

 

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