REPORT/ Europa, che fare? – Roma, 4 ottobre 2015

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In vista della mobilitazione europea contro l’austerità che animerà Bruxelles dal 15 al 17 ottobre, L’Altra Europa con Tsipras ha organizzato il 4 ottobre a Roma, insieme al gruppo GUE/NGL (Sinistra Unitaria Europa/Sinistra Verde Nordica) del Parlamento europeo, l’incontro “Europa, che fare?”

“Vogliamo fare una discussione politica”, ha sottolineato Roberto Musacchio di L’Altra Europa con Tsipras, che presiedeva i lavori insieme a Roberto Morea di Transform! Italia, aprendo l’incontro. “La mia idea è che sia storicamente mancato un europeismo di sinistra, sia in termini di nuovo movimento operaio che di nuove costruzioni politiche. C’è stato un europeismo funzionalistico che poi ha intrecciato globalizzazione, egemonismo tedesco e patto guerreggiato tra borghesie e che ha prodotto l’Europa reale. Poi un europeismo idealistico. Non si è risposto né alla lotta di classe rovesciata, né all’assalto che l’Europa reale ha portato a quella democratica. Il movimento operaio non ha saputo svolgere a livello europeo ciò che ha fatto a livello della formazione degli Stati. Il socialismo europeo finisce la propria spinta propulsiva con la fine di Brandt. Poi viene cooptato via via nell’Europa reale. Ci sono movimenti che provano a ripartire. Oggi c’è Tsipras. Senza una dimensione europea è ben difficile ricostruire soggettività”.

Tre le domande poste da Luciana Castellina nell’intervento introduttivo, che ha tracciato un affresco del processo di costruzione dell’Unione Europea, dalle aspirazioni del Manifesto di Ventotene allo smascheramento definitivo del modello neo-liberista incarnato dalle attuali istituzioni, sostenuto dall’enfasi sui diritti individuali che sta nella stessa Carta di Nizza: bisogna lottare contro l’UE o no? cos’è cambiato negli ultimi tempi? come costruire una alternativa e con chi? Perché se le istituzioni dell’Unione Europea pongono oggi una vera “questione democratica”, non ci si può neanche limitare solo “a un cartello dei NO”. Per questo “c’è bisogno”, ha concluso Castellina, “che il movimento e le forze europeiste della sinistra si dotino di una carta con alcuni punti chiave su cui agire per una modifica radicale delle istituzioni e delle politiche di questa Europa che così com’è non ci piace. Ma pensare di andarsene dalla Ue significa lasciare i propri paesi in balia della globalizzazione”.

Per Curzio Maltese, eurodeputato de L’Altra Europa con Tsipras, proprio “i no che i movimenti cittadini stanno dicendo nei territori – no TAV, no TRIV, no TTIP – potranno avere forza solo se si configureranno come no europei, perché le grandi opere inutili sono progetti europei che impattano su tutti i paesi, non solo su quelli direttamente coinvolti, attraverso la destinazione dei fondi europei”. Perché questo accada, occorre riconoscere che attualmente in Europa “esiste un problema di egemonia culturale del modello neo-liberista, al punto che minoranze significative, anche nella stessa Grecia, si sentono maggiormente tutelate dall’austerità imposta dall’UE. Il piano liberista incarnato dalla EU punta di fatto non solo a demolire il welfare, ma soprattutto a frammentare e indebolire la sinistra con l’aiuto stesso dei socialisti europei”.

Non si tratta però solo di “euro sì, euro no”, come ha messo in evidenza l’economista Gabriele Pastrello “perché Schäuble ha appena fatto propria la proposta del ‘gruppo dei 5 saggi’ consulenti del governo tedesco, di istituire un meccanismo automatico di default degli Stati e dunque di uscita dall’Eurozona. La proposta di una Grexit significava precisamente questo, la cacciata definitiva della Grecia dalla Ue. La recente proposta di Draghi di un ministro europeo dell’Economia, in assenza di una profonda democratizzazione delle istituzioni europee, comporterebbe una ulteriore perdita di sovranità dei singoli paesi, che ridurrebbe ulteriormente l’utilizzo della leva fiscale per far fronte alla crisi, senza alcuna contropartita democratica”.

Contro questa proposta si schiera con forza il deputato ex PD Stefano Fassina, non solo “perché prima occorre capire a chi risponde tale ministro, qual è il processo democratico che legittima tale istituzione” ma anche e soprattutto perché la crisi greca ha dimostrato che “le istituzioni europee usano la leva economica in chiave politica. Oggi si permette in EU a paesi come la Spagna e il Portogallo di avere deficit tra il 6 e il 7 per cento, per consentire al Partito popolare di rivincere le elezioni”. Un atteggiamento “che si fonda sulla svalutazione costante e pervasiva del lavoro”. La sfida, sia per la costruzione di un soggetto politica unitario a sinistra in Italia, sia per le sinistre europee, è invece quella di “elaborare a livello europeo un ‘piano B’ che preveda un’articolazione diversa a pro labour della politica economica, distinguendo tra UE ed Eurozona, perché l’Eurozona aggrava tutti i fattori della globalizzazione, come mostra il TTIP, e lascia alla destra il tema dell’interesse nazionale, che non vuol dire nazionalismo. Rimuovere la categoria di interesse nazionale significa aprire una prateria alla destra”.

“Di fronte alla forza e alla coesione del meccanismo costituito dalle istituzioni europee sostenute dall’egemonia culturale neo-liberista”, per l’economista Claudio Gnesutta, occorre cambiare l’obiettivo della stessa governance europea: “Se attualmente l’obiettivo è gestire la frammentazione progressiva e costante del lavoro, occorre porre come obiettivo viceversa il lavoro, attraverso strategie puntuali e interventi di ‘guerriglia politica’ capaci di mettere in discussione il rapporto di forze tra questo meccanismo e gli strati sociali che ne subiscono i costi”.

Per Edda Pando, di origine peruviana, presidente dell’associazione milanese Todo Cambia, che fino al 18 dicembre, tutti i giovedì pomeriggio davanti alla Scala, manifesta per il riconoscimento dei diritti dei migranti insieme alla rete Milano Senzafrontiere, un terreno fertile su cui si possono unire le forze è quello della cittadinanza europea: “La sinistra deve far proprio il tema della revisione della politica dei visti, che sta alla base dell’immigrazione clandestina, e non accettare che si usino due pesi e due misure per rifugiati e migranti in cerca di lavoro”, altrimenti finisce per “contribuire a quella stessa frammentazione che è l’obiettivo delle politiche neo-liberiste”. Un invito dunque a “trovare ciò che ci accomuna, migranti e italiani/e, per costruire un’altra Europa a sinistra”.

Un processo, quello della frammentazione, che è vera “espropriazione democratica”, per Gianni Rinaldini, sindacalista della CGIL, riflesso anche nelle vicende della riforma costituzionale in Italia: “Siamo allo stravolgimento totale della Costituzione, nel silenzio assoluto dei movimenti e delle voci esterne al palazzo. Renzi, isolando la questione del Senato e annunciando che la sottoporrà a referendum consultivo, è riuscito a mascherare l’espropriazione ‘materiale’ della Costituzione in atto da tempo, che ha fatto sì che nell’articolo 1, alla parola ‘lavoro’ sia ormai stata sostituita di fatto l’espressione ‘libertà d’impresa’, secondo il modello americano”. Tenere insieme “la questione del lavoro e la riforma delle istituzioni europee in chiave anti-liberista è dunque necessario” perché ciò che caratterizza “un soggetto politico di sinistra è la costruzione di una pratica sociale, nei fatti, che generi anche un’altra cultura”.

In tutto questo “non bisogna dimenticare la complessa costellazione europea, che va ben al di là dei 7 grandi paesi che totalizzano 2/3 della sua popolazione”, mette in guardia Walter Bier, presidente e portavoce del tink tank europeo Transform! Europe. E occorre anche tener conto della diversa percezione che hanno dell’UE i vari paesi, a seconda del momento in cui hanno aderito all’Unione. Soprattutto in quelli entrati a partire dagli anni Novanta, “l’UE è percepita innanzitutto come politiche neoliberiste, austerità, tagli al welfare, disoccupazione, e questo genera un sentimento nazionalista e anti-europeo molto forte”. Ma la critica alle istituzioni neoliberiste non arriva solo “da sinistra, incarnata da Tsipras, e da destra, incarnata da Orban. È presente anche negli stessi paesi i cui governi sostengono tali politiche”. È in questo margine, in questa triangolazione che “è possibile dar vita a una sinistra che guarda alla solidarietà tra i popoli in una nuova dimensione”.

Argiris Panagopoulos, di Syriza, ha sottolineato “l’importanza del voto in corso in Portogallo e di come anche lì si potrebbero determinare le condizioni di una crescita delle forze di sinistra contro l’austerità che fanno riferimento alla sinistra europea”. Più in generale si nota “un rafforzamento delle forze della sinistra europea, che rappresenta la vera alternativa in Europa, anche a fronte della totale complicità dei socialisti con le politiche di austerità”. In questo quadro, “tanto più importante è l’affermazione del governo Tsipras e del lavoro rilanciato dal governo greco per affrontare il tema del debito e continuare la lotta all’austerità e al neo-liberismo”.

Proprio riconoscendo che “i compagni della Linke in Germania dicono le stesse cose che dicono i compagni di Syriza in Grecia”, per Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista (PRC), “la costruzione di un soggetto politico di sinistra in Italia deve partire contemporaneamente dal basso e dall’alto. Il processo costituente non deve essere sequestrato dalle forze politiche, ma deve essere la casa comune delle migliaia di donne e uomini che fanno politica a sinistra, di cui solo il 10 per cento oggi si riconosce in una sigla di partito”. Solo così è possibile riconquistare “dentro l’Europa, dei margini di autonomia che hanno a che fare con la gestione dei beni comuni e con la valorizzazione dei territori”.

Eleonora Forenza, capogruppo de L’Altra Europa con Tsipras al Parlamento europeo, torna sul tema delle frammentazioni a sinistra, esacerbate dalle elezioni greche. “Dobbiamo preservare come una forza indispensabile l’unità tra le varie componenti della sinistra europea, tenendo insieme tutte le forze che hanno sostenuto il NO al referendum greco, senza schierarci tra l’una e l’altra parte della sinistra greca, altrimenti rischiamo di non riuscire ad accumulare le forze necessarie per tutti i no su cui siamo impegnati, dal no a TTIP alle politiche di austerità”. Tra le proposte concrete: “Rilanciare la conferenza europea sul debito proposta già da Tsipras, riempire di contenuti il concetto di ‘cittadinanza europea’ a cominciare dal tema del reddito minimo su cui si riunirà una apposita commissione del GUE il 20 ottobre, e ripensare l’Europa a partire da Sud, dal Mediterraneo, come ha voluto fare anche EurHope, la tre giorni su lavoro e welfare che abbiamo organizzato a Bari”.

Ripercorrendo i vari interventi, nelle conclusioni della giornata il sociologo Marco Revelli, membro del Comitato nazionale de L’Altra Europa con Tsipras, ha riconosciuto “la drammaticità del momento presente, in cui questa Europa neo-liberista sta tornando a forme di dominio e assoggettamento delle persone di stampo medievale, in cui la dimensione privatistica si appropria degli stati nel momento stesso in cui diventa possibile immaginarne il fallimento, proprio come se fossero delle imprese”. Eppure l’Europa che cerca una alternativa comincia a diventare visibile, “e ha avuto il suo momento fondativo sul palco del comizio di chiusura della campagna elettorale di Syriza, lo scorso settembre, quando a fianco di Tsipras c’erano i rappresentanti di Podemos, della Linke e il segretario della Sinistra europea. Quello che sta succedendo in Gran Bretagna, Irlanda, Spagna, il fatto che il popolo greco abbia riconfermato il governo di Syriza, sono fatti che devono essere assunti come valore strategico e non disperderci con i vari distinguo in Italia”.

 

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