ARTICOLO/ All’ombra dei nostri vessilli non ritroveremo la credibilità

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di Claudio Grassi, pubblicato su il manifesto del 18 settembre, nell’ambito del dibattito “C’è vita a sinistra”

 

Norma Ran­geri ha pro­mosso un impor­tante dibat­tito a par­tire da una sug­ge­stione: «C’è vita a sini­stra?» A giu­di­care dal numero di sigle, par­titi e asso­cia­zioni esi­stenti ver­rebbe da rispon­dere che ce n’è anche troppa ed invece pro­prio que­sta fram­men­ta­zione, della quale in qual­che misura siamo tutti respon­sa­bili, non è altro che la foto­gra­fia del fal­li­mento. Spe­riamo che la posi­tiva acce­le­ra­zione che sem­bra essere stata impressa ad un pro­cesso di riu­ni­fi­ca­zione, pro­se­gua con deter­mi­na­zione. Noi cer­ta­mente lavo­re­remo in quella dire­zione.


Que­sta con­di­zione della sini­stra ita­liana è un caso quasi unico nel pano­rama inter­na­zio­nale. Ci sono sicu­ra­mente limiti sog­get­tivi e ragioni ogget­tive che con­tri­bui­scono a ren­derci inac­ces­si­bile un vastis­simo spa­zio poli­tico poten­ziale a sini­stra del Pd. La fase costi­tuente che sem­bra final­mente aprirsi non potrà igno­rare quei limiti. Dovremo essere aperti, inclu­sivi e capaci di discu­tere senza rete, né tabù, di con­te­nuti, refe­renti sociali e modelli orga­niz­za­tivi di un sog­getto poli­tico della sini­stra nel nostro paese. Fede­ra­zioni, alleanze o car­telli, all’interno dei quali ogni sog­getto con­ti­nui a col­ti­vare il pro­prio orti­cello, non appas­sio­nano più nes­suno per­ché, giu­sta­mente, tra­smet­tono l’idea di un’unità stru­men­tale fina­liz­zata all’autotutela del ceto poli­tico, di par­tito o di movi­mento, più che quella di una grande ope­ra­zione di respiro strategico.

In ogni modo prima, o quan­to­meno con­te­stual­mente al dibat­tito sul con­te­ni­tore, è neces­sa­rio affron­tare il nodo del con­te­nuto. L’egemonia poli­tica sociale e cul­tu­rale del neo-liberismo ha maci­nato quasi indi­stur­bata negli ultimi 25 anni. Ad essere fram­men­tati e divisi non sono solo par­titi e movi­menti a sini­stra, ma soprat­tutto chi dovrebbe rap­pre­sen­tarne la base sociale.

Una delle con­di­zioni per garan­tire sta­bi­lità al pro­getto di riu­ni­fi­ca­zione e inno­va­zione della sini­stra poli­tica nel nostro paese, è quella di pro­vare a rico­struirne il blocco sociale, con­sa­pe­voli di quanto esso si pre­senti oggi con arti­co­la­zioni diverse rispetto al pas­sato. Le attuali for­ma­zioni poli­ti­che e sociali non hanno più né la cre­di­bi­lità né la forza per farlo da sole: nono­stante una crisi senza pre­ce­denti e la svolta cen­tri­sta nel Pd, le «alleanze» pre­sen­ta­tesi alle ultime ele­zioni non hanno inter­cet­tato niente di un mal­con­tento che ha invece ingros­sato le file del non voto, scon­fi­nando tal­volta nel soste­gno dato a for­ma­zioni di destra, oppure si è orien­tato verso il Movi­mento 5 Stelle che è una forza poli­tica troppo spesso sot­to­va­lu­tata nella sua com­ples­sità e capa­cità di attrarre con­sensi anche a sinistra.

In que­sto senso la cita­zione di Foa è quanto mai cal­zante: pos­si­bile che l’evidenza dei con­ti­nui fal­li­menti delle orga­niz­za­zione di sini­stra, non abbia scal­fito le «cer­tezze» di chi ne è alla guida? Le ultime set­ti­mane lasce­reb­bero intra­ve­dere una posi­tiva inver­sione di ten­denza, e noi lavo­re­remo per­ché que­sta pro­spet­tiva si con­so­lidi. Ben­ché la sfida che abbiamo di fronte riguardi il ripen­sare a tutto tondo forme orga­niz­za­tive, lin­guaggi, cate­go­rie di ana­lisi, dun­que una inno­va­zione vera della poli­tica e delle pra­ti­che, quello dell’unità di ciò che resi­ste in campo, sep­pur segnato da enormi limiti, ci pare un pas­sag­gio obbli­gato. Ma in que­sto pas­sag­gio dob­biamo evi­tare che cia­scuno riven­di­chi pri­ma­zie, resti all’ombra del pro­prio ves­sillo, o non rinunci ad esso. Se così fosse la sini­stra ita­liana si avvi­te­rebbe nella vora­gine dell’ennesimo fallimento.

La fram­men­ta­zione, la par­cel­liz­za­zione e la tra­sfor­ma­zione del mondo del lavoro è figlia cer­ta­mente di pre­cisi inte­ressi eco­no­mici, ma le con­se­guenze più pro­fonde sono state deter­mi­nate da ragioni di carat­tere sociale, cul­tu­rale e poli­tico. Infatti la pre­con­di­zione per la scon­fitta delle forze orga­niz­zate della sini­stra (par­titi, sin­da­cati, asso­cia­zioni ecc.) era fran­tu­marne e divi­derne la base sociale, inver­ten­done così le prio­rità: dalla soli­da­rietà sociale si passa alla guerra fra poveri, alla discri­mi­na­zione e alla xeno­fo­bia; dall’unità per l’uguaglianza e la redi­stri­bu­zione, si approda alla paura di chi sta peg­gio di te per­ché potrebbe toglierti il poco che hai. Per dirla con Dario Fo: «Impor­tante non ci badare, guarda indie­tro chi sta peg­gio di te».

Che fare quindi?

1) Lavo­rare alla ricom­po­si­zione della nostra base, obiet­tivo che Lan­dini sta cer­cando di per­se­guire attra­verso l’importante espe­rienza della «coa­li­zione sociale», per una rin­no­vata alleanza fra tutti i sog­getti col­piti dalla crisi: uomini e donne lasciati soli ad affron­tare le dif­fi­coltà, una nuova gene­ra­zione espro­priata del futuro, lavo­ra­tori dipen­denti, par­tite Iva, pen­sio­nati, stu­denti, migranti in fuga da con­di­zioni di vita disu­mane, tutti den­tro la galas­sia della pre­ca­rietà, ma tutti iso­lati, distanti se non in con­flitto l’uno con l’altro. Unità sociale e poli­tica ma anche cul­tu­rale, si tratta infatti di con­net­tere i fili di una soli­da­rietà e di un senso comune tutti da rico­struire e di sve­lare, come ha saputo fare Syriza, la natura clas­si­sta della poli­tica che oggi carat­te­rizza la Comu­nità Euro­pea, con­tra­stando l’idea che l’austerità ed i tagli allo stato sociale siano una neces­sità ine­lut­ta­bile, e non il frutto di una scelta di parte che affama i popoli pri­van­doli della libertà di scelta sui pro­pri destini.

2) Abban­do­nare ogni sup­po­nenza e ogni acre­dine nei con­fronti dell’«altro» che sta a sini­stra un po’ più o un po’ meno di noi, che è arri­vato troppo pre­sto o troppo tardi alle stesse con­clu­sioni. In poche parole, essere umil­mente in grado, per una volta, di assu­merci tutti e tutte la respon­sa­bi­lità di dire che di errori ne abbiamo com­messi mol­tis­simi, cia­scuno a casa pro­pria, al punto da aver perso ogni cre­di­bi­lità ed effi­ca­cia tra­sfor­ma­tiva. Ebbene, un nuovo ini­zio che ci veda final­mente uniti non può che par­tire anche da que­sta consapevolezza.

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