ARTICOLO/ Il fronte di Europa. Si è dissolto l’egualitarismo del movimento operaio.

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di Roberto Musacchio (pubblicato sul Manifesto 28 agosto 2015, nell’ambito della dibattito C’è vita a sinistra)

C’è vita in Europa? Voglio parafrasare cosi’ il titolo della discussione che il Manifesto e Norma Rangeri ci hanno proposto. Lo faccio perche’ sono convinto che proprio la dimensione europea sia la ragione della crisi della sinistra italiana, ma non solo, e che solo una proposta all’altezza di questa dimensione sia in grado di ridare vita alla sinistra. Se vogliamo guardare alle cause di una sconfitta che, appunto, in Italia ha portato alla attuale desertificazione ma che a ben vedere riguarda una situazione piu’ complessiva delle sinistre e del movimento operaio del vecchio continente, non possiamo non pensare alla incapacità di riattrezzarsi di fronte alla rivoluzione conservatrice messa in campo dalla globalizzazione neo liberale e alla sua articolazione europea. Da questo punto di vista non c’e’ dubbio che questa “Europa reale” sancisce la sconfitta della sinistra al punto da decretarne quasi la messa al bando. Ma la cosa veramente impressionante e’ che questa sconfitta avviene anche perche’ non c’è stata nessuna vera battaglia data sul nuovo terreno. A chi dice che questa Europa e’ irriformabile a me viene da dire che pero’ nessuno, o quasi, ha mai provato realmente a resistere ai processi in corso e a prospettare una alternativa. Tanto meno quelle forze del socialismo europeo che da eredi del movimento operaio si sono fatte pare integrante dell’edificazione dell’attuale regime europeo. E che chi prova a farlo, come il governo greco,  rischia di trovarsi solo. Dico sconfitta e battaglia non data perche’ indubbiamente la sconfitta si consuma a tutto campo e da tutti i punti di vista. A partire da quelli sociali. E’ incredibile come le vecchie borghesie nazionali trovino un proprio terreno di accordo, guerreggiato, intorno a quella che chiamiamo la egemonia tedesca mentre il mondo del lavoro, e chi dovrebbe rappresentarlo, dismette ogni capacita’ di provare a riunificarsi. Possiamo certo parlare ormai di una gabbia d’acciaio della struttura monetarista e mercantilista a guida tedesca che e’ l’attuale UE ma non possiamo tacere che essa si edifica anche perche’ il soggetto potenzialmente antagonista ha praticamente dismesso la ricerca di una nuova unita’. Non si puo’ essere prigionieri solo di una moneta ma lo si e’ di rapporti di forza sociali e di produzione che la lotta di classe rovesciata ha edificato. Anzi, potremmo dire che la moneta unica poteva essere anche un facilitatore per la presa di coscienza di massa delle differenze salariali e reddituali e di una battaglia europea di egualitarismo. Invece quella spinta all’egualitarismo, che pure era stata decisiva nel dare al movimento operaio un ruolo fondamentale nella costruzione degli Stati moderni e in particolare di quelli segnati da un compromesso progressivo e cioè proprio quelli per i quali, non a caso, si e’ parlato di modello sociale europeo, si e’ praticamente dissolta. Intendiamoci, questo non e’ un fenomeno nuovo e già nella fase della formazione del capitalismo statuale in alcuni momenti egemonia borghese e frammentazione operaia hanno convissuto. Dal ruolo delle “aristocrazie operaie” al voto socialista ai crediti di guerra abbiamo avuto passaggi di tal tipo. Ma ci fu allora, a partire da Marx e Lenin, una capacita’ di lettura della modernità che si andava prospettando e di come una classe antagonista poteva segnarla di se’. A partire da una lotta sul campo, e cioè nei rapporti di forza, nelle alleanze, e nel rapporto con le forme statuali. Tutto cio’ non avviene di fronte alla lunga fase di edificazione europea. Da una parte si va consolidando una sorta di europeismo di regime, fatto di funzionalismo, intergovernativismo e tecnocrazia. Dall’altro un europeismo idealistico, in realtà sterile. Contro entrambi crescono movimenti neo nazionalistici quasi sempre, e quasi inevitabilmente, reazionari. Quello che manca e’ un europeismo di formazione marxista, fondato su una nuova fase del movimento operaio e su una una dimensione popolare e di massa. Cioè sono mancati una lotta di classe e un nuovo movimento operaio a dimensione europea, se non in alcuni momenti difensivi come sulla vicenda della direttiva Bolkenstein. E’ un soggetto utile a questa dimensione nuova della lotta di classe quello di cui abbiamo bisogno e che si motiva proprio perche’ non pensa solo ad occupare uno spazio ma ha una funzione storica, liberare l’Europa, ragionando ed agendo su come farlo. 

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