Grecia/ La battaglia difficile di Tsipras

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di Alfonso Gianni (pubblicato su Il manifesto, il 18 agosto 2015)

La vicenda greca si sta avvi­lup­pando attorno ad alcuni evi­denti para­dossi su cui riflet­tere, anche per i river­beri che il loro svol­gersi avrà sul fra­gi­lis­simo qua­dro delle sini­stre d’alternativa euro­pee. Nella cro­naca del mani­fe­sto di sabato si parla di una «distesa di mace­rie», senza che si intra­veda nep­pure l’angelus novus di Klee-Benjamin pro­iet­tato a spalle vol­tate verso un incerto futuro. Un giu­di­zio duro, tutt’altro che pere­grino, moti­vato da un lato dal con­te­nuto del terzo memo­ran­dum, che del resto né Tsi­pras, né Nikos Pap­pàs nell’intervista a que­sto gior­nale, hanno mai messo in ombra.

Dall’altro dalle minacce, che par­reb­bero ormai un pro­cesso semi­con­cluso, di scis­sione di Syriza. Il che ci porta al primo dei tanti para­dossi. Le scelte del governo greco, la sua resi­stenza al ten­ta­tivo di Schau­ble di fare pas­sare la tesi della Gre­xit ave­vano aperto un varco nel fronte degli avversari.

La stessa troika appare spac­cata visto il dif­fe­rente giu­di­zio del Fmi, favo­re­vole a un taglio nomi­nale del debito greco essendo con­vinto della sua inso­ste­ni­bi­lità. Negli ultimi giorni, fal­chi fede­lis­simi alla Ger­ma­nia si sono vestiti da colombe, almeno per l’occasione, man­dando in sof­fitta il ten­ta­tivo della Mer­kel di pro­porre un pre­stito ponte per tenere al lac­cio i greci e allon­ta­nare l’operazione degli 85 miliardi. Olanda e Fin­lan­dia per la prima volta hanno preso le distanze dal gigante teu­to­nico. Per­sino la stampa euro­pea più main­stream ha par­lato di un iso­la­mento della Mer­kel e della Ger­ma­nia, anche se qual­cuno lo ha fatto per sot­to­li­neare che que­sto potrebbe essere il prezzo neces­sa­rio dell’egemonia. Ovvero “molti nemici, molto onore” , vec­chia for­mula riciclata.

In que­sto qua­dro acqui­stano ancora più pre­gnanza e signi­fi­cato le acco­rate parole di Pablo Igle­sias a Tsi­pras che lo invi­ta­vano a man­te­nere la pro­pria pre­senza con­flit­tuale nella Ue, in attesa che le immi­nente ele­zioni in Spa­gna e altrove potes­sero mutare le con­di­zioni geo­po­li­ti­che den­tro l’Europa stessa. Ma se in Gre­cia doves­sero restare solo mace­rie, l’effetto sarebbe capo­volto. E anche que­sto a suo modo è un paradosso.

Da ultimo poi, le tre ful­mi­nee sva­lu­ta­zioni dello yuan ope­rate da Bank of China stanno deli­neando un qua­dro mon­diale assai diverso e mosso. Le Borse di tutto il mondo hanno accu­sato il colpo, pur ripren­den­dosi di lì a poco. Ma soprat­tutto stra­te­gie eco­no­mi­che e geo­po­li­ti­che ven­gono rimesse in discus­sione. Non ultime le stesse pro­spet­tive della Ger­ma­nia che tanto pog­giava sul mer­cato asia­tico per imple­men­tare oltre i con­fini della Ue la sua poli­tica mer­can­ti­li­sta e gio­care così, pra­ti­ca­mente per pro­prio conto, la sfida della glo­ba­liz­za­zione. E que­sto è un altro para­dosso che deve espli­ci­tare ancora tutte le sue conseguenze.

Quindi il con­te­sto era ed è assai meglio del testo dell’accordo con cui si era con­clusa la dram­ma­tica mara­tona nego­ziale tra la Gre­cia e tutto il resto della Ue. Que­sto fa sì che quanto ha detto Tsi­pras nel Par­la­mento greco e ripe­tuto da Pap­pàs nella già richia­mata inter­vi­sta, ossia della pos­si­bi­lità mal­grado tutto di difen­dere i red­diti più bassi e di ope­rare nel paese una pro­gres­siva resi­stenza alla appli­ca­zione delle parti più regres­sive (per usare l’aggettivo ripe­tuto dal pre­mier greco) del Memo­ran­dum e ripro­porre con­di­zioni per un diverso svi­luppo, non appare una sfida del tutto dispe­rata, per quanto difficile.

Ma la con­di­zione affin­ché essa possa essere con­dotta è senza dub­bio la sostan­ziale coe­sione interna al popolo greco e alla sua rap­pre­sen­tanza poli­tica mag­gio­ri­ta­ria. Ma pro­prio que­sta è messa in discus­sione in que­ste ore. L’intero capo­la­voro poli­tico di Syriza, di riu­ni­fi­care le diverse anime della sini­stra e di costruire le con­di­zioni per una cla­mo­rosa vit­to­ria, nelle ele­zioni e nel refe­ren­dum, che ha ria­perto le spe­ranze e le con­crete pos­si­bi­lità per un’Europa diversa, rischia di fra­nare. Se tra gli avver­sari della Gre­cia si è aperta una brec­cia, per la seconda si pro­fila un bur­rone. Il para­dosso è evi­dente. Chie­dersi se tale disa­strosa solu­zione sia pro­prio ine­vi­ta­bile è dove­roso. Per que­ste ragioni il nostro soste­gno a Tsi­pras, o meglio a ciò che rap­pre­senta, non deve venire meno, tanto più che il momento è dif­fi­ci­lis­simo. In fondo è il primo ten­ta­tivo, in que­sto mil­len­nio, di ver­ti­ca­liz­za­zione di un pro­cesso di poli­ti­ciz­za­zione dei con­flitti sociali.

So bene che non spetta a noi ita­liani dire cosa i greci devono fare. Del resto temo che non ne saremmo capaci. Soprat­tutto vista la fram­men­ta­zione a sini­stra di cui siamo impe­ni­tenti e per­vi­caci pro­ta­go­ni­sti. Da che pul­pito la pre­dica, si direbbe subito. Ma forse pro­prio per que­sto siamo tra i primi ad essere inte­res­sati all’evoluzione del qua­dro poli­tico greco e del suo prin­ci­pale sog­getto poli­tico.
Eppure, ma que­sto più che un para­dosso è una tri­ste con­ferma, si sente ancora dire che Tsi­pras avrebbe spe­rato lui stesso che il pro­nun­cia­mento popo­lare dicesse sì al piano dei cre­di­tori per con­se­gnarsi a que­sti ultimi come novello Cri­sto. Oppure che il refe­ren­dum avrebbe dimo­strato che il popolo greco era dispo­sto a tutto, com­presa la Gre­xit e l’uscita defi­ni­tiva dall’euro, men­tre il suo governo no (natu­ral­mente tutti son­daggi sulla volontà di restare nell’euro sareb­bero stati spu­do­ra­ta­mente men­ti­tori, secondo le solite die­tro­lo­gie). Che Schau­ble sarebbe la mente più lucida nella par­tita e che quindi alla Gre­cia ( e all’Italia) con­viene fare quanto lui dice: ridurre la Ue a un pro­tet­to­rato tede­sco, togliendo il disturbo il più in fretta pos­si­bile andan­do­sene dall’euro. Non man­cano nep­pure voci dispe­rate che assi­cu­rano che pro­prio la vicenda di Syriza dimo­stre­rebbe l’inanità di qua­lun­que pro­getto di alter­na­tiva e per­sino di resi­stenza attiva.

E’ il prin­ci­pio di realtà quello che manca. Si badi bene, non la vec­chia que­stione dei “rap­porti di forza”, che ha para­liz­zato a sini­stra, lungo i decenni, più di un’iniziativa tra­sfor­ma­trice o insor­gente e ridotto il pen­siero cri­tico nella cami­cia di forza di quello domi­nante, fino a sof­fo­carlo del tutto. Quello che difetta – o così almeno mi pare – è il con­creto senso pro­ces­suale degli avve­ni­menti sociali e poli­tici. In que­sti non vi è alcuna linea­rità, né tan­to­meno pre­de­ter­mi­na­zione, in senso posi­tivo – e su que­sto è assai facile essere d’accordo -, ma nep­pure in quello nega­tivo. Un improv­viso rove­scia­mento del qua­dro da posi­tivo a nega­tivo non indica affatto di per sé una inver­sione di ten­denza defi­ni­tiva. La par­tita greca, come quella del sud dell’Europa, di un’Europa medi­ter­ra­nea (ma non dimen­ti­chiamo lassù la pic­cola Irlanda) è tutt’altro che chiusa. Il governo greco non ha pre­sen­tato al par­la­mento e al paese l’accordo come una vit­to­ria. Ed è una novità rispetto alle moda­lità comu­ni­ca­tive dei governi euro­pei. Ha piut­to­sto indi­cato gli spazi e gli spi­ra­gli per for­zare i nuovi vin­coli imposti.

Decre­tarne la scon­fitta è incauto. Del resto non tutte le scon­fitte sono uguali. Ce ne sono alcune che aprono nuove pro­spet­tive , innan­zi­tutto nelle coscienze di milioni di donne e uomini, che fino a prova con­tra­ria sono il vero sog­getto tra­sfor­ma­tivo. Altre invece sono geli­da­mente mute, per­ché sono matu­rate nella dispe­ra­zione del potere fare. Spesso nep­pure avver­tite come tali.

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