ARTICOLO/ Difendere qualcosa che si ama, questo è politica a sinistra

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di Andrea Bagni

 

Gli articoli di Norma Rangeri, Marco Revelli e Argiris Panagopoulos sono belli. Sostengono una proposta condivisibile e urgente. Quasi ovvia. Urgente da una vita. Ma come mai sembra tutto così difficile da realizzare?

Per la verità non è affatto difficile immaginare che nella prossima primavera ci saranno, per le amministrative, liste unitarie a sinistra. Anche solo per disperazione, o per coazione a ripetere. Ma non è questo il punto. Il punto è il soggetto politico, non quello esclusivamente elettorale. Anzi la soggettività politica: non solo un’organizzazione e una sigla per la rappresentanza (peraltro necessarie) ma una identità collettiva capace di conflitto, relazioni decenti, uno stile, un sentimento condiviso. 

Per tutto questo una lista elettorale può essere utile, ma se è davvero una, non un contenitore dove ognuno mette i suoi; se non si limita alla rappresentanza istituzionale ma apre un orizzonte e una speranza – senza le quali dal basso si fa fatica ad andare oltre il mugugno o la mobilitazione circoscritta a temi specifici. Se la rappresentanza aiuta un tessuto di relazioni a crescere, radicarsi, aprendo porte e finestre. Inventando un linguaggio all’altezza delle trasformazioni che ci trasformano, anche dentro. Nel materiale e nell’immaginario. Insomma se non si ripete il disastro dei mesi successivi alle europee per l’Altra Europa con Tsipras. Quando si rischiava di finire in un banale intergruppi di sigle, o nella riedizione della sinistra radicale che non si perde in mediazioni, oppure nel narcisismo intellettuale per cui posso appartenere a qualcosa più grande di me solo se è perfettamente identico a me. E ci si è un po’ smarriti in tutti e tre i vicoli ciechi.

Allora adesso non basta lanciare una campagna referendaria, come se in gioco fossero sempre soltanto leader ed elettori dispersi che aspettano di essere chiamati al voto. Niente nel mezzo: movimenti associazioni comitati sindacati, ridotti a burocrazie che rappresentano solo se stesse, in una specie di renzismo di sinistra. Né parlare di “unità delle sinistre”, che è un’espressione che si porta dietro un’eco infelice di stanca ripetizione scoraggiante, eterno ritorno. O addirittura somma di ceti politici già conosciuti, già perdenti. Con una loro dignità, beninteso, ma anche con non poche responsabilità, che richiederebbero un gran numero di passi indietro.

In Italia non sono facilmente replicabili le esperienze di Syriza o Podemos. Da noi quel sentimento e quell’energia hanno preso strade meno “di sinistra” – per quello che significa ancora questa espressione, che Podemos non usa: non serve attaccarsi un’etichetta che proclama chi sei, conta essere. Da noi sono cresciuti astensione e M5S. Adesso Salvini. Dominante è stata la rabbia. La società contro lo Stato, i cittadini contro i politici, il basso contro l’alto. 

Sappiamo ormai che il M5S è qualcosa di complesso. Non è tutto Grillo&Casaleggio, il post su topi spazzatura e clandestini. Una cosa sono i proprietari del marchio, una cosa i parlamentari, un’altra gli elettori. Però il progetto di essere lo specchio del popolo – anzi, di Essere il Popolo – rende paradossalmente autoreferenziali e porta a posizioni anche xenofobe. Certe pulsioni esistono diffuse, dunque noi le accogliamo diffusamente. Mica dobbiamo educare le masse. Noi siamo le masse, modello spirito assoluto hegeliano. 

Peraltro la formula del basso contro l’alto ha notevole forza e anche senso. Fotografa bene la crisi della democrazia, la voragine scavata fra istituzioni e popolo. Ma qui la categoria di popolo mi pare divenire scivolosa, come una specie di unità mistica, connotata da una dimensione insieme assoluta e nazionale. Come la società fosse priva di contraddizioni, omogenea e incontaminata, estranea a rapporti di potere, per non dire a conflitti di classe. Estranea a ciò che accade fuori, all’Altro da sé, fra gli stranieri. Estranea allo Stato ma definita dagli stessi confini. 

Comunque, di fronte a questa rabbia che si esprime nel non voto o nel populismo anti apparati che ha fatto la fortuna anche di Renzi non vale riproporre la solita sinistra patetica dei grandi valori e delle grandi analisi. Sarebbe sterile retorica, roba da docenti universitari o da salotti. Peraltro solo nei “salotti”, da un sacco di tempo, questa sinistra prende i voti. Nelle periferie, nel disagio sociale, non c’è più. Malgrado le sue nobili intenzioni, è irrimediabilmente fuori squadra, su un’altra lunghezza d’onda.

La domanda è se insieme e dentro a quel sentimento di ribellione “nazionale” non c’è anche altro. Bisogni e desideri di un altro tipo di società, di relazioni politiche e di vita. Se non si può rispondere in altro modo a quella rabbia. Senza atteggiamenti saccenti o prediche pedagogiche. Senza limitarsi alle lezioni morali. Stando nel casino con la pazienza e la cura di trovare soluzioni concrete e tessere relazioni civili.

Nella mobilitazione della scuola si è visto, mi sembra, un desiderio di questo genere: un antagonismo e un conflitto che è forte perché è esistenza d’altro, difesa di qualcosa che si ama. Il piacere del riconoscersi, il sentimento di un mondo comune, anche un po’ l’orgoglio del proprio lavoro. Lavoro politico, di cura della polis.

Nella vicenda greca di Alexis Tsipras si è chiarito bene lo stato delle cose, la posta in gioco, decisamente sovranazionale. Il tema dell’Europa e della sua possibilità – o impossibilità. Due anni fa mi domandavano colleghi e amici che cosa è tsipras, oggi tutti lo sanno e hanno sentito la sofferenza di un popolo, il suo orgoglio, l’angoscia delle scelte drammatiche. La democrazia ha come ritrovato un corpo vivo e una storia collettiva. La parte del tortoin cui stare.

Da un lato dunque l’Europa, dall’altro i quartieri devastati delle nostre città, ragazze e ragazzi senza lavoro diritti futuro. Bisognerebbe essere qui. Esserci, nell’orizzonte più vasto e in quello circoscritto, sul piano economico e antropologico – che ormai si toccano, si invadono e si massacrano. In pratiche di mutualismo che intervengano sui bisogni e sulla disperazione, e intanto costruiscono spazio pubblico, riconoscono competenze, stabiliscono relazioni umane. Con tutte e tutti quelli che ci sono, anche di passaggio o in fuga. Perché si è sempre meticci, trasgressori di frontiere, viaggiatori di noi stessi.

Allora ha senso una proposta unitaria della sinistra solo se è, da subito, un’altra cosa, capace di radicale innovazione, all’altezza di questo tempo. Di linguaggio, democrazia, relazioni fra uomini e donne. Anzi, se ne è il risultato.

Come nel RiotVillage che ha raccontato magnificamente Luciana Castellina sul manifesto. Dove sotto le t-shirt c’è sempre il costume da bagno, non si sa mai nella vita. E sotto le piattaforme di lotta e i tavoli di lavoro c’è sempre la sabbia. E la scogliera.

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