ARTiCOLO/ Europa, la legge non è uguale per tutti

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di Roberto Musacchio

Come nella fattoria di Orwell tutti gli animali sono uguali ma qualcuno lo è di piu’. Questa Europa arcigna e austera fino ad essere crudele “giustifica ” il suo cuore di pietra con la logica implacabile dei numeri e delle regole. Poco importa se poi i numeri non tornano e le persone ne soffrono. Dura lex, sed lex! Ma poi vai a vedere e scopri che le cose non sono proprio così.

Alla Grecia viene riservato un trattamento che assomiglia ad una tortura. E non molto meglio è andata a Portogallo, Spagna e Irlanda. Sulla colpa del debito si prova a costruire una vera e propria antropologia del potere. Ma la severità della legge viene invece messa da parte quando si tratterebbe di applicare altre norme che chiamerebbero in causa quelli più uguali degli altri. Nella fattispecie si tratta del superamento continuato e costante di quel 6% di attivo tra import ed export che sta al primo posto tra gli undici indicatori che la Commissione Europea ha individuato come spie di gravi squilibri macro economici tra gli Stati membri. Si tratta della Mip, Macroeconomic Imbalance Procedure, introdotta dal 2011 con i regolamenti che vanno sotto il titolo di Two pack e che completano le regole di governance istituite per la crisi. La Mip per altro ha come riferimenti vari articoli dei Trattati che riguardano il coordinamento delle politiche economiche. È di evidenza assoluta che se una bilancia commerciale è in attivo in eccesso, tutti gli altri soffrono di conseguenza.

L’asticella è stata posta al 6%, mentre quella del passivo sta al 4%. Ebbene. sono otto anni consecutivi che la Germania la supera. Nel 2015 è arrivata a un più 8%, cioè un 2% in più rispetto al limite fissato. È il risultato di una cifra record di export pari a 1134 miliardi di euro, con un più 3,7% rispetto all’anno precedente. L’attivo arriva a 217 miliardi di euro, superiore a  quello cinese che si ferma a 176,7. La previsione per il 2016 e’ di un surplus del 7,7%.

Di fronte a questa macroscopica violazione che va ben oltre i tre anni di media previsti dalla Mip, la Commissione Europea non va oltre qualche blando richiamo. Le regole prevederebbero invece che ci fosse una azione volta a un piano di rientro circostanziato e, se non convincente o non attuato, una multa pari allo 0,1% del Pil del Paese in questione. Per altro questa multa andrebbe a confluire precisamente nel Fondo di Stabilità degli Stati, cioè quello che serve ad aiutare i Paesi in difficoltà. Potremmo dire a ragione che se si applicassero veramente tutte le regole una parte di quelli che ora vengono chiamati prestiti sarebbero in realtà meglio definiti come risarcimenti!

Ma siccome nella fattoria degli animali vale la regola del più forte, su questo indicatore di squilibrio macroeconomico la legge fin qui è sospesa. Anzi. Si è teso a costruire un’altra narrazione, volta ad accreditare che non di violazioni si tratti ma di virtù, magari eccessiva. Con questa narrazione, o meglio imbroglio , si vuole impedire che valgano quelle stesse regole ” neutre ” e implacabili dei numeri su cui è costruito il castello di questa Europa.

Eppure la realtà delle cose ci dice che quella regola, il divieto di surplus eccessivo, è probabilmente una delle poche giuste. E che la sua violazione è alla base di quella crescita degli squilibri macroeconomici che qualcuno vorrebbe ridurre ai differenziali sui debiti e sui deficit senza andare a vedere come questi si producano. È un fatto che i surplus esportativi tedeschi viaggiavano intorno all’uno per cento fino all’ingresso della moneta unica per poi avere il balzo che conosciamo. E il divieto di surplus eccessivi era stato posto proprio per evitare gare inevitabilmente truccate se si mettono a correre sullo stesso circuito una fuoriserie e una utilitaria. In assenza del riallineamento dato dalle svalutazioni monetarie era evidente che servivano quei coordinamenti delle politiche economiche che pure Trattati assurdi come quelli europei pure prevedono. Invece è accaduto il contrario. Addirittura le fuoriserie si sono adoperate a truccare i loro motori per surclassare ancora di più le utilitarie. Ecco che hanno aumentato i giri e la potenza pagando il meno possibile il loro carburante e appropriandosi di pezzi di ricambio non a norma.

Fuor di metafora, il contenimento dei salari e dei redditi da lavoro sotto ciò che prevederebbero gli aumenti di produttività va nella direzione opposta di quella che servirebbe a realizzare i riequilibri macro economici necessari e cioè l’aumento dei consumi interni. E così l’aver goduto dell’assemblaggio dell’Est, dalla unificazione tedesca all’allargamento della UE, scaricando i costi grazie alle politiche monetarie seguite e massimizzando i vantaggi grazie alle procedure impiegate nell’allargamento stesso. Per altro le utilitarie si sono viste anche sgonfiare le gomme dalle politiche di austerita. Tutte queste regole, tutti questi numeri con cui qualcuno pensa di costruire l’Europa mentre in realtà la sta distruggendo, sono assurdi e da far saltare. Ma quel numero, quel sei per cento massimo di surplus esportativo, è uno di quelli che andrebbe salvato. E infatti non viene applicato, si fa  finta di niente. Perché anche chi viene danneggiato, come gli imprenditori dei Paesi utilitaria, trae un grande vantaggio dal fatto che grazie alle regole della fuoriserie si taglino  i salari, le pensioni e si privatizzi tutto.

Allora sarebbe bene che ci fosse, per quel 6%, una vera campagna di “ubbidienza” dal basso: dei cittadini, dei movimenti, di coalizioni dei lavoratori tenuti divisi proprio dal mercantilismo degli Stati, dentro le istituzioni. Proviamoci!

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