“Le conseguenze economiche di Stefano Fassina”

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Il packaging è indubbiamente attraente: chi non vorrebbe “il recupero dell’accounta­bility democratica della politica monetaria? Cioè decidere noi che politica monetaria fare; e non farcela imporre.

É’ possibile, oggi? È da metà Ottocento che i paesi della periferia dei sistemi monetari mondiali (e l’Italia, la cui lira non sarebbe certo moneta di riserva mondiale, lo ridiventerebbe) sono soggetti al potere disciplinante dei mercati finanziari mondiali, e dei loro movimenti di capitali. Era contro questa situazione che Keynes scrisse nel ’23 la Riforma Monetaria mettendo in luce la contraddizione tra stabilità interna e esterna. Cioè o difendi il cambio o la piena occupazione. Ma non tutti e due. Argo­mento che usò poi nel suo Le conseguenze economiche del Signor Churchill.

Solo per venticinque anni, dal 1945 al 1970 questa regola fu sospesa grazie agli accordi di Bretton Woods, della cui costruzione, infatti, Keynes fu uno degli attori principali. Ma dopo il ‘71, con la fine di quell’assetto, pian piano si ritornò all’antico. E forse lo si superò, perfino. Perché nel frattempo la grandezza di quei mercati aveva oltrepassato di gran lunga la loro dimensione ottocentesca, come noi italiani sperimentammo.

Nel 1992 la Banca d’Italia si dovette arrendere alla speculazione dei mercati sulla sua moneta. Un evento da un lato unico per un paese industrialmente avanzato, nonché per le dimensioni dei mezzi; evento motivato dallo scarto tra il livello del cambio esistente e quello che i mercati consideravano adeguato ad una situazione in cui la futura moneta unica imponeva di comparare marco e lira all’ingresso nel­l’euro. Situazione che si può ripetere all’uscita tra euro e lira.

Quindi l’esito finale, l’autonomia monetaria per un paese che non abbia moneta di riserva, come Usa, Giappone e UK, potrebbe creare quantomeno altrettanti problemi, per quanto diversi, di quanti si presuma ne risolva, soprattutto perché si passerebbe dall’obbedienza all’Eurogruppo all’obbedienza ai mercati finanziari mondiali (da cui dal 2012 ci ha difeso la Bce di Draghi).

PS – Vediamo quindi di seguito la possibile dinamica di un’uscita ‘concordata’; naturalmente nell’ipotesi che quest’uscita ‘non’ sia quella che Schäuble ha offerto alla Grecia quale, secondo alcuni commentatori, risultava da un resoconto stampa rilasciato il sabato delle trattative finali, che avrebbe implicato il fallimento del sistema bancario greco e della Grecia in poche settimane.

La Transizione in uscita I: prima del passaggio.

Mentre la situazione finale si potrebbe rivelare non così desiderabile come lo star male nell’euro può fare immaginare, tuttavia, i problemi possono cominciare a sorgere in misura notevole già nelle fasi di transizione. Problemi che sembrano accantonati dall’orizzonte degli sviluppi presi in considerazione dalla proposta. E non tanto dalle dichiarazioni, riportate sopra, di Stefano Fassina, necessariamente schematiche. Ma dall’approccio precedente a queste esternazioni, ancora non tanto e non solo dello stesso Fassina, ma soprattutto di tutta quell’area di economisti che si può raccogliere sotto l’etichetta di no-euro.

E quindi torniamo all’uscita ‘concordata’. Affermazione criptica, che cerchiamo di chiarire.

Concordata con chi? Con il Consiglio d’Europa, la sede dei capi di governo, che però poi rinvia all’Eurogruppo, al cui interno, come ci ha spiegato Varoufakis nelle sue recenti interviste, vede la Germania in schiacciante posizione maggioritaria? E poi anche la Bce? E anche altri? Il Fmi forse. E poi, in cosa potrebbe consistere questo «aiutino» europeo? Per cercare di capirlo vediamo i problemi che possono via via sorgere e in quale misura questa “assistenza” può aiutare a superarli.

Innanzitutto un’uscita non potrebbe restare segreta. Eppure, tutti sanno che in questioni di scelte monetarie drastiche il segreto è una condizione necessaria di attuazione, altrimenti tutti gli effetti vengono scontati sia dai singoli individualmente che dai mercati collettivamente, anticipando i problemi che un’attuazione ‘segreta’ dovrebbe poter evitare.

Ipotizziamo dunque, per realismo, che la discussione esca dagli ambiti di una discussione interna alla sinistra, e venga fatta propria da altre forze politiche, per cui si possa diffondere nell’opinione pubblica la sensazione che, anche se negato in via ufficiale, un esito di questo tipo potrebbe essere sul tavolo.

La prima conseguenza ovvia è una fuga di capitali: perché aspettare una conversione in una moneta, la lira, che con tutta probabilità si svaluterà dopo la conversione? Ovviamente queste fughe di capitali destabilizzano qualsiasi economia. Ma bisogna valutare anche le conseguenze immediate sul sistema bancario. Si può anche ipotizzare che l’«aiuto» europeo in questo caso consista in una disponibilità, da parte della Bce, di rifinanziare le banche italiane che stanno subendo una perdita di base monetaria (cioè, in conseguenza dei trasferimenti di fondi, perdite di riserve, cioè di c/c presso la Banca d’Italia). Ovviamente questo rifinanziamento (fino alla vera e propria uscita) passerebbe sotto la voce Ela, l’assistenza d’emergenza, la cui responsabilità per eventuali perdite è a carico della banca centrale nazionale.

Ma ovviamente alla fuga si accompagnerà anche la ‘tesaurizzazione’ di banconote in euro, quindi prelievo e tesaurizzazione (che in parte sarà la ‘fuga dei capitali’ dei poveri) perché queste disponibilità in euro diventeranno, dopo il passaggio, «oro»; con tutte le conseguenze del caso. Tra cui quella di dover anticipare, prima del passaggio alla nuova unità monetaria, la lira, e ai nuovi mezzi di pagamento, banconote in lire degli strumenti di pagamento ‘alternativi, come i CCF (Certificati di credito Fiscale, cioè dei ‘pagherò’ firmati dal Tesoro, ovviamente utilizzabili per la riscossione di imposte) che con tutta probabilità ‘spiazzeranno’ le ‘normali banconote emesse dalle banche centrali dell’Eurosistema (la Bce).

A questo seguirebbe quasi inevitabilmente una speculazione al ribasso sui titoli del debito italiano, sfruttando un giustificato timore che i titoli detenuti, denominati in euro, possano essere convertiti in una moneta probabilmente soggetta a svalutazione, la lira. Questa vendita potrebbe arrestarsi una volta che il valore dei titoli italiani, denominati in euro, sconti la svalutazione attesa della futura moneta nazionale. Deprezzamento che, innalzando lo spread con i titoli tedeschi, aumenterebbe il rendimento dei titoli già esistenti sui mercati, e quindi peggiorerebbe le condizioni di emissioni dei titoli italiani, prezzo d’asta e interessi, prima ancora che l’uscita abbia luogo.

L’«aiuto» in questo caso potrebbe consistere in un intervento della Bce a sostegno dei corsi? È abbastanza dubbio. Un intervento limitato e riservato sarebbe anche possibile. Ma è del tutto improbabile che la Bce possa continuare un intervento in larga scala che filtrasse nell’opinione pubblica; in particolare in quella tedesca.

C’è un ulteriore effetto che potrebbe anticipare l’uscita. Molte aziende italiane si sono internazionalizzate, entrando far parte di strutture reticolari multinazionali. Ovviamente l’appartenenza a un’area con moneta di riserva ha favorito questo processo, eliminando il rischio di cambio per le transazioni monetarie. L’aspettativa di un’u­scita e il ritorno alla valuta nazionale potrebbe introdurre elementi di disorganizza­zione delle reti in largo anticipo rispetto all’uscita.

Senza trascurare i problemi che potrebbero sorgere in caso di necessità di incorrere nell’immediato in obbligazioni che non potrebbero che essere denominate in euro, ma che ovviamente, soprattutto se tra soggetti privati, magari solo italiani, e ancor più se misti, italiani-esteri, non potrebbero non scontare con adeguati premi il rischio di cambio e di svalutazione futura.

E anche le aspettative inflazionistiche potrebbero farsi sentire ben prima che l’uscita sia all’ordine del giorno. E non siamo ancora all’uscita.

La Transizione in uscita II: durante il passaggio.

Il primo problema dell’uscita concordata è la ‘conversione’ dei depositi in euro in lire. Io credo che la soluzione più semplice sia di ri-convertire in lire le disponibilità in euro allo stesso tasso a cui furono convertite nella direzione inversa. Si può credere che un primo vantaggio possa essere ottenuto da una conversione euro-lira a un tasso ‘svalutato’ rispetto a quello d’ingresso (3mila lire, invece di 2mila, ad esempio). Ma, in realtà il tasso di conversione di per se non da nessun sollievo all’economia perché verrebbero riconvertiti allo stesso tasso sia il cambio con altre valute mondiali che i redditi e prezzi interni. Il beneficio di una svalutazione si ha se il cambia si svaluta rispetto ai redditi interni. Allora il prezzo, misurato in valuta estera, delle merci prodotte all’interno diventa più economico sui mercati mondiali. Ma questo divario lo può aprire solo il mercato, successivamente.

Siccome quando ci fu la conversione liraeuro fu l’arbitrio lasciato a chi faceva i prezzi di fissare un proprio tasso di conversione, a produrre un’immediata perdita di potere d’acquisto del pubblico, è del tutto probabile che anche alla conversione inversa venga riapplicata la stessa tassa di conversione al grande pubblico; e quindi andrebbero approntati controlli molto rigidi per evitarlo.

Il primo vero problema sollevato dall’uscita dall’euro è la conversione in lire di obbligazioni denominate in euro. Ovviamente se i due contraenti sono italiani la cosa non pone problemi. La legge regola il cambio di unità monetaria. Ma se uno dei due è straniero la cosa può non essere così pacifica. Ci sono sicuramente casi in cui anche questi rapporti cadono sotto la legge italiana. Ma ci saranno sicuramente anche altri casi che possono originare numerosi contenziosi internazionali.

Ma il caso più rilevante è ovviamente quello della conversione in lire del debito pubblico italiano denominato in euro. I problemi che derivano da questa conversione potranno rientrare nell’ambito ‘concordato’? E come?

Se fossimo nel caso giapponese del 95% del debito detenuto da cittadini non ci sarebbero problemi. La legge regolerebbe la conversione, punto. Ma nel caso italiano a tutt’oggi la percentuale del debito detenuto da non cittadini è di circa il 40%. E’ anche possibile che in seguito alle liquidazioni, in vista dell’uscita, questa percentuale possa scendere. Ma resta il problema. O si converte tutto il debito o se ne converte solo la parte detenuta all’interno. In ambedue i casi si affronterebbero contenziosi internazionali, e anche nazionali, rilevanti.

Ma, soprattutto, anche la non-conversione non potrebbe che essere temporanea. Infatti, man mano che i vari scaglioni del debito andassero in scadenza il problema si porrebbe in modo radicale. Infatti il governo italiano non potrebbe certo rinnovare il debito in euro, a meno che non si trovi un qualche marchingegno giuridico che però non può che basarsi sulla promessa di liquidazione finale in euro.

E qui appare la vera impossibilità. È infatti quasi impossibile che la percentuale del debito in scadenza da rinnovare non convertito possa essere liquidato in euro (per non parlare del pagamento degli interessi). Difficilmente anche un avanzo consistente di bilancia commerciale potrebbe garantire i fondi in euro necessari (a meno di notevoli influssi di capitali).

L’aiuto concordato più utile sarebbe che tutti i paesi europei accettassero la conversione in lire di tutto il debito italiano denominato in euro, ma non sembra proprio che l’opinione pubblica tedesca possa accettare una soluzione di questo tipo, affrontando più che il rischio, la certezza di una successiva svalutazione. Mentre la mancata conversione, anche solo della detenzione estera, avrebbe come conseguenza un aumento del peso del servizio del debito difficilmente sopportabile; quantomeno temporaneamente, fino alla liquidazione; con i problemi connessi.

Sembra abbastanza improbabile che le autorità europee possano accettare la conversione di tutto il debito italiano, di cui la Bce possiede una parte. È possibile che la cosa sia oggetto della trattativa, ma il debito costituisce un’obbligazione di restituire euro da parte chi ha ricevuto euro. Non pare un ostacolo superabile. E avere una parte del debito ancora denominata in euro renderà molto più gravosa la sua gestione. Più o meno come fu per l’Argentina avere un debito ancorato al dollaro.

E poi c’è tutto un campo scivoloso di contenziosi in cui l’aspetto ‘concordato’ dell’u­scita potrebbe aiutare a limitare i danni. Ad esempio, ci sono dei saldi nel passivo della Banca d’Italia, i Target 2, che sono registrazioni di trasferimenti di fondi dall’Ita­lia, poniamo, alla Germania. Queste registrazioni, all’interno dell’euro,non sono debiti effettivi da ripagare (nonostante il parere contrario del prof. Sinn). Ma cosa succederebbe in caso di uscita?

La soluzione più ragionevole sarebbe che fossero convertiti in debiti ‘monetari’ della Banca d’Italia, cioè in disponibilità in lire della Bundesbank (in analogia con altre sue disponibilità in dollari o yen) per esempio presso la Banca d’Italia. Ma, per l’appun­to, tutta la polemica sollevata  dal prof. Sinn  potrebbe rendere difficilmente accettabile questa soluzione all’opinione pubblica tedesca. Se la Bundesbank pretendesse che quei saldi restassero denominati in euro,diventerebbero veri debiti della nostra banca centrale in una moneta non di sua emissione.

E che ne sarebbe di tutti i depositi in euro di banche estere in banche italiane; verrebbe accettata la conversione? O verrebbero trattati come depositi in valuta? Forse in questo campo un consenso europeo potrebbe infatti aiutare. Ma non è un grande aiuto rispetto  tutti gli altri problemi che possono sorgere, prima durante e dopo la conversione degli euro in lire.

Naturalmente i problemi ‘pratici’ della sostituzione delle banconote e tutti i problemi connessi sono abbastanza secondari. Come invece non sarebbero stati nel caso di una moneta ‘parallela’ greca; dove invece questi problemi ‘pratici’ avrebbero potuto causare situazioni di caos monetario.

Il punto cruciale della storia è che tutte le obbligazioni, private o pubbliche, che non si riuscirà a convertire, o daranno luogo a contenziosi senza fine, o costituiranno pesanti aggravi dei bilanci, anche privati, ma soprattutto di quello pubblico.

La Transizione in uscita III: dopo il passaggio.

Il primo effetto prevedibile del passaggio alla moneta nazionale sarebbe quello di una sua svalutazione. Questa sarebbe inevitabile in quanto i mercati darebbero un prezzo alla sopravvalutazione latente dell’euro ‘italiano’, simmetrica rispetto alla sottovalutazione latente dell’euro ‘tedesco’. Per riportare le due monete, finalmente autonome a un rapporto di equilibrio il primo movimento dei mercati sarebbe una svalutazione della lira; difficile valutarne la dimensione. Ma se anche ci fosse un accordo con le autorità europee per una banda di oscillazione è assolutamente improbabile che questa prima svalutazione ‘correttiva’ resti all’interno della fascia. Ovviamente le autorità monetarie italiane dovrebbero lasciar oscillare la moneta, e non è prevedibile quanto a lungo e quanto ampio sarebbe l’aggiustamento.

La conseguenza interna della svalutazione della moneta è così ovvia che non vale la pena dilungarsi. Si svilupperà un’inflazione a livelli superiori di quest’ultimo decennio che ricadrà necessariamente sulle categorie che non possono scaricare sul prezzo dei propri servizi resi l’aumento del costo degli acquisti. Quindi, sulla grande maggioranza di lavoratori dipendenti, pubblici e privati, pensionati, piccoli commercianti e piccole partite IVA, con ulteriori effetti di impoverimento relativo.

Tenendo peraltro conto del fatto che la recente legislazione sul mercato del lavoro ha indebolito la capacità contrattuale dei lavoratori. L’uscita sarebbe accompagnata da un’abolizione di questa legislazione? Nelle intenzioni forse. Ma sicuramente non potrebbe essere ‘concordata’ con l’Europa, e ancor meno con la Germania. In quanto ci era stata richiesta in termini quasi ultimativi proprio dalla Ue e quindi in quanto parte organica della permanenza nell’eurozona, difficilmente la non-abolizione potrà non fare parte del pacchetto di un’uscita ‘concordata’.

Dall’approccio a questo problema che pare dominante è che l’aspettativa implicita è che questo passaggio si risolva in una ritorno alla situazione degli anni Novanta, di una moneta oscillante all’interno di una banda, dopo un’iniziale svalutazione. L’espe­rienza storica indica che la situazione è decisamente meno rassicurante. E lo si può capire meglio da una campo parallelo, ma strettamente correlato, quello dello spread sui titoli pubblici; cioè della  differenza tra i rendimenti italiani e quelli tedeschi, considerati i più sicuri.

Questo spread si era impennato nel ’92, in concomitanza con la svalutazione, perché ovviamente chi comprava titoli italiani voleva un compenso per il rischio di cambio, cioè per il rischio che il titolo perdesse valore per la svalutazione della lira, e si era impennato nuovamente tra il ’94 e il ’95. Per poi diminuire costantemente fino al ’99. Evidentemente i mercati cominciavano a credere sia nella scommessa dell’euro sia nella possibilità che l’Italia vi entrasse. Questo a sua volta creò le condizioni per il rientro della lira  nel serpente monetario (lo SME) nel 1996. Quello che si vuole dire è che il funzionamento positivo della banda di oscillazione fu aiutato allora dalla decisione dei mercati di scommettere sull’ingresso dell’Italia nell’euro. Difficilmente una dinamica in uscita può godere oggi di questo aiuto; è più probabile che i mercati agiscano in senso destabilizzante.

Quindi una serie di effetti dovuti all’instabilità dei cambi si potranno riflettere anche sul peso del servizio del debito (dal ’93 al 2000 ben 5 punti di Pil furono risparmiati sugli interessi del debito; grazie alla convergenza operata dai mercati mondiali). Così come si potranno anche riflettere, nella misura in cui non saranno scontati prima, sulle reti produttive internazionali in cui sono inserite le imprese italiane. L’uscita da una moneta di riserva come mezzo di pagamento difficilmente le potrà lasciare intatte o mantenerne le condizioni attuali di costo.

Uno degli effetti positivi dell’uscita, ritenuto sicuro, sarà che la svalutazione darà un impulso alle esportazioni. L’esperienza di una ripresa dell’export in questi ultimi anni dice che la svalutazione esterna dell’euro non ha trainato le nostre esportazioni, che sono cresciute invece nella zona euro. Un miglioramento del cambio può forse ulteriormente incrementare proprio le esportazioni intra-europee, mentre non è chiaro quanto incrementerebbe quelle extra.

Mentre, in condizioni di instabilità, dopo l’uscita, diventerà di nuovo cruciale – come in decenni passati – il mantenimento di un avanzo di bilancia commerciale e l’accum­ula­zione di riserve valutarie diventerà un obbiettivo prioritario; in una situazione in cui la nostra moneta non sarà più moneta di riserva mondiale e non ci permetterà quindi di affrontare squilibri di bilance commerciali. Qualsiasi scostamento da questo obbiettivo dovrà essere corretto, come in passato, da manovre deflattive. Che continueranno quindi a incombere sulla politica economica italiana.

In queste condizioni pensare a un rientro nell’euro, come contemplato dalla proposta Sinn-Schäuble, sembra piuttosto improbabile. Bisognerebbe riportare l’inflazione verso il 2%, il deficit al 3%, e quella percentuale del debito sul Pil, che allora ci fu graziata, il 60%, lo sarebbe di nuovo? E quindi, dopo le politiche necessarie per mantenere l’equilibrio esterno della bilancia di pagamenti, dovremmo tornare a sottoporci alla terapia d’ingresso, senza neppure quelle aspettative positive. E senza la cooperazione autonoma dei mercati finanziari, come ci fu negli anni Novanta. È dubbio che sarebbe desiderabile, ancor più che sia possibile. Quindi il rientro è solo un modo per tranquillizzare settori di opinione pubblica con promesse impossibili.

Ci si può chiedere: riconquistare la sovranità monetaria implica la revoca del divorzio Banca d’Italia-Tesoro e tornare al finanziamento monetario del deficit? E la riconquistata sovranità fiscale comporta la possibilità di fare politiche autonome di rilancio dell’economia e dell’occupazione? Perché sicuramente essere usciti da quelle sovranità ha comportato l’inibizione dell’uso della leva del bilancio dello Stato a questo scopo. Da molto tempo, peraltro. 

L’esperienza della presidenza Mitterrand dei primi anni Ottanta chiarisce che politiche keynesiane ‘in un solo paese’ non sono sostenibili, perché aprono voragini nella bilancia commerciale. Oggi invece, paradossalmente, Marie Le Pen, che torna a promettere quelle politiche, potrebbe anche realizzare la promessa proprio restando nell’euro piuttosto che uscendone; approfittando cioè della sospensione del vincolo di un aggiustamento della bilancia di pagamenti che questo assetto consente.

Il controllo dei movimenti di capitali potrebbe limitare solo un aspetto della questione. Il vero malfunzionamento dell’euro non è tanto che la sovranità fiscale è stata limitata in capo agli Stati, quanto che con il pretesto dell’assenza di uno stato federale non si è pensato, non si è voluto pensare a qualche modalità sostitutiva a livello europeo. Si volle porre i governi sotto il vincolo ‘artificiale’ delle regole dei Trattati. Ma un’uscita riporterebbe il paese uscente sotto il vincolo ‘naturale’ dei mercati finanziari mondiali.

Il grande spazio tedesco.

Il problema dell’offerta di ‘uscita concordata’ dall’euro non è tanto ‘chi’ l’ha proposta: Schäuble; cioè un – il – politico di punta della destra tedesca. Quanto il progetto ‘europeo’ implicito in quest’offerta. Potremmo definire questo progetto come un progetto di grande spazio tedesco. E, sia ben chiaro, l’uscita di uno o più paesi dall’euro non fa uscire da questo grande spazio. Anzi, vi fa entrare.

Bisogna infatti pensare a questo progetto a partire proprio dal cuore teorico della dirigenza tedesca del dopoguerra: l’ordoliberismo. L’essenza dell’ordoliberismo sta per l’appunto in questo prefisso ‘ordo’. Cioè, per quanto ‘liberismo’, cioè ordinamento fondato sul ‘mercato’, il prefisso implica un ‘limite’ al mercato, una regola, che si esprime in particolar modo in una gerarchizzazione, come in qualsiasi ordo.

Non si lascia fare tutto al mercato. O meglio lo si lascia fare dove non c’è alcun interesse a limitarlo, o addirittura gli si creano condizioni favorevoli, si fa l’apripista del mercato, dove non riesca a farlo da solo, come per il famoso pacchetto di riforme del mercato del lavoro Hartz, approvato in Germania nei primi anni Duemila.

Il punto essenziale di questa riforma non è semplicemente la debolezza di mercato della fascia di contratti ‘precari’, ma la segmentazione ‘gerarchizzata’ del mercato del lavoro; che costruisce una serie di fasce a tutele decrescenti, la cui fascia più debole, peraltro, non a caso ha una distribuzione geografica maggiormente concentrata nel­l’Est tedesco. Cioè alla gerarchizzazione funzionale è associata una gerarchizzazione ‘spaziale’. Dentro alla Germania, ma anche tra Germania e paesi sub-fornitori, come Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e altri. Tutti a garantire la profittabilità sui mer­cati mondiali dell’assemblaggio finale tedesco.

Anche perché se il progetto di ‘uscite concordate’ si dovesse sviluppare l’euro cen­trale si rivaluterà e questo metterà sotto pressione la redditività centrale; che potrà es­sere recuperata nei paesi satelliti mettendo sotto pressione il costo del loro input nelprezzofinale. Sia che possano scegliere tra la svalutazione della moneta o la ‘svaluta­zione interna’ dei salari, il risultato sarà lo stesso: la riduzione dei salari reali all’in­terno e la riduzione del costo delle componenti prodotte nell’area satellite.

Quindi, una gerarchizzazione spaziale sta alla base ordoliberista del grande spazio te­desco. Al centro di questo grande spazio starebbe non solo la Germania, ma anche il nucleo di paesi che, oltre all’omogeneità politico-culturale mostrata nelle recenti vicende europee, soddisfa anche alla condizione di garantire un’area valutaria ottimale, come elaborato decenni fa’ dal Nobel Robert Mundell. Paesi, cioè, dal punto di vista economico sufficientemente omogenei da non provocare spinte centrifughe in conseguenza di un’unifica­zione monetaria.

La Francia non entra precisamente nel quadro. Un’economia troppo poco orientata all’export e troppo dipendente da una domanda interna alimentata da un welfare ancora molto generoso. Quasi agli antipodi della concezione tedesca. Ma qui fa ovviamente aggio la politica; anche se il retropensiero che le cose prima o poi dovranno essere rimesse a posto sembra animare certi ambienti tedeschi, e anche francesi.

La Germania non può fare a meno della copertura politica francese, ancor più proprio ora che nelle situazioni di crisi, come quelle ucraina e greca, è stato visibile che il decisore ultimo per la posizione europea è stata la Germania. Di conseguenza era tanto più necessario che non emergesse l’immagine di ‘un paese solo al comando’. Anche in nome degli storici legami ‘carolingi’, la Francia fa parte del ‘cerchio interno’ di questo grande spazio.

E ancor meno c’entrano i paesi mediterranei, Italia, Spagna – Portogallo per affinità – i cui problemi proprio per le dimensioni richiederebbero un cambiamento di linea rispetto ai Trattati intollerabile per la Germania (la Grecia è un caso a parte; gode di tutte le manchevolezze mediterranee, ma è stata scelto per fungere da esempio nella convinzione, quantomeno semplicistica, che la piccola dimensione impedisse la trasmissione di effetti negativi, economici e politici, al resto europeo).

La presenza di questi paesi pone un dilemma insolubile. Per procedere nella costruzione europea bisogna affrontare in qualche modo il problema accantonato a Maastricht, ma ineludibile, come ha mostrato la crisi, della istituzionalizzazione di una qualche sovranità fiscale ‘esterna’ agli Stati dell’euro, con poteri discrezionali di intervento (‘unione di trasferimento’ e ‘solidarietà’ sono solo definizioni vaghe del problema; ‘federalismo subito’ ne è u­na soluzione prematura).

La presenza di paesi di grandi dimensioni, in cui sulla domanda interna ha avuto  storicamente un ruolo importante (anche per l’Italia, soprattutto a partire dagli anni ’70), refrattari al riorientamento radicale richiesto dal modello tedesco, esigerebbe un o­rientamento di fondo di questo ‘decisore’ fiscale inaccettabile per l’ordoliberismo. Per di più quest’area mediterranea potrebbe sempre trovare un certo sostegno nella Francia; una regione in un certo senso ‘anfibia’. La soluzione drastica del dilemma sta nell’uscita, per l’appunto ‘concordata’, di questi paesi.

Quindi, il progetto implica un cerchio interno; e intorno vari cerchi periferici. ‘L’Eu­ropa a due velocità’ non è un’Europa ristretta, è un’Europa allargata, ma ‘gerarchizzata’. Il ‘cerchio interno’ omogeneo – economicamente, ma anche politicamente, come la Finlandia – poi un’area dei paesi di dimensioni rilevanti che sono stati gentilmente invitati a risolversi propri problemi da soli; che poi domani si vedrà. E l’area ulteriormente ‘periferica’ degli altri paesi, tra cui gli ex-paesi socialisti; qualcuno dei quali potrebbe anche essere promosso domani, ma intanto sono oggi strettamente funzionali al ‘centro’ industriale.

Ma tutti ‘dentro’ il grande spazio.

PS – Il che’ ridefinirebbe anche lo spinoso problema del rapporto con gli Usa implicito nelle difficili trattative sul TTIP. Avendo ‘omogeneizzato’ il nucleo interno europeo, ciò renderebbe più facile trovare un punto di mediazione tra il liberismo anglosassone e l’ordoliberismo germanico; che è la questione di fondo più spinosa sul tavolo. Senza interessi divergenti, e senza quinte, seste e settime colonne dell’amico americano a confondere le trattative.

Timeo Danaos et dona ferentes.

Ma per arrivare a realizzare il progetto di grande spazio,a questo punto bisogna concordare l’uscita dei paesi troppo grandi e troppo disomogenei per restare. Ma quali potrebbero essere le contropartite di quest’uscita?

Abbiamo già visto come i margini contrattabili di azioni delle istituzioni europee nel quadro della transizione verso l’uscita dall’euro del paese che l’abbia concordata difficilmente potranno essere rilevanti, e soprattutto difficilmente potranno mettere in discussione alcuni postulati centrali della gestione di Trattati, a riguardo del ruolo della Bce in queste circostanze e delle politiche nei confronto di debiti dei paesi uscenti. Sembra più probabile che l’offerta abbia un contenuto più consono all’atteg­giamento di fondo della dirigenza tedesca tedeschi; cioè interventi di mercato, insieme a un minimo necessario di intervento assistenziale, come fu nel caso dell’integra­zione della Germania dell’Est.

A prima vista potrebbe sembrare che investimenti per acquisizioni, i foreign direct investment tanto caldeggiati dalla stampa economica potrebbero essere parte della soluzione; in particolare fornendo quegli influssi di capitali necessari per mettere in sicurezza la bilancia dei pagamenti.

Indubbiamente, in un primo momento gli imprenditori del centro potrebbero anche gentilmente prestarsi a sollevarci dell’incombenza di gestire i pezzi migliori del nostro apparato produttivo perché, si sa, non ne siamo all’altezza. Ma il paradosso è che sono proprio i pezzi dove siamo all’altezza della sfide internazionali che sarebbero desiderabili. Quelli inadeguati ci verrebbero lasciati.

Però, potrebbe essere una soluzione poco duratura. In queste situazioni di accentuata disparità centro-periferia i fondi vanno naturalmente al centro. Quindi dal punto di vista finanziario un loro rapido ritorno al centro ci lascerebbe con tutti i problemi di bilancia di pagamenti che avevamo prima; dove cioè trovare la valuta di riserva mondiale per far fronte sia a eventuali deficit di bilancia commerciale anche, che a probabili continui deflussi di capitali?

E allora in che cosa potrebbe consistere l’offerta in cambio di un’uscita concordata. Proviamo a usare una parola grossa: un Piano Marshall per i paesi del Sud. E’ plausibile? Molto poco. Perché è in contraddizione diretta con l’obbiettivo strategico di tipo economico della proposta di uscita concordata.

Il punto strategico cruciale, che si può ritenere difficilmente contrattabile del modello dell’ordoliberismo è la continua competitività sui mercati mondiali. Ci sono pochi dubbi che Il punto hayekiano e anti-keynesiano è e sarà mantenuto con ferrea determinazione. Per questo, per non modificarlo, si sta giungendo all’offerta di uscita.

La crescita non ha avuto, quantomeno in Germania, a e non dovrà mai assolutamente avere un pilastro nella domanda interna che deve, come l’intendence, solo seguire. E allora è decisamente dubbio che una politica di eventuali aiuti ai paesi della periferia usciti possa infrangere questo postulato.

Si può pensare che sia accettabile per la dirigenza tedesca che in quei paesi, dopo l’uscita l’occupazione cresca trainata dalla domanda interna, con lo sgradito corollario dell’aumento di forza contrattuale dei lavoratori e quindi dell’aumento dei salari; il che’ andrebbe a incidere sulla catena del valore centro-periferia; cioè, sarebbe accettabile che i componenti costassero di più?

Quindi è molto dubbio che si proponga l’uscita offrendo in cambio un Piano Marshall individualmente ai vari paesi uscenti. E’ molto più probabile che l’offerta di uscita venga avanzata al fine di non fare un Piano Marshall intraeuropeo, che riguardi tutti i paesi, oggi.

Appare abbastanza evidente che questi gruppi dirigenti tedeschi e non, egemonizzati dalla Germania, non vogliano accettare oggi un rilancio che potremmo chiamare in senso lato ‘keynesiano’, in quanto basato soprattutto sul rilancio della domanda interna dei paesi della periferia. Probabilmente nel timore che questo si si propaghi a tutta l’Ue; in quanto è proprio questo tipo di rilancio che andrebbe a colpire la base strategica del modello ordoliberista. Si può davvero credere che ci propongano di uscire per fare dopo quello che non vogliono fare adesso? Molto improbabile.

Non ho preso in considerazione la ‘ristrutturazione’ del debito italiano, ristruttura­zione che faceva e fa parte, come dice la stessa Merkel, dell’offerta alla Grecia. Per l’ov­vio motivo che per ‘ristrutturare’, cioè allungare scadenze, abbassare tassi ed e­ventualmente cancellarne una parte, bisogna che il paese sia fallito (come e di fatto era la Grecia nel maggio 2010, in quanto uscita dal mercato finanziario mondiale; poi presa in ‘amministrazione controllata’ dalla Trojka). Sennò non si può.

Spero proprio che l’«aiuto» non consista nel farci fallire per poi poter ristrutturare il debito. In realtà il problema del debito andrebbe affrontato con una Conferenza che ne studiasse le modalità di trasformazione. Magari prendendo in considerazione la proposta denominata PADRE, che riguarda in special modo i debiti di paesi europei detenuti da istituzioni europee.

Ma anche qui si vede la differenza radicale di approccio. Così come nel caso delle politiche di stimolo fiscale si rifiuta un approccio complessivo offrendo l’uscita per non farlo, e magari compensando con qualche aiuto ai paesi uscenti, così anche nel caso del debito si rifiuta di affrontare il problema complessivo, che ha invece una ragione complessiva. Il debito è, infatti, esploso per via della crisi, ma l’austerità successiva ha aggravato, da molto a enormemente, il problema. Ma, pur di non ammetterlo, si preferisce far uscire i paesi con promesse più o meno mantenibili di ‘ristrutturazione’.

Conclusioni.

Quindi, dopo tutte queste riflessioni dobbiamo concludere che non dobbiamo uscire dall’euro, né domani né mai? O dobbiamo concludere che siamo senza alternative, se non accettare la proposta di uscita? Partendo dal fatto che la vicenda greca ci fa concludere per una crisi irreversibile del progetto europeo? E dal postulato che data l’evidente «irriformabilità» delle istituzioni europee, non si può che abbandonarle?

O forse un’alternativa c’è?

Forse, la situazione non è stata chiusa dall’ukase alla Grecia; ma è stata aperta da quell’u­kase.

Forse, bisogna partire dal giudizio che, per quanto la trattativa Ue-Grecia sia stata chiusa con la violenza del diktat al governo di Syriza, la situazione sta aprendo nuove contraddizioni. Cosa succederà nelle prossime trattative che dureranno mesi se il Fmi si sfilasse dall’accordo? L’opinione pubblica tedesca accetterebbe un maggiore es­borso? Molto dubbio. La Germania passerà al piano B della Merkel, cioè al piano A di Schäuble? E la Merkel ha un bel trattare Schäuble come un ‘collaboratore’. Schä­uble è un competitore, e alquanto duro, per soprammercato. Ci provi la Merkel a tornare al Bundestag con un piano più gravoso.

Ma se davvero, come possibile, questo diktat alla Grecia può mettere in moto dinamiche di dissoluzione del quadro europeo, perché affrettarsi ad accettare subito singolarmente il piano A di Schäuble, rischiando di affrontare in isolamento i problemi tutt’altro che trascurabili dell’uscita della sua gestione futura?

Semmai queste contraddizioni si sviluppassero fino a mettere all’ordine del giorno la dissoluzione della zona euro, perché scappare come topi dalla nave con la prospettiva di annegare subito da soli, invece di cercare di far emergere in questa crisi uno schieramento che possa proporre eventualmente, se la scelta si imponesse, delle modalità di scioglimento della zona euro ben diverse da quelle di lasciare il campo libero ai piani A o B dei dirigenti tedeschi? È l’ipotesi di grande spazio  sottostante all’offerta che non solo non convince, ma va combattuta: e non si combatte uscendo, ma non uscendo 

La Grecia aveva il coltello alla gola, ma Spagna o Francia sarebbero in condizioni migliori per intavolare uno confronto con l’Europa (possibile con vittorie di Podemos, e perfino della Le Pen; ma meglio sarebbe di Dominique Strauss-Kahn). Se non altro perché un fallimento spagnolo o francese farebbe fallire il sistema bancario tedesco (e non ci sarebbero reti di salvataggio che tenessero). E quindi penso che eventuali confronti di questo tipo sarebbero più efficaci restando nell’euro, non uscendo. Anche perché fuori non ci sono molte sponde. Si è già visto come sia cambiata la situazione da quando la Russia aveva offerto un prestito alla Grecia. Né si può contare molto sui Brics. La loro iniziativa di banche d’investimento suscita interesse, ma la dimensione delle risorse mobilizzate è decisamente ridotta, e non consentirebbe certo sostegni a interi Stati.

E comunque c’è molto altro da fare. Anche perché pare che, soprattutto in Italia, si facciano i conti senza l’oste. In Grecia comunque Syriza governa, in Spagna Podemos potrebbe diventare un partito di maggioranza relativa e, perfino in Francia, un personaggio come la Le Pen – meglio se DSK – potrebbe vincere su una linea anti-grande spazio tedesco.

Ma qui, chi poi, qui, dovrebbe fare sua la bandiera dell’accettazione della proposta Schäuble: Renzi, Padoan? La sinistra? Quale sinistra? Quella che non c’è? Quella composta da un grande partito di astenuti e astenendi? E dall’altra parte piccole formazioni, o singoli personaggi, tutti impegnati a costruire convergenze difficili, se non improbabili? Senza nessun collegamento vero, vivo, con quel­la massa di popolo di sinistra senza casa né riferimenti?

La crisi che si può aprire proprio grazie all’ostinazione di Tsipras di non accettare la proposta di Schäuble ci può portare lontano, in acque non esplorate.

Questa è l’alternativa. Seguire la dinamica politica aperta dalla scelta di Tsipras di non uscire che ha aperto immediatamente contraddizioni che molto probabilmente si svilupperanno. Seguire con gli occhi aperti senza accettare troppo precipitosamente la proposta di Schäuble, soprattutto ‘non’ prima che tutte le contradizioni del progetto di grande spazio tedescoabbiano cominciato a svilupparsi, in Germania, in Europa, ma anche tra Europa e Stati Uniti e Russia.

Quindi, concludendo: troppa fretta, compagno Fassina; aspettiamo e lavoriamo per gli sviluppi (e scusa per la parafrasi; ma era una tentazione irresistibile).

PASTRELLO-_SCHAUBLE_GRANDE_SPAZIO_2.pdf

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