La legge del più forte mette in crisi l’Unione

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di Felice Roberto Pizzuti*

Il refe­ren­dum greco avrebbe dovuto con­tri­buire ad indi­riz­zare il dibat­tito verso aspetti più strut­tu­ral­mente con­nessi al pro­cesso d’unificazione euro­pea, ma – almeno finora –pre­val­gono prese di posi­zione su aspetti con­giun­tu­rali e spesso di carat­tere visce­rale, men­tre più che mai sareb­bero neces­sa­rie razio­na­lità e visione sto­rica.
Un prin­ci­pio che guida le auto­rità tede­sche – seguite con imba­raz­zante disci­plina da quelle degli altri paesi dell’Eurozona — è che i gover­nanti greci non pos­sono disat­ten­dere le regole accet­tate (o subite?) dagli altri 18 paesi; altri­menti, i loro cit­ta­dini dovreb­bero pagare le con­di­zioni di favore accor­date ai greci, il che sarebbe ingiu­sto e inac­cet­ta­bile. Si aggiunga che i tede­schi (e i loro fol­lo­wers) pon­gono una que­stione di fidu­cia che non sarebbe cor­ri­spo­sta dai greci (e da altri paesi medi­ter­ra­nei). Da qui la resi­stenza a con­ce­dere anche solo fles­si­bi­lità rispetto alla poli­tica del “rigore”. Lo stesso refe­ren­dum è stato visto come un esca­mo­tage del governo Tsi­pras per sfug­gire alle sue respon­sa­bi­lità e, dun­que, ha ulte­rior­mente stiz­zito la signora Mer­kel e il suo mini­stro Schau­ble che hanno riba­dito l’impossibilità di ricon­trat­tare il debito
A que­ste posi­zioni che pre­ten­dono di essere anche eti­ca­mente rigo­rose è facile ribat­tere la loro ingiu­sti­fi­cata pre­sun­zione. Le ban­che tede­sche e fran­cesi hanno per lungo tempo pra­ti­cato l’azzardo morale di acqui­stare titoli del debito pub­blico greco che ren­de­vano il 16% pren­dendo a pre­stito dalla Bce all’1%; esse spe­cu­la­vano con­tando sul para­ca­dute (molto poco etico) for­nito dalla diar­chia franco-tedesca sull’Unione euro­pea che non avrebbe con­sen­tito un default greco prima che le loro ban­che si fos­sero libe­rate di quei titoli rischiosi. Il sistema tede­sco (in quel caso insieme a quello fran­cese) ha usu­fruito di quella situa­zione asim­me­trica che per gli altri paesi si tra­mu­tava in un onere.
L’accusa rivolta ai greci di aver vis­suto al di sopra delle loro pos­si­bi­lità trova effet­tiva rispon­denza in alcuni loro com­por­ta­menti e scelte economico-sociali che, tut­ta­via, sono stati decisi dalla pre­ce­dente classe poli­tica — cor­rotta e inef­fi­ciente — che le can­cel­le­rie euro­pee spe­ra­vano fosse ripor­tata al potere dalla vit­to­ria del Sì al refe­ren­dum. L’elevato valore del debito pub­blico greco in rap­porto al suo Pil atte­sta senza dub­bio della cat­tiva gestione di bilan­cio dei gover­nanti greci, ma l’austerity impo­sta dalla Troika ha col­pe­vol­mente con­tri­buito ad accen­tuarlo; ciò era stato pre­vi­sto ed è acca­duto in base a mec­ca­ni­smi eco­no­mici ben noti, che per anni sono stati negati, ma che ora­mai sono rico­no­sciuti anche dagli eco­no­mi­sti del Fmi, a comin­ciare dal loro Capo Oli­vier Blan­chard. Si con­ti­nua giu­sta­mente a richia­mare la Gre­cia anche per il suo ele­vato debito com­mer­ciale con l’estero e per­ché dovrebbe fare le cosid­dette riforme strut­tu­rali anche per miglio­rare la sua com­pe­ti­ti­vità, ma con­tem­po­ra­nea­mente si con­ti­nua a pas­sare sotto silen­zio che la Ger­ma­nia da 13 anni con­trav­viene la norma comu­ni­ta­ria che vieta avanzi supe­riori al 6%; eppure è evi­dente che se in un paese c’è disa­vanzo, in qual­cun altro dovrà esserci avanzo, né è logi­ca­mente pos­si­bile che tutti i sistemi eco­no­mici siano più com­pe­ti­tivi di cia­scun altro.
Ancor meno è pen­sa­bile che il modello gui­dato dalle impor­ta­zioni e dall’avanzo com­mer­ciale possa esten­dersi dalla Ger­ma­nia all’intera zona euro: se l’attuale avanzo del 7% regi­strato dalla prima si repli­casse nella seconda, l’ammontare dell’avanzo annuale supe­re­rebbe i 1000 miliardi di dol­lari, cifra ben supe­riore al disa­vanzo Usa di 700 miliardi di dol­lari che nel 2007 fu tra gli squi­li­bri finan­ziari che con­tri­bui­rono alla crisi glo­bale. La quale è stata cata­lo­gata come “crisi da debito”, ma potrebbe indif­fe­ren­te­mente essere defi­nita “crisi da cre­dito”, visto che non può esi­stere l’uno senza l’altro (e le rispet­tive respon­sa­bi­lità spe­cu­lari).
Nel 1979 Fede­rico Caffè, par­lando del pro­getto d’unificazione euro­pea e delle diso­mo­ge­neità nazio­nali, scri­veva: «Tutto il nostro impe­gno deve essere posto nell’eliminare le ten­sioni che deri­vano da que­ste diverse velo­cità …e la sta­bi­lità mone­ta­ria da sola non basta .…lo svi­luppo dell’occupazione non può con­si­de­rarsi come una con­se­guenza neces­sa­ria della sta­bi­lità mone­ta­ria… in que­ste forme di inge­gne­ria mone­ta­ria, …non si è asso­lu­ta­mente affron­tato il pro­blema del paral­le­li­smo degli obbli­ghi che devono essere a carico dei paesi ecce­den­tari». A que­sto riguardo, Caffè segna­lava due peri­coli; «il pre­do­mi­nio eco­no­mico della Ger­ma­nia e un’accresciuta influenza, a livello euro­peo, di con­ce­zioni eco­no­mi­che poco favo­re­voli al soste­gno dell’occupazione». Dun­que una buona eco­no­mia indi­cava da tempo la strada per una Unione euro­pea più equa e pro­dut­tiva.
Ma fin­ché il con­fronto rimarrà incar­di­nato sui binari attuali, l’effetto più pro­ba­bile sarà la cre­scita dei risen­ti­menti nazio­na­li­stici verso una rot­tura disor­di­nata (e non un miglio­ra­mento) del pro­getto euro­peo, con con­se­guenze che non si limi­te­ranno al dete­rio­ra­mento degli equi­li­bri eco­no­mici per tutti i cit­ta­dini euro­pei (anche per i tede­schi).
Non è un caso che Obama si stia rac­co­man­dando per­ché non ci sia la Gre­xit; spe­cial­mente in Ame­rica è dibat­tuta la pos­si­bi­lità che sia in corso una “sta­gna­zione seco­lare”; a fronte di una dina­mica delle eco­no­mie reali media­mente bassa (si sta ridu­cendo anche la cre­scita cinese), l’abbondante offerta di moneta e i bassi tassi d’interesse stanno spin­gendo verso impie­ghi finan­ziari sem­pre più rischiosi e sui mer­cati bor­si­stici si avver­tono i rischi di bolle spe­cu­la­tive già in sta­dio avan­zato.
In que­sto con­te­sto, la Gre­xit e le sue riper­cus­sioni nega­tive sulle pro­spet­tive della zona euro e dell’Unione Euro­pea intro­dur­ranno ulte­riori ele­menti d’instabilità a livello mon­diale. Sarebbe bene pen­sare a que­ste impli­ca­zioni della costru­zione euro­pea, imi­tando non le potenze vin­ci­trici della prima guerra mon­diale — le cui ves­sa­zioni risar­ci­to­rie verso la Ger­ma­nia favo­ri­rono il nazi­smo e la seconda guerra mon­diale — ma quelle della seconda — che nel 1953 scon­ta­rono il debito della Ger­ma­nia favo­rendo la rina­scita dell’intero continente.

* pubblicato su Il Manifesto

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