C’è del metodo nella follia europea

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di Alfonso Gianni*

 

Se il marziano di Ennio Flaiano tornasse tra noi, magari non a Roma, ma a Berlino o a Parigi, e potesse osservare lo scontro in atto tra la Ue e la Grecia – prima d’essere deglutito anch’esso dai mass-media e diventare una macchietta da talk show –, ne concluderebbe: “Che pazzi questi europei!”. Non potrebbe infatti capacitarsi come  creditori istituzionali che sanno perfettamente, sulla scorta di esempi storici importanti come quello della  Germania dopo le due guerre, che debiti così elevati, quale quello raggiunto dalla Grecia per colpa delle politiche impostegli dal memorandum Ue, non verranno mai pagati per intero, siano così ostinati nel respingere proposte di compromesso avanzate dal governo greco costringendo quel paese al default.  Con il risultato di ottenere meno che niente, anzi il dilagare della speculazione contro gli altri paesi in difficoltà. Eppure, ed è sempre la letteratura a darci una mano, ci deve essere del metodo in questa follia. Per quanto siamo di fronte a classi dirigenti, o meglio a elite europee, incapaci di vista e pensiero lunghi, è difficile concludere che siano solo prigioniere della loro mediocrità.

A fornirci una diversa chiave interpretativa di quello che ci appare a prima vista un puro suicidio, ci soccorre la lettura di un recente rapporto dei presidenti Juncker, Tusk, Dijsselbloem, Draghi e Schultz su come “completare l’Unione economica e monetaria dell’Europa” (Completing Europe’s Economic and Monetary Union). Vale la pena di tornarci sopra, anche per distoglierci da una troppo ossessiva attenzione alla questione della fuoriuscita o della permanenza nell’euro, e spostarla sul tema della costruzione europea, sia dal punto di vista istituzionale che politico, economico quanto sociale.

In effetti le firme in calce al rapporto sono autorevolissime e l’attesa era notevole. Ma è rimasta delusa, anche per chi fa parte del mainstream del pensiero economico. Fabrizio Saccomanni, ex ministro dell’Economia ed ex direttore generale di Bankitalia, lo considera addirittura un testo “ingannevole” e “irritante”. I cinque presidenti si affannano a progettare una nuova governance per l’Europa. Ma i suoi tempi sono desolatamente lunghi, in quanto condizionati alle compatibilità  dell’attuale panorama politico dei governi europei. Si delinea un programma articolato in varie fasi, che non solo parte già in ritardo rispetto al processo di implosione in atto,  ma ci condurrebbe in direzioni contrarie a quelle necessarie. Anche Saccomanni riconosce che tale programma “Non intacca la struttura meramente intergovernativa della politica economica europea e non contribuisce a dotare la zona euro degli strumenti per condurre una politica fiscale anticiclica”. La stessa prospettiva di una Tesoreria unica, che a un certo punto compare nel rapporto, è non solo lontana nel tempo ma non muterebbe gli assetti di fondo che vedono nella Ue un contenitore-guardiano della fedeltà dei singoli stati ai dogmi del pareggio di bilancio, in queste ore ribadito con forza da Schauble. Resterebbe in sostanza un’Europa delle patrie, visto che la crisi dello stato-nazione non verrebbe risolta né in un senso né in un altro. Di fisco e bilancio europeo non si parla neppure. Mentre un’Europa unita su basi federali è l’unica prospettiva che la possa salvare  e rendere utile. 

Se questo è il futuro, non c’è da meravigliarsi che l’uscita della Grecia dall’Eurozona venga trattata non  solo con nonchalance, ma messa in conto come un effetto collaterale desiderato delle politiche di austerità. La Grecia è paese cavia non solo per verificare quanto un popolo può resistere alla miseria importata dai memorandum, ma anche per quanto tempo può evitare lo strappo finale dalla Ue. Gli americani lo hanno compreso. Infatti, preoccupati dalla geopolitica e non certo dal benessere dei greci, hanno raccomandato inascoltati a Merkel e C. l’accordo. La visione dell’Europa che emerge dal rapporto dei cinque è persino un arretramento rispetto alla visione neocarolingia che ne ha fin qui guidato i passi. E’ coerente, per tempi e finalità,  solo con una costruzione fortemente germano-centrica.

La vittoria del No in Grecia è l’unica possibilità nel tempo breve, se non di rovesciare, almeno di mettere bastoni tra le ruote di questo progetto. La permanenza della Grecia nell’Eurozona sull’onda di un rifiuto popolare alle condizioni dei creditori, non solo rafforzerebbe il governo al tavolo della trattativa, per ora solo interrotta, ma potrebbe spostarne in avanti il merito, allargandolo al tema complessivo del debito, nell’ottica di una conferenza europea sul modello di quella di Londra del ’53, già richiamata da Syriza nel suo programma elettorale.

 

* pubblicato su Il MAnifesto il 5 luglio

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