Il referendum greco può cambiare il quadro europeo

0

di Alfonso Gianni*

 

Siamo quindi giunti ai tempi supplementari di una partita, quella fra Grecia e Ue, giocata malissimo da quest’ultima. Vista la posta in gioco più che una partita potrebbe essere definita la prima “guerra di interdipendenza europea”, secondo la brillante definizione di un editorialista economico, dato il sistema di relazioni che legano assieme i contendenti. Come in tutti gli extratime il gioco, ovvero la trattativa, si fa frenetico quanto improbabile rispetto alla modificazione degli esiti già raggiunti. Improbabile non vuole dire però impossibile. Ciò che invece è davvero impossibile, almeno per chi scrive, é  tenere il passo con il rimpallarsi reciproco di dichiarazioni e proposte, nonché riunioni, documenti, lettere ufficiali, come l’ultima di Tsipras del 30 giugno, che cercano ( o fingono ) di aprire nuovi spazi per un accordo last minute

Intanto il Fmi ha dichiarato che la Grecia è in ritardo sui pagamenti. Ovvero non ha versato il famoso miliardo e 600mila euro. E’ una inevitabile formula di rito. Ma da qui alla dichiarazione di default vero e proprio può passare anche un mese, nel quale può accadere di tutto. Del resto Usa e Cina, spingendo per un accordo, non hanno parlato a caso. Mentre Putin, sornione, attende il momento opportuno per fare nuove avance alla Grecia.

 

Se non si può rincorrere la notizia e la mossa dell’ultimo minuto, si possono tuttavia tentare alcune considerazioni. La mossa di Tsipras, quella di indire il referendum popolare per la prossima domenica, è l’elemento che ha movimentato in modo nuovo tutta la situazione. Non sorprende che molti siano più che irritati; che si sprechino le dichiarazioni di inutilità del medesimo; che, assai più concretamente, i massimi dirigenti delle istituzioni europee entrino a gamba tesa nella campagna referendaria raccomandando la vittoria del Sì. Atteggiamento del tutto inconsueto nei rapporti internazionali, ma che non stupisce più di tanto. Dopo avere perso l’indipendenza economica e monetaria, i paesi europei stanno perdendo, e il processo è molto avanzato, ogni residuo di indipendenza politica.

Fa eccezione in tutto questo vociare una dichiarazione della Merkel, che dimostra di essere a modo suo la più lucida dei suoi, la quale respinge le nuove proposte affermando che oramai bisogna attendere l’esito del referendum greco. E’ evidente l’intenzione di sfidare il governo greco e di puntare sulla sua caduta. Ma in questo modo e allo stesso tempo la cancelliera tedesca restituisce al referendum quel valore decisionale democratico che altri vorrebbero negargli. Non è poco. E’ una vittoria della politica di Tsipras.

A dimostrazione che rimettere in moto i meccanismi della democrazia, in questo caso diretta, paga, basta guardare gli scenari politici che si aprirebbero sia che vinca il No sia che vinca il Sì. In quest’ultimo caso Tsipras ha già dichiarato correttamente di non essere l’uomo per tutte le stagioni. Quindi o il governo si allargherà, fino a diventare un governo di unità nazionale, pur evitando di imbarcare le destre e i neo nazi ovviamente, oppure entro un mese verranno convocate le elezioni anticipate, che Syriza ha buone probabilità di vincere in condizioni ancora migliori della volta precedente. Se vincesse il No, come è più probabile, il governo Tsipras troverebbe una legittimazione ribadita e diretta a resistere alle imposizioni della Troika e a riproporre da posizioni di maggiore forza una trattativa che del resto non si è mai interrotta. Forse non è esattamente una strategia  win-win, come dicono gli anglosassoni, ma dal punto di vista di quello che Tsipras poteva fare nelle attuali condizioni ci si avvicina. Più oscuro e complesso è il quadro economico che si aprirà. Ma qui appunto siamo nelle famose acque sconosciute di cui ha parlato Draghi.

C’è allora da chiedersi perché la Ue si sia infilata in questa situazione, respingendo la mediazione già molto generosa e coraggiosa che Tsipras aveva avanzato una diecina di giorni fa. E’ solo miopia, irresponsabilità, coazione a ripetere delle politiche di austerità? Certamente. Ma è poco convincente che si tratti solo di questo. Probabilmente l’intransigenza di tanta parte, per ora vincente, delle elite europee ha altre spiegazioni. Siamo infatti di fronte a un debito il cui ammontare complessivo supera di poco quanto le Borse hanno  “bruciato” lunedì scorso;  al pericolo consistente di un contagio europeo della Grexit;  all’evidente fallimento politico di una costruzione europea che perde pezzi e credibilità sullo scenario internazionale: per quanto le attuali elite siano incoscienti non possono non percepire la gravità di questi che più che pericoli sono quasi certezze se la Grecia viene cacciata dall’Eurozona.

In effetti, leggendo un documento dedicato alla “riforma” della Ue, stilato da Juncker assieme a Tusk, Dijsselbloem, Draghi e Schultz, datao 22 giugno 2015  si ha l’impressione di un disegno strategico che affida comunque la responsabilità ai singoli paesi rispetto al loro bilancio. Nulla di più lontano da una idea compiutamente federale della Ue, visto che non compaiono passi concreti  né verso una comune politica fiscale tantomeno verso un bilancio comune capace di sostenere una fuoriuscita dalla crisi basata su una politica espansiva per una crescita economica e civile di nuovo tipo. In questo quadro la Ue resterebbe quella che è, aggravando anzi tutti i propri limiti e le proprie caratteristiche negative. Sarebbe un contenitore-guardiano, dominato dalla Germania e dai suoi satelliti, i paesi e le regioni del Nord, incorporati nel sistema produttivo allargato tedesco e nella sua catena di produzione del valore, che rimetterebbe ai singoli stati il compito di tenere i “conti in ordine”, pena gravi sanzioni.

 

E’ evidente che una visione di questo tipo sconta la possibilità – che a un certo punto diventerebbe un effetto collaterale desiderato – che alcuni paesi non reggano le conseguenze di una simile costruzione per loro senza via d’uscita e anziché spegnersi in una lunga a straziante agonia, decidano di andarsene. Forse la Grecia è un paese cavia proprio per questo, non solo per misurare quanti sacrifici e quanto dolore può sopportare un popolo, ma per vedere quanto può resistere prima di essere costretta allo strappo finale.

Questo disegno va quindi combattuto con grande energia da subito. Non certo facilitato,  spingendo, magari anche  “da sinistra”,  la Grecia alla fuoriuscita dall’euro. Questa sarebbe un disastro nell’immediato per le già gravi condizioni del popolo greco, ma lo sarebbe ancora di più per gli altri paesi mediterranei e in difficoltà che, oltre alle ripercussioni economico-speculative,  perderebbero un valido alleato per una modifica radicale dell’attuale Europa. Gli esiti del referendum greco, ovvero il rifiuto delle condizioni poste dai creditori nella loro attuale versione, sono uno degli ultimi baluardi per salvare dal fallimento l’idea di un’Europa federale, solidale, pacificata e pacifista, sperimentatrice di un nuovo modello di sviluppo. 

 

* già pubblicato sul Garantista

 

Condividi: