Ue e Bce responsabili del “rischio dell’ignoto”

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di Felice Roberto Pizzuti

Seguendo le cronache delle trattative tra la Grecia e l’Unione Europea, sorge l’impressione che una questione il cui esito potrebbe avere effetti drammatici per tutti e di lungo periodo sia gestita alla stregua di una partita di poker, giocata bluffando, ma avendone smarrito la consapevolezza e la rischiosità. Tuttavia va sottolineata una differenza sostanziale tra i protagonisti del negoziato: mentre i greci oggi si stanno difendendo da una politica che è analiticamente infondata, iniqua e provatamente controproducente anche per gli altri paesi membri, i loro interlocutori insistono a fini dimostrativi su quelle politiche in nome di interessi contingenti e di parte (nemmeno nazionali) che non sono componibili e compatibili con la costruzione europea la quale potrebbe ancora garantire notevoli vantaggi economici, sociali e politici a tutti i cittadini dell’Unione.

Segnali che la trattativa stia sfuggendo di mano ai suoi protagonisti vengono dalle ultime dichiarazioni del presidente della BCE Mario Draghi e dal capoeconomista del Fondo Monetario Internazionale Olivier Blanchard. Il primo, parlando al Parlamento europeo, ha detto che con l’uscita della Grecia dall’Euro (e dall’Unione) “entreremmo in un terreno ignoto” … “nel medio lungo periodo quali sarebbero le conseguenze per l’UE? Questo non possiamo saperlo”. Per il secondo “Un accordo sulla Grecia richiede scelte dure da tutte le parti” e dopo il rituale invito al paese ellenico ad assumere “misure davvero credibili”, ha aggiunto che i creditori UE dovrebbero “riprogrammare invece i pagamenti sul debito a tassi d’interesse più bassi” che è quanto l’attuale governo greco chiede da tempo.

Nei colloqui informali con chi ha responsabilità in queste trattative, da tempo si sente dire che il problema della costruzione europea sarebbe nella difficoltà della Germania e di chi condivide le sue posizioni ad avere fiducia nei paesi mediterranei; da qui la resistenza a concedere flessibilità rispetto agli accordi imposti sulla base della visione economica della “austerità”. Ma – in primo luogo – quella visione e le sue indicazioni si basano su teorie e valutazioni empiriche che si sono rivelate palesemente infondate e controproducenti (nel Rapporto sullo stato sociale recentemente presentato alla “Sapienza” viene abbondantemente documentato). Lo stesso Blanchard ha ammesso che le politiche di consolidamento fiscale imposte dal FMI ai paesi con elevato rapporto debito/Pil non producono gli effetti positivi immaginati. In secondo luogo – se è vero che i passati governanti greci hanno incrinato la reputazione del loro paese anche falsificandone le statistiche, le valutazioni econometriche prese a riferimento dal FMI per imporre le politiche di austerità ai paesi in difficoltà di bilancio (le cui condizioni sono peggiorate anche per questo) si fondavano su dati (oltre che su teorie) sbagliati e lungamente difesi contro l’evidenza. D’altra parte, quanto a sfiducia nel mancato rispetto delle regole: la Germania da 13 anni contravviene alla norma comunitaria che vieta saldi attivi della bilancia dei pagamenti superiori al 6%; nel 2003, quando il presidente del Consiglio di turno dell’Unione europea era il nostro Berlusconi, Germania e Francia chiesero e ottennero di sforare il vincolo del 3% per il rapporto deficit-Pil. Va poi ricordato che quando, nel 1990, la Germania venne riunificata i responsabili politici tedeschi non esitarono ad adottare un tasso di cambio paritario tra il marco occidentale e quello orientale che, invece, avevano valore economico diversissimo. Fu una scelta lungimirante non solo sul piano storico e politico, ma anche per realizzare – come è accaduto – un sistema economico più grande e forte.

Questi elementi di perspicacia economica, sociale e politica oggi sono carenti nei politici europei e lo dimostra non solo come viene affrontata la questione greca, ma anche come l’Unione e i paesi membri si stanno rapportando al drammatico fenomeno dell’immigrazione. Dopo aver basato la costruzione europea sulla sola logica dei mercati e della libera circolazione di merci e capitali dentro e fuori l’Unione, per le persone si arriva alla chiusura anche delle frontiere interne, dimenticando – peraltro – il contributo degli immigrati alla produzione di beni e servizi indispensabili, per la quale i nostri lavoratori sono scarsamente disponibili.

Tornare indietro in modo ordinato rispetto alla pur male impostata costruzione europea richiederebbe una collaborazione maggiore di quella necessaria per arrivare agli Stati Uniti d’Europa; sarebbe più probabile una rottura disordinata con la quale “entreremmo in un terreno ignoto”, e non solo per le relazioni economiche. Questo rischio aumenta se si crea un cortocircuito tra l’euroscetticismo nazionalistico e quello di chi giustamente sottolinea gli errori anche strutturali di come è stata costruita l’Unione, ma trascura che oggi il problema non è più evitare quegli errori (sono stati già fatti), ma come superarli senza retrocedere in situazioni peggiori.

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