Tsipras, Prodi e noi

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di Roberto Musacchio 

Mi capita, in un momento in cui c’è la massima tensione per ciò che sarà della Grecia, e dunque dell’Europa, di leggere un’ intervista di Romano Prodi fatta da Eugenio Scalfari sull’Espresso dal titolo eloquente La mia Europa non c’è più. Curiosamente, ma non troppo, di Grecia non si parla. Per il resto Prodi riprende critiche che ormai da tempo va avanzando a ciò che è diventata l’Europa. Sull’egoismo degli Stati, la cattiva gestione della vicenda libica, le scelte che richiamano la responsabilità di  Merkel,la povertà politica italiana, i grandi nodi geopolitici tra Cina, USA, Africa e Russia. In altri scritti aveva già parlato della stupidità del Patto di stabilità. Il testo può sembrare lo sfogo di uno “sconfitto”, anzi di due “sconfitti” mettendoci anche l’intervistatore, Eugenio Scalfari. Eppure, per me, merita una riflessione. Soprattutto oggi che veramente l’Europa è a un bivio e se ne profila, intorno alla vicenda Greca, ma complessivamente, dall’immigrazione alla crisi economica e sociale perdurante, alle contraddizioni geopolitiche, una crisi rovinosa. Ma anche perché ciò che c’è oggi ha le sue radici in quel passato di cui Prodi, Presidente della Commissione Europea e Presidente del Consiglio italiano, fu protagonista. E poi, perché rimuoverlo? Intorno a Prodi ha girato anche una parte significativa della nostra storia, cioè quella della sinistra che pure voleva essere alternativa.

Ho sempre pensato che la rimozione intervenuta intorno a ciò che accadde allora non ci faceva bene ad affrontare l’oggi. E neanche i facili verdetti dell’”abbiamo sbagliato ad andare al governo”. La storia a me è apparsa sempre più complicata. E, per altro, gli stessi protagonisti di allora si sono divisi tra la condanna irrevocabile dell’errore e l’assunzione invece del paradigma governista come nuova fondazione. Ora che la “Storia” porta al pettine i nodi che cominciarono a intrecciarsi allora e, d’altro canto, ridà un ruolo da protagonista  in Grecia e in Spagna alle sinistre di alternativa ma riapre anche una possibile nuova unità e rifondazione in Italia, forse provare a ripercorrere il ventennio ha più di qualche senso.

 La mia tesi, ad esempio, è che la sinistra italiana, quella che oggi diciamo giustamente sconfitta, fu la prima a doversi misurare con l’incombere della nuova era politica e cioè quella della costruzione dell’”Europa Reale”, quella specifica e particolare articolazione della globalizzazione liberista e del capitalismo finanziario globalizzato con cui oggi combatte Tsipras. Fummo proiettati in un territorio minato proprio per quelle nostre virtù che forse un po’ troppo spesso dimentichiamo. Fummo infatti capaci, a differenza di altri, di “leggere” prima e meglio la nuova era aperta dall’89 senza rinchiuderci in una visione nostalgica ma senza accedere alla narrazione elegiaca del “Nuovo Mondo”. Riposizionando una capacità critica globale con una relazione immediata e forte con i nuovi movimenti alterglobalisti e un riposizionamento di parti non indifferenti delle vecchie costruzioni storiche che venivano dal Pci e dal ’68, per altro straordinariamente durevole in Italia, dentro il nuovo quadro. Per questo non risultammo marginali o marginalizzabili come avvenne quasi ovunque altrove in Europa. Naturalmente non fummo neanche in grado di rovesciare i rapporti di forza storici, come avviene oggi in Grecia e, forse, in Spagna . Per altro la particolare dinamica del passaggio dal Pci all’attuale PD rappresenta una variante storica che merita di essere tenuta in conto per le sue peculiarità che rendono il quadro italiano diverso da quello di altri Paesi dell’Europa dell’Ovest, con qualche similitudine con quelli dell’Est. Ma è questa materia che richiede un articolo a sé.

Sta di fatto che quel nostro aggregato fu investito dalla stretta del processo di integrazione europea. Che in realtà veniva anch’esso da lontano al punto da poter rileggere la storia del dopoguerra su un doppio binario, quello dell’edificazione dell’Europa, e degli Stati, democratici e del compromesso sociale progressivo costituzionalmente sancito, e quello dell’Europa, e degli Stati, del funzionalismo capitalistico nelle sue varie fasi. E a noi capitò l’avvio della stretta funzionalistica. Non si può dire che non fossimo per nulla avvertiti di ciò che accadeva, che infatti la dimensione europea fu cominciata ad essere praticata, dalle marce per il lavoro, ai social forum, alla fondazione del Partito della Sinistra Europea assai più di quanto accadeva ai tempi del generico europeismo di sinistra che però lasciava la costruzione reale dell’Europa sostanzialmente nelle mani delle elites. Ma questo essere più avvertiti non risultò sufficiente. Certo si poteva  “scartare” l’ostacolo, considerarlo sicuramente invalicabile e “posizionarsi” nella critica radicale in attesa del maturare degli eventi. Non ho certezze e sicuramente il governo ci ha visti sconfitti.

 Di certo oggi il tema si ripropone in modi radicali e drammatici, come in Grecia. In contesti del tutto diversi, con rapporti di forza anch’essi diversi, in Grecia, ma con una “Europa Reale” già installata. Possiamo dire che ci fu un ottimismo della volontà che portò allora a provare a cambiare il corso degli eventi prima che si realizzassero? Certo fummo sconfitti. Ma anche Prodi, l’uomo del compromesso di allora, dice che questa Europa non è la sua. Sconfitto anche lui, dunque?

 Qui riprendo il filo iniziale del mio articolo che trae origine appunto dal pensiero di Prodi. Ciò  che mi colpisce è che alla volontà di provare a vedere le cose in grande, che manca del tutto alla attuale politica, non corrisponde una consapevolezza delle ragioni della propria sconfitta e dunque una rivisitazione del proprio punto di vista. Manca in Prodi una lettura della “tragica modernità” dell’”Europa Reale” e in essa del riproporsi, in forme nuove del tema dell’”egoismo degli Stati. Questa Europa è così non perché “arretrata” ma perché il funzionalismo capitalistico ha preso il sopravvento sul compromesso sociale progressivo. La sua costruzione realizzata è funzionale alla rottura degli assetti costituzionali ed alla costituzionalizzazione della finanza, dell’impresa e del mercato come valori assoluti che si fanno Stato. Se pensiamo alla BCE, essa non è una Banca senza Stato ma una Banca che si fa Stato. Ma siccome il capitalismo reale nel mentre rompe il compromesso sociale ha bisogno di valersi di forze attinte dall’ordine passato gli stessi Stati vengono rimodulati secondo questa esigenza. Frammentati, laddove ciò disarticola costruzioni non più fruibili, come nella ex Jugoslavia ma come in tutti i settori “oggetto” delle guerre Occidentali. “Imperializzati” laddove serve una funzione di comando funzionale. La “Grande Germania” messa in campo nel dopo ’89 è non a caso il fulcro di questa iper modernità che però ha tratti neomedievali.

 Li colse bene un altro protagonista di allora che fu Giuliano Amato. Se guardiamo bene tutta la modernità del capitalismo finanziario globalizzato si regge intorno a grandi aggregati, da quello storico USA, a Russia e Cina a quella che sta diventando l’EuroGermania di oggi. Per altro con una instabilità crescente che porta  Papa Francesco  a parlare giustamente di nuova guerra mondiale a puntate. E d’altronde lo stesso ISIS sembra iscriversi in questo quadro tendenziale. Per  questo è “normale” che come alla Unione Sovietica e al Socialismo Reale dissolti è succeduta la Russia, all’”Europa Reale” possa succedere l’”EuroGermania”.

D’altronde, quali altre spiegazioni dare alle scelte così palesemente ingiuste e difformi operate in questi decenni? Si prenda solo l’aiuto ingentissimo dato all’unificazione tedesca mentre si negano le politiche che dovrebbero favorire l’integrazione europea. Tutta la costruzione della moneta unica senza una politica fortissima di armonizzazione economica, sociale e produttiva e senza un controllo dei mercati finanziari rende la UE uno strumento alla mercè dei mercati finanziari stessi e della costruzione di una EuroGermania. La doppia crisi, Greca e della Gran Bretagna, vanno precisamente in questa direzione. Le cui conseguenze saranno nuovi conflitti dentro e fuori, ad esempio tra una Germania non più “coperta” dallo schermo europeo e gli  USA.

Non è dunque un caso che in questa Europa Prodi, che pure non poco ha contribuito ad edificarla pensando di poter comandare il genio capitalistico liberato dal vaso, si senta sconfitto. Ma con lui sono sconfitti i socialisti e le sinistre moderate europee, irrimediabilmente. Ancora il voto in Danimarca di questi giorni ce lo conferma. Come conferma che la guerra mondiale a puntate di cui parla Francesco è anche una guerra nelle nostre case, quella contro i migranti. Anche qui, non a caso, è quasi solo il Papa a prendere parola. Ma è qui che si palesa massimamente il carattere “reazionario” della nuova “modernità”. La fine della servitù della gleba, la libertà di muoversi per cercare lavoro fu l’inizio di quella che allora era la modernità del capitalismo ma anche del futuro movimento operaio. Oggi si torna alla schiavitù. Per questo, non a caso, gli unici veri leader che possono salvare l’Europa sono quelli che la pensano radicalmente diversa, da Tsipras a Iglesias. E sono gli unici baluardi contro le destre xenofobe.

 Lezione che dovremmo avere bene in mente in Italia oggi che la “corsa” tra i tre populismi, voluta da Renzi, tra lui stesso, Grillo e le destre si comincia a palesare per quello che è e cioè una vera roulette russa. Solo una sinistra fuori e contro l’ordine reale, alternativa ad esso, può salvare l’Europa. Per quello che essa ancora vale dal punto di vista dei suoi accumuli storici che sono ancora molti e preziosi e che per questo vogliono essere spazzati via. Le strade di salvezza di questa Europa passano dalla stretta drammatica greca. Tsipras sta mostrando che, grazie al rapporto col suo popolo e alla sua idea diversa di Europa, si può non piegarsi. Se resiste dovrà cambiare l’Europa. Mettendo al centro l’armonizzazione sociale, rendendo democratica la gestione dell’Euro, bonificando la finanza. Tutti però dobbiamo fare la nostra parte.

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