Per abbattere i muri dell’ Europa. Il 20 giugno a Roma

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di Raffaella Bolini

Un altro muro. E’ quello che ieri ha annunciato di voler costruire il governo ungherese.

Una cortina di ferro lunga 175 chilometri e alta 4 metri si dovrebbe ergere al confine con la Serbia, per impedire a rifugiati e migranti di entrare nel paese. E’ amara l’ironia della storia: il 2 maggio del 1989 fu proprio l’Ungheria a iniziare lo smantellamento dell’altra cortina di ferro, quella che divideva l’Europa dell’Est da quella dell’Ovest.

Il muro ungherese si aggiungerà a quello che separa le enclaves spagnole di Ceuta e di Melilla dal Marocco. A quello sulla frontiera greco-turca, solo 12 chilometri ma sufficienti a chiudere il passaggio di terra. Di recente costruzione il muro alla frontiera fra Bulgaria e Turchia, che è in via di completamento per coprire tutta la lunghezza della frontiera. 270 chilometri di filo spinato per bloccare il passaggio soprattutto dei siriani.

Poi ci sono i muri liquidi del Mar Mediterraneo -Canale di Sicilia, Mar Libico, Mar Egeo soprattuto ma non solo- che ha fatto almeno 23.000 morti negli ultimi quattordici anni. Ci sono i muri mobili come quello eretto dalla Francia in questi giorni con la sospensione di Schengen o quello che tutti i giorni, sui treni alla frontiera italo-austriaca blocca e controlla chiunque non abbia la pelle bianca.

L’Europa che si vanta di essere culla della democrazia è già tutta un muro. E’ un muro legislativo il regolamento di Dublino, in base al quale il rifugiato registrato all’arrivo in un paese è obbligato a rimanere segregato entro le frontiere di quel paese.

Sono muri gli accordi di riammissione, che imponiamo a tutti i paesi di vicinato – nella sponda sud del Mediterraneo e ad Est – in cambio dei cosiddetti aiuti allo sviluppo, affinché accettino di riprendersi i respinti che sono partiti dal loro paese per arrivare in Europa.

E’ un muro il “processo di Rabat” per esternalizzare le frontiere, obbligando i paesi della sponda sud del Mediterraneo a fare da gendarmi in nostra vece, perché meno persone possibili riescano a passare nel loro viaggio verso l’Europa.

Ma sembra non bastare: la Unione Europea ha iniziato il “processo di Khartoum” con paesi come il Sudan, il Sud Sudan, il Niger, l’Eritrea e la Somalia per fermare i migranti ancora più a sud lasciandoli morire intrappolati nel deserto, nelle guerre o nelle dittature. Così non  ci daranno più fastidio, non li vedremo neppure più.

È un muro immenso la continua generazione di allarme e di emergenza che alimenta la paura e il razzismo.

Senza alcun motivo reale. L’Europa accoglie un briciolo dei rifugiati del pianeta. La grandissima parte di essi è ospitato nei paesi del sud del mondo. In tutta l’Unione Europea ci sono neppure due milioni di rifugiati. Il Libano da solo ha accolto 1,2 milioni di siriani: uno su quattro dei suoi abitanti è un rifugiato. Al tempo della prima crisi libica, la Tunisia democratica appena emersa dalla rivoluzione, senza un soldo, ha accolto senza fiatare un milione di persone.

Con la nuova Agenda Europea della Migrazione che l’UE vuole approvare, chiuderemo ancora di più le nostre già serrate frontiere e scaricheremo su questi paesi fragili e a rischio un peso ancor più grande. C’è solo da vergognarsi oggi ad essere europei, di fronte al mondo intero. Seminiamo vento e disastri. Non facciamo niente per aiutare la democrazia nel sud, anzi diamo il cattivo esempio.  Raccoglieremo tempesta, se non cambiamo presto e subito. 

Speriamo che la Grecia ce la faccia. Ma la solitudine in cui è stata lasciata a combattere è un’altra macchia sulla coscienza dell’Europa democratica. Non sono solo i liberisti a doversi vergognare. 

L’unico modo per riscattarsi almeno in parte e fino a che stiamo in tempo è mettere insieme le forze, tutte le energie positive possibili e da qualunque parte e cultura arrivino, senza divisioni assurde di fronte a un orrore così immenso. Serve un fronte di liberazione europeo e nazionale contro l’Europa Fortezza e contro l’Austerità – che sono due facce della stessa medaglia.

L’Europa attuale viola senza rimorso tutto il diritto internazionale e umanitario esistente laddove esso afferma che i diritti fondamentali alla vita e alla dignità devono essere garantiti a ogni persona al mondo, senza eccezione alcuna.

In quella stragrande maggioranza colpita nella dignità ci siamo tutti e tutte – italiani, greci, europei, migranti, rifugiati, popolazioni delle periferie del nord e dei sud del mondo.

E allora, quando qualcuno ha il coraggio di alzare la testa e combattere, bisogna trovare il coraggio di mettersi al suo fianco – e provare a sfondare il fronte tutti insieme. I greci ci stanno provando.

Lasciarli soli è da stupidi, in questo momento drammatico. Se abbiamo interesse a salvarci bisogna lottare tutti insieme, perché da solo nessuno ha abbastanza forza per difendersi. Le competizioni e le divisioni nel campo dei deboli sono solo un grande, immenso regalo all’avversario.

Bisogna provarci, a buttar giù tutti i muri – quelli dell’Europa e quelli fra di noi. Sabato prossimo, il 20 giugno, in piazza a Roma al Colosseo alle ore 15.00 dietro lo striscione unitario “Salviamo la nostra Europa: con i migranti, i rifugiati, con la Grecia”.

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