Argirios Panagopolous risponde a Manolis Glezos su Il Manifesto

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Ho por­tato a Mano­lis la copia del mani­fe­sto con la sua foto in prima pagina l’ultimo giorno della cam­pa­gna delle seconde ele­zioni, inl giu­gno. Ad Agro­tema, il locale in cui si teneva la con­fe­renza stampa per la chiu­sura della cam­pa­gna elet­to­rale. Era felice come un bam­bino, per­ché ha una gran­dis­sima stima per la sini­stra ita­liana e spe­cial­mente per quello che hanno rap­pre­sen­tato il Pci e il mani­fe­sto. Era seduto accanto ad Ale­xis Tsi­pras è scher­zava: «A me Argi­ris ha por­tato il gior­nale vero e a te la foto­co­pia», diceva. Ad Ale­xis avevo stam­pato la prima pagina del mani­fe­sto con la sua foto che leg­geva pure lui il gior­nale. Il cui titolo, «Demo­cra­zia», era scritto per metà con let­tere gre­che e per l’altra metà con carat­teri latini.

Mano­lis ha usato in que­sti giorni la parola tra­di­mento. Quante volte la sini­stra set­ta­ria e sta­li­ni­sta ha uti­liz­zato que­sta maca­bra parola con­tro lo stesso Mano­lis? Erano gli anni della dit­ta­tura e Mano­lis aveva girato le spalle ai carri armati che bal­la­vano nel cen­tro di Praga. Per­fino nelle car­ceri di Papa­do­pou­los i nostri com­pa­gni erano divisi tra orto­dossi, puri e duri del Kke e «tra­di­tori», «servi della Cia» e «revi­sio­ni­sti», quelli dell’Unione demo­cra­tica di sini­stra (Eda) e del Par­tito comu­ni­sta greco dell’interno.

Il Kke aveva già avve­le­nato da decenni la sini­stra greca con l’accusa di «tra­di­mento» rivolta a chi la pen­sava diver­sa­mente. Per­fino il capo del grande eser­cito popo­lare di Elas, Aris Velou­chio­tis, era morto nel giu­gno del 1945 asse­diato e poi deca­pi­tato dalle bande armate dagli inglesi men­tre il gior­nale del par­tito quel giorno ripor­tava in prima pagina la sua espul­sione per «tradimento».

Den­tro Syriza vogliamo tutti un gran bene a Mano­lis, con le sue lotte e la sua grande pas­sione umana. Se per i più grandi è l’eroe della Resi­stenza che con Sian­tas ha but­tato giù dall’Acropoli la ban­diera con la croce unci­nata nel mag­gio del ’41, per i più gio­vani è il com­pa­gno delle lotte con­tro i Memo­ran­dum e la Troika. Il nostro gio­vane grande vec­chio che quando gli hanno lan­ciato il gas lacri­mo­geno sul viso e stava malis­simo ha avuto la luci­dità di fer­mare gli infer­mieri che lo por­ta­vano in barella, alzare il suo pugno chiuso è gri­dare con il poco di voce che gli era rima­sta: «Com­pa­gni, la lotta continua!».

Que­sta lotta con­ti­nua oggi più dura e aggres­siva che mai. Non siamo più a difen­dere palmo a palmo in piazza Syn­tagma la demo­cra­zia. Abbiamo vinto la repres­sione e la paura. Abbiamo alzato il tiro e la qua­lità della nostra lotta. Stiamo riven­di­cando den­tro i palazzi dei poteri forti dell’Europa il nostro futuro e le nostre vite, insieme a quelle di decine se non di cen­ti­naia di milioni di altri europei.

Ale­xis, Nikos, Gia­nis, Euklei­dis, Gavriil, Teano, Dimi­tris, Nadia, Ale­kos, Tas­sia, Pana­gio­tis e gli altri nostri com­pa­gni oggi al governo hanno biso­gno di una soli­da­rietà poli­tica e umana senza pre­ce­denti. Alcuni di loro mi sem­bra che siano invec­chiati di dieci anni in un mese. Fanno e fac­ciamo uno sforzo enorme. Dopo le ele­zioni abbiamo avuto un con­senso senza pre­ce­denti. La gente non è stu­pida, ha riem­pito in massa le piazze per soste­nere il nostro governo, intui­sce molto bene che solo uniti pos­siamo vincere.

Que­sto senso di unità non può man­care a chi dà bat­ta­glia in prima linea a Bru­xel­les, a Fran­co­forte e a Ber­lino. La lotta è lunga e siamo costretti a vincere.

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