Bologna- Manifesto Siamo a un bivio- proposte di modifica- secondo blocco

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21. Caudio Morselli, Luca Benedini (Mantova)

PROPOSTA DI AGGIUNTA 1DA INSERIRE NEL PARAGRAFO FINALE (“LA CASA COMUNE CHE VORREMMO”): dopo il secondo capoverso che si chiude con “… in antitesi alle “larghe intese” continentali”.

Uno spazio politico che, di fronte al continuo avanzare della globalizzazione neoliberista, contribuisca ad avviare, a livello globale, un percorso di dialogo, coordinamento e collaborazione tra le classi lavoratrici e i movimenti altermondialisti dei vari continenti, riprendendo le tematiche che furono del “movimento di Seattle” una quindicina d’anni fa, aggiornandole e soprattutto collocandole in una dimensione politica complessiva che consenta di unire sinistra politica e sinistra sociale.

PROPOSTA DI AGGIUNTA 2DA INSERIRE NEL PARAGRAFO FINALE (“LA CASA COMUNE CHE VORREMMO”): dopo il terzo capoverso che si chiude con “… l’esclusivo statuto del mondo”.

Uno spazio che lavori alla costruzione di un’alternativa nonviolenta alla società dominata dal capitale e fondata sulla violenza del potere, dell’ingiustizia sociale e della devastazione ambientale.

22. Giorgio Lombardo

Penso che la causa della crisi economica che ha investito ed investe tutt’ora i Paesi occidentali, ossia i Paesi a Capitalismo maturo,affonda le proprie radici nella distribuzione della ricchezza prodotta.E chi è che per primo,ha svelato il mistero della divisione del prodotto (merce quando acquista la qualità di “valore d’uso e valore di scambio”) in salario,profitto e rendita se non Carlo Marx? Ed il profitto e la rendita che cosa sono se non il plus lavoro non retribuito.Ecco dove sta il nocciolo della crisi e la formazione delle grandi diseguaglianze.Storicamente queste si erano già affermate prima della grande crisi del 29 del secolo scorso,oggi, dopo i trente glorieuse  anni 50/70 durante i quali si erano appianate per le politiche kenesiane e lo sviluppo dello stato sociale,si sono riprodotti nella stessa intensità se non forse di più,grazie alle politiche ultraliberiste che presero il sopravvento dopo la sconfitta dei Paesi del Socialismo Reale.Un cenno a Marx,pertanto,mi sembra opportuno e necessario.Al riguardo,suggerisco di inserirlo dopo ” Promuovere l’eguaglianza,come Marx insegna,tassando i grandi patrimoni e i grandi redditi….”.

Altresì mi sembra opportuno e necessario,citare Gandi,laddove si parli di ” Dare vita a un’attiva politica di pace a livello italiano ( da aggiungersi),europeo e,mondiale come Gandi insegna nella consapevolezza……”.

Al di la,di queste due osservazioni,il ” Manifesto ” mi sembra un ottimo viatico da percorrere e,salutare per il nuovo soggetto politico.

23. Daniella Ambrosino

Dopo il periodo:

Il processo unitario a cui vogliamo contribuire deve avvenire nel modo più democratico e partecipato possibile, con il massimo di apertura a tutti gli apporti e il massimo sforzo per arrivare, ovunque possibile, a posizioni e scelte condivise (valorizzazione del punto di vista dell’altro). Per questo apriamo questo appello alle adesioni individuali e collettive, e ci impegniamo a coinvolgere e far partecipare democraticamente in tutti i passaggi successivi chi vi aderirà, con la massima trasparenza e con forme di aggregazione e cooperazione nei territori le più ampie, aperte e partecipative possibile, perché è soprattutto nei “luoghi della vita” che si può costruire l’alternativa.”

Inserire:

Riteniamo anzi che il progetto non potrà coinvolgere quelle migliaia di uomini e donne che oggi non hanno più fiducia nella politica, né suscitare il loro impegno e le loro energie, se non riusciremo a dar vita a un modo di fare politica davvero “altro”, a tutti i livelli, nelle forme e non solo nei contenuti. A  questo scopo, ci impegniamo a sperimentare nuovi strumenti e nuove forme della politica, diverse da quelle tradizionali dei partiti novecenteschi, come ad. es. piattaforme di consultazione informatica, collegialità e rotazione degli incarichi, rispetto della parità di genere, ecc. che rendano effettiva la trasparenza e il coinvolgimento diretto delle persone ai processi di proposta, di dibattito, e di decisione, non solo locali.

24. Luciano Beolchi (primo emendamento sul reddito)

Alla terza riga dell’ultimo capoverso della pagina 2 del manifesto in questione si legge:

….combattere la piaga della povertà (crescente) istituendo un reddito di cittadinanza universale che permetta anche a chi è senza lavoro di condurre una vita dignitosa …..

Si propone di sostituire con la seguente formulazione.

….combattere la piaga della povertà (crescente) ponendo al centro della politica sociale e del lavoro la promozione di un reddito minimo garantito e del salario minimo orario; vietare qualsiasi lavoro volontario non retribuito che rechi beneficio economico ad altri; rivedere integralmente le  indennità e le modalità di disoccupazione e formazione; riaffermare il principio della fraternità come diritto, anche economico, per tutti coloro che non siano in grado di provvedere a se stessi, con il lavoro, una vita dignitosa;

Ratio dell’emendamento e traccia dell’intervento a sostegno.

Con questo emendamento ci proponiamo di accantonare il principio del reddito di cittadinanza universale  mettendo a fuoco quelli del salario minimo garantito (almeno 800 Euro al mese ) e del salario minimo orario (10.50 Euro ora) che vanno a sostituire  un reddito di cittadinanza universale, al quale ci dichiariamo esplicitamente contrari.

La questione non può e non deve essere considerata secondaria o tecnica. Il reddito di cittadinanza coincide con un modello di welfare, quello americano, che rappresenterebbe per i lavoratori e i cittadini europei un regresso.  Comunque la si voglia mettere, il salario di cittadinanza è un multiforme sussidio statale a chi abbia redditi insufficienti o sia totalmente incapiente.  E’ un modello che vediamo pienamente e tradizionalmente applicato negli Stati Uniti e in quanto beneficenza statale,  non solo i sindacati esclude da qualsiasi trattativa riguardi i lavoratori ( lo abbiamo visto per la donazione degli ottanta Euro), ma, a maggior ragione. toglie loro ogni voce in capitolo su qualsiasi specie di sussidio che riguardi i non lavoratori, i disoccupati o sui sussidi che non riguardano direttamente la persona come lavoratore, ma riguardano strettamente il suo salario. Parliamo dei vari tipi di Food stamps, o di sussidi alle madri nubili o all’affitto o alle refezione scolastiche o all’assistenza medica, secondo il modello di welfare americano.

Si tratta di un sistema di welfare non meno costoso di quello europeo (circa il 25% del PIL) con sette palesi svantaggi per i lavoratori: 1) è meno efficace, 2) non è negoziabile, 3)inchioda i poveri alla loro povertà, 4) rende pressoché impossibile una dinamica sociale, 5) istituisce una vera e propria polizia  della povertà alla quale si delega un pesante fardello di controlli e verifiche, 6) esclude i sindacati e altri importanti soggetti della società civile da ogni trattativa in merito, 7) aumentare le diseguaglianze che ipocritamente si dice di voler diminuire.

Questo modello è, nel mondo occidentale molto antico , e si può far risalire alle poor law della regina Elisabetta prima, e dunque al XVI secolo, secondo uno schema che ebbe minore diffusione nell’Europa continentale.  

Quel modello e la sua pratica realizzazione ci permettono di constatare è che i sussidi al pagamento degli affitti per lavoratori con redditi insufficienti  non solo permettono ai proprietari di case  di tenere alti gli affitti  aumentando le loro rendite  grazie ai sussidi di stato che finiscono direttamente nelle loro tasche, ma giustificano i  datori di lavoro che non concedono  aumenti di salario per la stessa ragione e così facendo aumentano i loro profitti. In questo modo, un solo sussidio si risolve in un aumento di rendite e profitti, inchiodando il lavoratore o la persona in stato di bisogno alla sua condizione di povertà. In questo modo le diseguaglianze aumentano e non diminuiscono. Questo è un solo esempio di quanto è possibile dire in merito e riguarda l’Inghilterra d’oggi.

Nell’Europa di oggi il sistema che più metodicamente ha perseguito questo cambiamento di modello, ma potremmo dire tranquillamente cambiamento di paradigma è quello voluto dal socialdemocratico Schroeder e  conosciuto  come Hartz I- Hartz IV. I lavoratori che vengono imprigionati nella gogna  dell’Hartz IV, oltre a essere generalmente considerati dei paria sociali, dei lazzaroni e dei parassiti, sono costretti, in cambio di quello che possiamo chiamare un modesto reddito di cittadinanza, più o meno sorretto ad altri sussidi, a lavorare per 1 Euro l’ora, chiunque sia a farne richiesta, datore di lavoro pubblico o  privato. Per di più sono sottoposti all’ossessivo  controllo di un fallmanager al quale devono giustificare  ogni aspetto del loro stile di vita (quante sigarette fumano, quante volte vanno al cinema, quante persone ospitano in casa e quando etc. , tutto ciò affinché il fall manager possa attestare che il sussidio non va sprecato  e  può dunque essere riconfermato. Per restare in Europa, la situazione della Francia, in una più lunga serie di cambiamenti che hanno visto i contributi sociali  prima in oneri e poi semplicemente in prelievi fiscale,  sta  percorrendo la medesima strada.

Sul terreno economico il perno della politica del welfare europeo e della dignità e autonomia dei suoi lavoratori sono sempre stati il salario e la paga oraria, nella pratica difficilmente separabili dalle condizioni di lavoro e dai diritti sindacali. In questi mesi negli USA, quattro milioni di salariati dei fast-food che prendono il minimo salariale fissato dal governo in 7.25$ l’ora, chiedono il raddoppio della paga oraria. Molti di loro, che lavorano in media trenta ore alla settimana, vivono solo grazie ai pelosi sussidi  del governo (con irruzioni notturne nelle case per verificare, ad esempio, che la madre nubile è veramente tale o se non abbia fatto un finto divorzio). Lo stesso succede per i lavoratori dei grandi magazzini – sono due milioni solo quelli di Walmart. Chi ha visto a suo tempo il film Il pane e le rose  può applicare tutto questo alla rivolta dei Janitors, dei  pulitori, milioni di  operai americani, ispanici e neri in maggioranza, tutti iper-sfruttati, soggetti al caporalato , agli abusi sessuali etc. Il solo fatto di entratre in contatto con un sindacato, e non parliamo di organizzare una protesta, costa il posto  di lavoro. Nel frattempo i fast food, Walmart, e le grandi imprese di pulizie hanno raddoppiato o quadruplicato i loro profitti.

 In Bangla Desh la maggior parte delle decine di milioni di operai tessili, in maggioranza donne, sono in lotta da anni per portare il loro salario da 35 a 50 dollari al mesi. E durante quella lotta duemila di loro sono rimaste schiacciate sotto le macerie del Rama Building. Anche lì, lavoratori e sindacalisti bastonati, prigione e torture. Battaglioni speciali di polizia antisciopero a presidiare le fabbriche.  E Benetton , Prada, Lacoste ci guadagnano.

In Egitto gli spazzini del Cairo chiedevano che il loro salario di 56 dollari al mese venisse adeguato al salario minimo nazionale egiziano di 120 dollari. Il loro datore di lavoro, la francese Veolia, si è opposto sfruttando un accordo del tipo di quello che si vorrebbe imporre all’Europa col TTIP, e l’aumento è stato revocato.

In Polona gli operai scioperano contro salari di 300 euro mensili, in Moldavia protestano per salari di 200, ma nella contigua Transnistria i salari che arricchiscono i soliti Vuitton, Prada etc. sono di soli 122 Euro al mese.

Se il mondo e in particolare il mondo del lavoro, va in questa direzione, ci sarà bene un motivo. E’ solo perché questo mondo non è cool, non è smart, non si è aggiornato?

Il reddito di cittadinanza, ossia il paradigma anglosassone di welfare, è un anello della catena neoliberista appesa al collo dei lavoratori, blocca ogni dinamica sociale, esclude dalla partita i sindacati e le altre organizzazioni intermedie. Sono gli 80 euro di Renzi moltiplicati  o divisi per X volte e poi suddivisi tra le classi povere a discrezione dei benevoli donatori, come succedeva nel pavese alla fine del XIX ai tempi di molte delle  cosiddette società operaie di mutuo soccorso, che di operaio avevano ben poco.

Una formazione politica che ottenesse , come auspichiamo, la fiducia delle masse e le conducesse su una via opposta ai propri interessi, deve riflettere molto prima di fare un passo del genere. Il salario di cittadinanza, anche nelle forme meglio intenzionate in cui è stato presentato, non può far altro che aumentare le diseguaglianze. Crocifigge i  poveri alla loro povertà, facendo aumentare  rendite e profitti, quando addirittura non favorisce la costituzione di organizzazioni criminali che trovano facile derubare i più poveri di risorse assai simili  ai redditi di cittadinanza

E dunque, se non bastano a indicarci la strada le lotte dei lavoratori di tutto il mondo, riflettiamo almeno su Mafia Capitale 

25. Gruppo Inchiesta Bologna . contributo

L’assemblea di Bologna potrà avere un ruolo positivo se saprà rendere esplicite le diverse opzioni che verranno avanzate e aprire il confronto fra queste coinvolgendo un grande numero di persone.

Questo confronto potrà essere tanto più efficace quanto più sarà capace di legarsi, trarre indicazioni dalle esperienze concrete condotte dalle elezioni europee a oggi e dalla loro verifica critica.

Riteniamo che i due documenti presentati e considerati, con una qualche forzatura, ‘contrapposti’, il Manifesto e Noi, l’altra Europa, siano due facce della stessa medaglia, un modo di concepire l’agire politico autoreferenziale, per ‘eventi’ e ‘nuovi inizi’ e segnato da un eccessivo e ‘rassicurante’ bisogno di stringere sull’identità.

Il Manifesto, che sottolinea correttamente l’esigenza del “campo largo aperto a tutta la sinistra e ai democratici”, in realtà congela l’esperienza della lista Tsipras, la salta a piè pari (dimenticandosi che già essa costituiva l’avvio del processo) per aprire un’altra fase, un nuovo inizio in modo astratto e politicista.

Il cosiddetto documento Gattuso, a sua volta, insiste correttamente sulla centralità dei territori, dove le  persone possono avvicinarsi alla politica, come luogo di incontro con il disagio delle persone in carne e ossa ma opera una forzatura organizzativa che limita il prolungamento dell’esperienza Tsipras, ne burocratizza l’azione e delimita la partecipazione a ciò che già esiste, mentre il processo avrebbe bisogno di flessibilità, capacità di sperimentazione e libera creatività.

Nessuna delle due proposte si basa concretamente su situazioni realmente esistenti; per quanto è dato di sapere dagli scambi email, non possono richiamarsi a concrete esperienze che abbiano misurato sul campo la validità delle diverse proposte, che siano radicate, anche se solo tendenzialmente, nel corpo vivo delle persone.

Ciò significa, a nostro avviso, che il lavoro di innovazione non è stato ancora intrapreso!

Riteniamo pertanto necessario recuperare un processo costituente che veda come concetto fondativo quello di Cittadinanza Attiva che era peculiare de L’Altra Europa con Tsipras, che non guardi agli scambi interni tra soggetti politici, ma ai processi decisionali che coinvolgano le persone che affollano le strade!

Sono queste persone, quelle che in maniera così diffusa ed eclatante hanno espresso il loro giudizio negativo sulla politica e chi la pratica che devono essere il nostro principale, indispensabile riferimento operativo per ricostruire con queste, relazioni e credibilità.

Ripartiamo dunque dando voce alle persone, ricostruendo con loro le priorità dell’azione politica attraverso una reale pratica di ascolto.

Uno strumento che proponiamo è quello dell’Inchiesta Sociale, consultazioni di massa che restituiscano i dati raccolti in discussioni e luoghi vicini alle vite di ciascun*, per elaborare insieme il piano di lotte politiche da intraprendere e così donare un senso forte al nostro agire politico.

In tal modo sperimenteremo e valorizzeremo nuove forme di democrazia partecipata, vero spartiacque tra un sistema politico giudicato fetido e quindi lontano e inefficiente e una proposta di alternativa che rilancia il ruolo attivo e protagonista dei cittadin* nel cambiamento dell’assetto economico e sociale dell’Italia e dell’Europa.

Abbiamo bisogno di spazi politici che innanzi tutto riconoscano e accolgano le differenze, le mettano a confronto concretamente nel progettare obiettivi di lotta e proposte istituzionali, per essere capaci di condividere un percorso fatto di iniziative unitarie che formino un sentire comune.

Gruppo Fare Inchiesta – L’Altra Europa con Tsipras Bologna

Gruppo Persone e comunicazione a cura della redazione Occhio Vigile di Radio Città Fujiko

Bologna, 14/01/2015

26. Claudio Morselli /2

COSTRUIRE LA PRIMAVERA DELLA SINISTRA ITALIANA

L’assemblea nazionale di Bologna de L’Altra Europa con Tsipras del 17-18 gennaio e la Conferenza di Programma “Human Factor” di Sinistra Ecologia Libertà del 23-25 gennaio possono produrre quella svolta di cui la sinistra italiana e il Paese hanno bisogno. Ciò che non deve assolutamente succedere è che queste due iniziative finiscano per accentuare, anziché superare, le divisioni e le polemiche che da troppo tempo impediscono all’Italia di avere una sinistra unita e credibile, una sinistra che diventi il punto di riferimento per il cambiamento nel segno della giustizia sociale e della capacità di futuro.

È fondamentale, quindi, che questi due percorsi procedano appaiati, che si parlino e trovino un approdo comune. Non dovrebbe essere difficile, se si accantonano gli atteggiamenti e i comportamenti di sterile contrapposizione che hanno finora confinato la sinistra italiana nell’autoreferenzialità e nell’inutilità autolesionista. Non dovrebbe essere difficile perché siamo in presenza di obiettivi e contenuti programmatici condivisi, così com’è condivisa la critica al neoliberismo, a Renzi e al renzismo. E così la necessità di costruire un’alternativa alle cosiddette larghe intese. Non è difficile, se la sinistra italiana ha l’umiltà di imparare dalle esperienze – sia pure tra loro molto diverse – di Syriza in Grecia e Podemos in Spagna. Proprio dalla Grecia, dalle elezioni politiche del 25 gennaio, può venire una spinta decisiva per un processo unitario che tenga assieme, anche in Italia, sinistra politica e sinistra sociale, creando le condizioni per dare rappresentanza politica ai tanti movimenti diffusi nei territori.

Il Pd si è suicidato facendosi rottamare da uno sprezzante imbonitore di destra che sta completando l’opera di devastazione sociale di Berlusconi e Monti. A livello locale è rimasta forse qualche residua possibilità di dialogo ma – la vicenda della Liguria insegna – le condizioni per un’intesa sono sempre più difficili. Il centrosinistra non esiste più. Si è chiusa una fase storica ed è arrivato il momento della costruzione di una sinistra plurale e partecipata che deve vedere impegnati tutti i soggetti che, pur nella diversità, condividono la necessità di dare al Paese un’alternativa alla deriva neoliberista di questo governo. Chi nel Pd si richiama a Berlinguer non può più accettare passivamente la violenza sociale e la distruzione dei diritti che giovani, donne, lavoratori e pensionati stanno subendo. È ora di costruire la primavera della sinistra italiana.

27. Comitato Reggio Emilia

Siamo a un bivio.

La più grave crisi che il nostro mondo abbia conosciuto non accenna a finire. Anzi, diventa permanente producendo una costante regressione sociale, politica, culturale, morale ed ecologica. Essa affonda le radici nelle gigantesche diseguaglianze, nell’umiliazione del mondo del lavoro,   nel dissennato sfruttamento della natura e dei beni comuniche hanno caratterizzato l’ultimo quarto di secolo. E, per crudele paradosso, continua ad accentuare quelle diseguaglianze e quella spoliazione, a causa della gestione di un potere sempre più monopolizzato da una piccola minoranza di speculatori globali, in un circolo vizioso che deve essere spezzato.

L’Unione Europea, lungi dal rappresentare una possibile alternativa a questo stato di cose, ne esprime un voltoottuso e meschino, accanendosi con politiche di austerità che nel favorire i Paesi più forti provocano l’ulteriore impoverimento e il degrado – vera e propria asfissia sociale – di quelli più fragili.

E tuttavia anche in Europa, proprio sulla sponda del Mediterraneo, si è aperta una breccia. Come già è successo in America Latina, la storia sembra essersi rimessa in movimento anche qui. In Grecia, in primo luogo, dove Syriza è possibile forza di governoedove una vittoria il 25 gennaio mostrerebbe a tutti che quanto viene presentato come impossibile in realtà possibile è. In Spagna, dove Podemos è oggi il primo partito per popolarità. Di qui può partire quel processo di radicale inversione delle politiche europee, l’unico che ci può salvare – perché nessun Paese può farcela da solo se non cambia l’Europa.

In Italia il quadro politico appare invece bloccato. Mentre la società si è rimessa in movimento, con il mondo del lavoro che ha ripreso con forza la parola, il Governo di Matteo Renzi si è attestato su una linea di frontale contrapposizione, incarnando pienamente quella stessa filosofia della Troika che ha condotto la Grecia sull’orlo della morte sociale, e portando a compimento il processo di dissoluzione del suo Partito come forza in un qualche modo ascrivibile alla “sinistra”.

Jobs Act e riforma del pubblico impiego, decreto Poletti e precarizzazione come forma principale del lavoro, Sblocca Italia, riforme costituzionali, riforma elettorale, privatizzazioni, “partito della Nazione” o “partito del Capo”, uniti a un asservimento indecente dell’informazione, disegnano il profilo di una vera e propria emergenza democratica e pongono con urgenza il problema di ridare rappresentanza a una parte potenzialmente maggioritaria del Paese oggi drammaticamente priva di riferimento politico, come dimostra l’aumento verticale di chi non andato più a votare. Tanto più dopo che si è consumata una frattura davvero “storica” – e riteniamo incomponibile – tra il mondo del lavoro e il partito di Renzi.

Se non ora quando?  Il momento è ORA!

Per tutte queste ragioni riteniamo oggi ineludibile la costruzione anche in Italia di un’alternativa politica credibile e reale, che costituisca un’effettiva rottura di continuità sia di visioneche di programma e di stile. Per ciò che propone. E per la pratica che ne contraddistingue l’agire.

Una proposta politica che per essere credibile non può che essere unitaria e insieme radicale, rompendo con la logica della frammentazione e delle continue divisioni e, insieme, innovando nel modo di organizzarsi e di concepire la politica e l’azione collettiva. La breccia che si è aperta in Europa e la riattivazione del conflitto sociale in Italia ci indicano una possibilità – che per ognuno di noi diventa una responsabilità – di tentare di “unire ciò che il neoliberismo ha diviso” e di rompere la drammatica separazione tra la dimensione politica e quella sociale.

Nel sottoscrivere questo “Manifesto” noi intendiamo metterci al servizio di un processo che porti alla costituzione di una sola “casa comune della sinistra e dei democratici italiani in un quadro europeo” saldamente ancorata nel sociale che preveda una tappa fondamentale nella presentazione alle prossime elezioni politiche di un’unica lista che, come già in Grecia e in Spagna, si proponga come autentica alternativa di governo: una lista in grado di unire tutte le componenti sia organizzate che disperse di una sinistra non arresa alla austerità europea e alla sua versione autoritariaitaliana incarnata dal renzismo. Un soggetto politico unico e plurale, forte perché capace di dare una voce comune a tante componenti diverse, strategicamente alternativo al neoliberismo come visione del mondo, e in opposizione – sul piano elettorale europeo e nazionale -, alle forze politiche che l’hanno incarnato e allo stesso PD che su quella visione del mondo ha fondato non solo da oggi la sua politica di governo.

Non dunque un’esperienza “testimoniale” – la costruzione di una “piccola casa” per esuli delle troppe sinistre – ma una proposta all’altezza dell’emergenza in atto, la quale richiede di mettere in campo la maggior forza possibile per invertire la tendenza in corso. Per fermare un’azione di regressione sociale e democratica senza precedenti, portata fino al cuore dell’assetto costituzionale. Per arginare la devastazione di un patrimonio culturale condiviso. Per impedire che della frustrazione sociale approfittino forze e culture reazionarie e razziste. E per contrapporre a tutto ciò un sistema di valori e un modello di azione e di vita all’altezza dei tempiche diventi rapidamente maggioritario nel Paese.

E’ possibile individuare fin d’ora una prima semplice piattaforma programmatica. Pochi punti, ampiamente condivisi da molti movimenti in tutto il mondo e da un grande arco di forze anche in Italia, intorno a cui è possibile una larga convergenza e sul cui lavoro di elaborazione potrà consolidarsi una effettiva pratica partecipativa, unitaria e inclusiva:

  • Spezzare le catene del debito pubblico con cui la finanza speculativa che ormai controlla l’economia del mondo intero tiene sotto ricatto i governi, si appropria di una quota crescente delle entrate fiscali, privatizza a suo vantaggio, sanità, scuola, pensioni, servizi pubblici e beni comuni con l’unico fine del profitto;
  • Porre fine alle politiche di austerità con un piano europeo di investimenti pubblici per creare occupazione, difendere i posti di lavoro e sostenere i redditi di chi lavora o cerca lavoro anche attraverso la riduzione dell’orario di lavoro, contrastare la piaga del precariato e delle partite IVA “spurie”, che sta lacerando alla radice i legami sociali e privando del futuro intere generazioni, consentire il riscatto del Mezzogiorno, risanare l’ambiente, difendere i beni comuni, avviare la conversione ecologica dei consumi e del sistema produttivo per contribuire a sventare cambiamenti del clima irreversibili, che possono rendere tra breve invivibile tutta la Terra.
  • Promuovere l’eguaglianza tassando i grandi patrimoni e i grandi redditi, impedendo eccessive accumulazioni di ricchezza e potere, combattere la piaga della povertà (crescente) istituendo un “reddito di cittadinanza universale” che permetta anche a chi è senza lavoro di condurre una vita dignitosa; ripristinare ed estendere l’Articolo18 e l’insieme dei diritti e delle tutele delle lavoratrici e dei lavoratori, come nel caso dei licenziamenti illegittimi, ripristinare e sostenere la contrattazione collettiva nazionale e fare in modo che ad eguale prestazione corrispondano uguali diritti e retribuzioni, restituire dignità alla vita lavorativa anche attraverso l’abrogazione delle recenti controriforme sulle pensioni.
  • Sostenere il diritto alla autodeterminazione di donne e uomini, anche lottando contro ogni forma, materiale e simbolica, legislativa e culturale, di  patriarcato, sessismo, omofobia, transfobia.
  •  Promuovere – ripartendo oneri e benefici tra tutti i paesi – l’accoglienza e l’inclusione di chi arriva in Europa per sfuggire alla miseria o a guerre di cui anche i nostri governi sono complici. Costruire una grande comunità dei popoli dell’Europa e del Mediterraneo fondata sulla pari dignità e sul sostegno solidale all’economia degli stati periferici. Combattere il razzismo che le forze di destra alimentano e sfruttano in tutta l’Europa per aizzare contro un bersaglio di comodo le vittime delle loro devastanti politiche economiche;
  • Affermare la democrazia in campo politico ed economico: difendere e dare attuazione ai diritti sanciti dalla Costituzione e imporre una trasparenza totale a progetti, bilanci, accordi, e trattative pubbliche e private. E’ questa una condizione irrinunciabile per coinvolgere tutta la cittadinanza attiva nella lotta contro la corruzione, le mafie e il malaffare; per difendere la sovranità popolare dalle aggressioni delle multinazionali; e per realizzare, a fianco di quella rappresentativa, una democrazia partecipativa: non solo nelle istituzioni ma anche sui luoghi di lavoro.
  • Dare vita a un’attiva politica di pace a livello europeo e di smilitarizzazione e disarmo, nella consapevolezza degli enormi rischi di guerra comportati dalla transizione egemonica mondiale che si compie nel cuore della crisi con lo spostamento del baricentro economico e politico mondiale dall’ovest all’est (dall’area atlantica all’asse Cina-India) e della necessità che ciò avvenga, a differenza del passato, in modo sostanzialmente pacifico e senza un massacro sociale.
  • Promuovere un pensiero fondato sul rispetto e la valorizzazione della natura, del vivente, di tutte le differenze di genere, cultura e religione, sulla solidarietà come antidoto alla competizione di tutti contro tutti imposta dal “pensiero unico” dominante; una cultura che metta al primo posto le persone e che contrasti la violenza, la corsa agli armamenti e la guerra; contrastare lo smantellamento della scuola, della università e della ricerca pubbliche, depauperate e trasformate in culla della cultura della competizione

La casa comune che vorremmo.

Perché porti al risultato necessario, questo processo costituente unitario non può essere il frutto della sommatoria di ceti politici ma deve riuscire a coinvolgere tutte le energie e le risorse che esistono nel Paese, con la loro diversità, nella dimensione della politica, del sociale, del mondo intellettuale e delle competenze.

Per questo siamo convinti che esso debba farsi intrecciando e riconnettendo più livelli: pratiche unitarie sociali e territoriali e dialogo politico. Radicamento territoriale e lavoro istituzionale. Campagne e vertenze comuni e sostegno a forme di solidarietà e auto-organizzazione mutualistica e comunitaria. E’ questa la condizione perché vi si possano ritrovare tutte le componenti e le iniziative, sociali e politiche, collettive e individuali, che hanno costruito l’esperienza della lista L’Altra Europa con Tsipras. Ma non solo. Lavoriamo ad uno spazio politico ancora più largo, aperto a tutte quelle persone che condividono un’idea di giustizia e di solidarietà sociale, di corresponsabilità generazionale ed ecologica, di lotta ad ogni forma di discriminazione di genere o di luogo. E che possono riconoscere nell’azione del Partito della sinistra europea e del gruppo parlamentare del GUE un orizzonte d’impegno trans-nazionaleche operi fin d’ora per la costruzione di vere e proprie coalizioni sociali a dimensione europea, in antitesi alle “larghe intese” continentali.

Uno spazio nel quale si possano ritrovare tutti coloro (e sono tanti, anche in Italia), i quali non vogliono rinunciare agli ideali di Eguaglianza, Libertà, Giustizia sociale, Dignità e Fraternità (il più negletto dei valori dell’89 francese): il “nucleo normativo” della modernità democratica, oggi insidiato da un potere globale che vede solo nell’utilità (e nel denaro che ne è il simbolo) l’esclusivo statuto del mondo.

A tal fine ci proponiamo di lavorare per sostenere la creazione di larghe coalizioni sociali di movimenti, associazioni e forze politiche, per promuovere iniziative e campagne unitarie sui temi del lavoro (della difesa dei diritti e della lotta alla precarizzazione), dei beni comuni, della accoglienza e dell’inclusione, della democrazia e della pace anche tramite strumenti specifici finalizzati a ciò, come assemblee e consulte territoriali e nazionali, impegnandocial più ampio dialogo e alla più grande collaborazione con tutte le persone e le forze  interessate e disponibili per raggiungere questo obiettivo comune.

Il processo unitario a cui vogliamo contribuire deve avvenire nel modo più democratico e partecipato possibile, con il massimo di apertura a tutti gli apporti e il massimo sforzo per arrivare, ovunque possibile, a posizioni e scelte condivise (valorizzazione del punto di vista dell’altro). Per questo apriamo questo appello alle adesioni individuali e collettive, e ci impegniamo a coinvolgere e far partecipare democraticamente in tutti i passaggi successivi chi vi aderirà, con la massima trasparenza e con forme di aggregazione e cooperazione nei territori le più ampie, aperte e partecipative possibile, perché è soprattutto nei “luoghi della vita” che si può costruire l’alternativa.

Il 2015 può essere davvero l’anno del cambiamento. Non possiamo non dare anche noi, in Italia, il nostro contributo.

Ci mettiamo a disposizione per costruire insieme a tutte le donne e gli uomini che condividono questa esigenza un grande appuntamento a marzo, che sia l’inizio di questo processo di cui nessuno possiede proprietà o brevetto e di cui ognuno può essere protagonista.

Facciamo ciascuno un passo indietro, per fare insieme due passi avanti.

28. Emiliano Zaniboni, Milano

Per un testo così impegnativo che non può necessariamente entrare nello specifico, in questa fase, e condividendo in larga misura il Manifesto chiedo che venga apportata la seguente modifica:

la dicitura “reddito di cittadinanza universale che permetta anche a chi è senza lavoro di condurre una vita dignitosa”

venga sostituito con“reddito minimo garantito che consenta anche a chi è senza lavoro di condurre una vita dignitoso”.

Non è un dettaglio, credo anzi dovrà aprirsi nel gruppo lavoro un’analisi e una discussione su questo tema.

29. Oltre l’euro, tre firme

Inserire dopo il secondo capoverso:

“Le politiche liberiste che l’Ue pervicacemente prosegue si avvitano su se stesse e, contemporaneamente, gettano benzina sul fuoco dei populismi reazionari.

Il risultato è che abbiamo una moneta senza Stato e Stati senza moneta: la soluzione migliore per la Finanza, per la Germania, per gli Usa che in un quadro così democraticamente devastato si apprestano a liquidare, con il Trattato di libero scambio transatlantico, ciò che resta delle Costituzioni nazionali europee.

L’euro è così divenuto il simbolo e lo strumento di un’architettura economico-finanziaria che stabilizza il potere dell’oligarchia liberista che governa l’Europa e cementa la costruzione di una formazione economico-sociale reazionaria, che coinvolge, ad un tempo, la base economica e il meccanismo di accumulazione, i rapporti di proprietà e la sovrastruttura giuridica, i modelli istituzionali e l’ideologia che tiene insieme l’intero impasto.

Criticare l’euro non significa essere antieuropei. Al contrario, significa offrire una chance alla possibilità di costruire un’altra Europa, affrancata dal dogma liberista che ne costituisce l’intima tessitura.

Allora bisogna dire che l’uscita dall’euro non è un tabù, una prospettiva fatalmente consegnata all’egemonia delle forze reazionarie. Purché ad essa corrispondano decisive misure: la difesa dei salari attraverso la reintroduzione di un sistema di indicizzazione delle retribuzioni che neutralizzi gli effetti della svalutazione; la nazionalizzazione delle banche e dei principali asset industriali; la riduzione generalizzata degli orari di lavoro senza la quale è velleitario pensare che si possa venire a capo della disoccupazione; l’introduzione di una tassa strutturale sui grandi patrimoni dentro un sistema fiscale che restituisca progressività all’imposizione tributaria; l’assunzione di misure cogenti contro le delocalizzazioni di impresa e la reintegrazione dei diritti del lavoro espropriati dalla crociata antioperaia oggi in corso; la ridefinizione  delle regole della finanza e degli scambi commerciali a protezione del lavoro.

Tutte queste misure implicano certo rapporti di forza che oggi sono molto lontani dalla realtà. Ma questa è una proposta che parla chiaro all’insieme del mondo del lavoro, alle forze intellettuali sane di questo paese e che può avere in sé la forza di rilanciare le lotte e dare il senso di una mobilitazione nazionale, ma non nazionalista, solidale, ma non corporativa, europeista, ma non prigioniera dei dogmi del monetarismo liberista”.

Dino Greco

Ugo Boghetta

Simone Gimona

30. Giuseppe Flamingo

Avendo appreso solo ieri dell’Assemblea di Bologna, ed essendo impossibilitato per problemi logistici a parteciparvi, anche perché residente a Bruxelles,  intendo comunque dare un piccolo contributo personale per cercare di fare crescere il consenso di questa meritevole Lista:

Premesso che, come ci insegnano le esperienze  fasciste naziste, vissuti nel nostro paese nel XX secolo,

in tempi di crisi, i partiti estremisti di destra hanno sempre pescato consensi nelle fasce più deboli, fragilizzate e marginalizzate della società,

riuscendole  ad attrarre con facili slogan di odio ed esclusione verso i “diversi”,

appare opportuno enfatizzare presso queste classi come le proposte di L’altra Europa x Tsipras,

siano proprio l’opposto di quelle dei partiti xenofobi ed omofobi, come Lega e Fratelli d’Italia.

Infatti questi partiti, partendo anche loro dal medesimo assunto del fallimento del progetto europeo,

non articolano invece nessun progetto sociale ed economico, ipotizzando soltanto soluzioni populistiche, come quelle dell’ esclusione verso i diversi (per razza, religione o orientamento sessuale),

o una non meglio valutata “uscita dall’euro”, soluzioni che non tengono neanche conto né della realtà demografica che delle necessità dell’economia italiana.

Le proposte   di L’altra Europa per Tsirpas (attraverso reddito di solidarietà universale, una maggiore tutela nel mondo del lavoro,

la promozione dell’accoglienza e dell’integrazione dei profughi dai Paesi devastati dalla guerra, il mantenimento ed il miglioramento dei servizi pubblici,

dei servizi fondamentali, che riguardino la sanità, l’istruzione o i beni comuni) appaiono invece come  le uniche risposte possibili , solidali , inclusive e non discriminatorie, per la ri-costruzione di una Società alternativa, basata su giustizia sociale e sulle pari opportunità, di fronte ad un’Unione Europa che, con  ricette e vincoli liberisti, ha completamente fallito gli obiettivi di crescita e solidarietà,

aggravando invece  la crisi nei Paesi da questa colpiti, come dimostrato egregiamente dal caso greco.

Si propone quindi , nel campo della campagna di comunicazione e di attività della Lista, di studiare ed esercitare slogan ed azioni mirate, volte a sensibilizzare in particolare le classi più fragilizzate/pauperizzate,

e quelle stigmatizzate (come le comunità LGBT), attraverso adeguate azioni informative ed happenings che possano  attirare l’attenzione di queste classi sull’ ASPETTO INCLUSIVO e PROGRESSISTA del progetto di  L’altra Europa per Tsipras ed a sostenerlo.

Ad esempio, una campagna di comunicazione incisiva potrebbe essere esercitataattraverso note personalità della cultura, dello spettacolo, di ONG altermondialiste, ma anche, per estenderne l’audience,attraverso personaggi del mondo sportivo,  in particolare del calcio (che conta milioni di fans) e dei movimenti animalisti  , come testimonial a titolo gratuito,

con slogan del tipo “Non ho paura del diverso, ma ho un progetto per una società migliore” o  “le frontiere più pericolose sono quelle mentali, aderisci al nostro progetto per una società più giusta”,

ecc…

Ringraziando per l’attenzione si porgono solidali saluti

Giuseppe Fiamingo

Blogger da Bruxelles

http://italianoestero.blogspot.be/

31. Tiziano Ferri (pace)

Avendo letto il manifesto ed appoggiandolo convintamente, suggerisco di inserire, a supporto di uno dei vari passaggi su pace e opposizione alla guerra, “la riconversione dell’esercito italiano a una sorta di corpo di protezione civile, dichiarando unitamente a ciò la nostra neutralità riguardo a potenziali conflitti bellici internazionali, l’uscita da alleanze militari e l’impegno nella cooperazione internazionale”.

Grazie per l’attenzione a questo mio suggerimento che, anche se fuori tempo massimo per l’assemblea di Bologna, auspico possa essere preso in considerazione nella costruzione di questo percorso politico nuovo.

33. Gianni Fossati Ivano Vallese, Milano, Reddito

testo emendamento

Per un testo così  impegnativo  che non può necessariamente entrare nello specifico, in questa fase, e condividendo in larga misura il Manifesto chiedo che venga apportata la seguente modifica:

la dicitura “reddito di cittadinanza universale che permetta anche a chi è senza lavoro di condurre una vita dignitosa” 

venga sostituito con “reddito minimo garantito che consenta anche a chi è senza  lavoro di condurre una vita dignitoso”.

33. Giovanna Montanari, ravenna , laicità

Buongiorno,sono attivista Altra Europa e Altra Emilia Romagna, di Ravenna, fin dal febbraio scorso .Apprezzo e condivido in pieno la bozza da voi presentata e parteciperò’ alle due giornate. Vedo, però’, che in tutti i documenti, dalla nascita della lista, manca sempre un aspetto basilare : la laicità’ dello Stato. Intesa non come divieto di professare una fede, ma come separazione dei due stati. Far pagare le tasse al Vaticano, per recuperare un’ingente quantità’ di soldi pubblici. non finanziare le scuole private, come la Costituzione  ci detta. Non pagare i preti negli Ospedali(in Emilia Romagna oltre due milioni di euro ogni anno sborsati dalla Regione ) !Far approvare leggi su Testamento biologico (persino la Chiesa Valdese raccoglie le firme ) e i Diritti Civili. Penso che, anche se nel nostro Movimento ci sono militanti credenti, se questi sono obiettivi e razionali, sappiano operare la distinzione, che persino Cavour faceva, fra Stato e Chiesa. Ringraziando ancora per il vostro  impegno, saluti, Giovanna Montanari, Ravenna

34. Marino Calcinari (trieste)

Suggerisco solo due integrazioni  al testo :

1 Prima pagina  ultimo paragrafo:

” una proposta politica che per essere credibile etc AGGIUNGERE: CIOE’ PRATICABILE

2. Seconda pagina punto terzo 

Aggiungere a “promuovere l’eguaglianza etc ”  ATTRAVERSO POLITICHE IMPRONTATE A PERSEGUIRE MAGGIORE GIUSTIZIA SOCIALE. tassando etc

35. Roberto Pizzuti

Riguardo al Manifesto, condivido molte sue parti e, in particolare, che:

1) “…intendiamo metterci al servizio di un processo che porti alla costituzione di una sola “casa comune della sinistra e dei democratici italiani in un quadro europeo”

2) Non dunque un’esperienza “testimoniale” – la costruzione di una “piccola casa” per esuli delle troppe sinistre – ma una proposta all’altezza dell’emergenza in atto, la quale richiede di mettere in campo la maggior forza possibile per invertire la tendenza in corso. …

… E per contrapporre a tutto ciò un sistema di valori e un modello di azione e di vita all’altezza dei tempiche diventi rapidamente maggioritario nel Paese.

3) “…ci proponiamo di lavorare per sostenere la creazione di larghe coalizioni sociali di movimenti, associazioni e forze politiche, per promuovere iniziative e campagne unitarie sui temi …”

Sottolineo il mio accordo: con il proposito di  “… metterci al servizio di un processo..” (e non di voler creare l’ennesimo partitino)  e con l’idea (come io la intendo) che si voglia riunire nella casa comune  le persone di sinistra e democratiche (visto che si può essere democratici e non di sinistra o di sinistra e non democratici; aggiungo – tranne a precisare meglio le due definizioni –  che un’alleanza la farei con i primi, ma non con i secondi)

Ma proprio per quanto specificato nei precedenti tre punti del Manifesto, trovo contraddittorio che in altra parte si dichiari aprioristicamente che si vuole costruire:

4) “Un soggetto politico unico e plurale …in opposizione …allo stesso PD “

e che esisterebbe

4) “...una frattura davvero “storica” – e riteniamo incomponibile – tra il mondo del lavoro e il partito di Renzi

Non v’è dubbio che il PD di Renzi (ma anche prima) abbia assecondato la visione iniqua e controproducente delle politiche dell’austerità e di attacco ai lavoratori. Non mi dilungo oltre sulla critica giusta e ferma a queste posizioni (spero non ce ne sia bisogno), ma il punto è: se il soggetto politico unico e nuovo della sinistra riuscirà ad occupare lo spazio elettorale che dovrebbe avere (come, ad esempio, in Grecia e in Spagna), e se non vorrà limitarsi a fare testimonianza, ma giustamente e concretamente vorrà  governare, come potrà farlo se non partecipando ad una maggioranza che includa anche il PD? (a meno di non pensare di conquistare da solo la maggioranza del Parlamento!).

Riguardo ai punti programmatici presenti nel Manifesto mi sorgono altri due dubbi:

1) Cosa s’intende per “Spezzare le catene del debito pubblico ” ?

Se si intendesse un “ripudio” del debito o comunque un intervento che si traduca in un default del bilancio pubblico, credo che rischierebbe di alimentare la strategia dell’allarmismo economico che strumentalmente è stata già scatenata contro Syriza. Non v’è dubbio che i bilanci pubblici siano stati fortemente gravati dalle richieste di sostenere i debiti privati (specialmente delle aziende finanziarie che più hanno contribuito alla crisi) per poi chiederne il risanamento a carico delle popolazioni. Ancora una volta si tratta di una scelta iniqua e controproducente, ma: a) i debiti pubblici nazionali non sono tutti uguali, né per origini né per la composizione dei creditori; b) così come derivano da politiche sbagliate e inaccettabili, i debiti pubblici possono anche essere risanati da politiche accettabili, ma che non hanno lo stesso impatto dirompente (penso alle reazioni) di un ripudio.

2) Cosa s’intende con la proposta di istituire  “un reddito di cittadinanza universale” ?  Darlo, ad esempio, a tutti gli italiani (come l’espressione usata consente d’intendere)? O, sempre a mo’ di esempio, solo ai disoccupati che non abbiano altri redditi familioari?  Naturalmente fa molta differenza sia dal punto di vista equitativo che finanziario.

36. Luciano Beolchi 2

Il documento ovviamente si riferisce solo alla terza parte del documento programmatico, ossia alle proposte.,

 Nel documento partorito dal comitato  mi pare si parli di salario di cittadinanza.  E’ una prospettiva che personalmente non condivido perché ci porta dritti dritti, al di là delle buone intenzioni, allo schema anglosassone di welfare, quello basato sulla beneficenza, che parte dalle poor law di epoca elisabettiana e arriva ai lunch stamps dell’America di oggi. Senza farla lunga, taglia fuori i sindacati da ogni discussione e inchioda i poveri alla loro condizione, esattamente come stanno facendo in Germania le leggi Hartz. E’ una prospettiva socialmente e umanamente pericolosa e dolorosa. Non è neanche meno costosa del sistema europeo di welfare basato su un criterio di diritto e non di carità perché costa il 25%del PIL americano (la stessa cifra del welfare europeo), per risultati molto peggiori, non ultimo e più inquietante quello di creare un sistema poliziesco di controllo dei poveri .

 Credo che il salario minimo garantito, il salario minimo orario, le indennità di disoccupazione e formazione oltre alle classiche misure sociali di sostegno all’infanzia, alle madri nubili, ai disabili, ai malati e ai bisognosi altre misure del genere siano più adatte a risolvere il problema. Con attenzione però. Fin dai tempi suoi Marx diceva che un sussidio ai poveri per pagare l’affitto è una redistribuzione di redditi a favore dei ricchi, che così si sentono autorizzati ad aumentare gli affitti e diminuire i salari. Insomma, la questione va trattata con cautela e attenzione. La recente proposta dei 5S sul reddito di cittadinanza va esattamente in quel verso negativo e distratto, per quanto buone siano le intenzioni che la muovono.

37. Simone Cumbo, contributo poetico

«Le voci

ricordano momenti,

sudati

calpestati

come fiori appassiti,

in disuso

faticosamente abbandonati

Ma il fuoco arde

di una fiamma rossa

viva

piena di parole

di amore e di rabbia

di si e di no

E la memoria

esiste

ed insiste

scagliando pugni

verso il cielo

e grida:

ci sono, ci sarò

ci saremo!»

www.simonecumbo.it

Per anni ho assistito criticamente alla varie evoluzioni della Sinistra; dal fallimento ignobile dei

vari Centrosinistra con trattino o senza, a varie aggregazioni nobili ma inutili…

Da Poeta ho assistito alla svendita di ogni tentativo di elaborare una pratica politica non settaria,

plurale ma realmente alternativa al «tutto economico che tutto pervade…», in Politica, nella

Cultura come nei rapporti personali.

«Io sono comunista.Perché detesto l’ipocrisia e amo la verità. Perché si può sbagliare, ma non fino

al punto di essere capitalista…» così il Poeta Nazim Hikmet scriveva e così dovremmo tutti

riflettere sul fatto che l’alternativa al capitalismo non è nel rincorrere posti o prebende, ma dare un

alternativa di valori, idee e proposte.

Non sono mai stato tenero con la politica della Sinistra, in ogni sua articolazione, nella mia

regione come nella mia città, troppo spesso incline a compromessi al «ribasso» che hanno

snaturato la ragione stessa di esserci, ma non posso non notare un cambiamento profondo

nell’elaborazione politica della Lista L’altra Europa.

L’altra Europa non è un lista, ne un accozzaglia di partitini, ma un soggetto nuovo, realmente

partecipativo e democratico, culturalmente «alto» e di «persone per bene» , e come tale va

sostenuta pienamente, alla faccia dei gufi e dei minoritari che si accontenterebbero di qualche

posticino in qualche municipalizzata per poter dire «noi governiamo».

Franco Fortini, Poeta e intellettuale marxista ha scritto:

«Il comunismo è il processo materiale che vuol rendere sensibile e intellettuale la materialità delle

cose dette spirituali».

Da qui si deve e si può ripartire per una Sinistra che parli di Bellezza e lotti per creare un mondo

bello e giusto ed è per questo che aderisco convintemente sottoscrivendo il documento «Siamo ad

un bivio»…

38. Antonello Patta

Ciao, propongo la seguente modifica al Manifesto SIAMO A UN BIVIO

Propongo che “reddito di cittadinanza universale che permetta anche a chi è senza lavoro di condurre una vita dignitosa” venga sostituito con “reddito minimo garantito che consenta anche a chi è senza  lavoro di condurre una vita dignitosa”

Antonello Patta

antonellopatta@gmail.com

39. Jeanine Carteau – Bologna

Una proposta organizzativa .

Insieme al comitato di transizione penso sarebbe utile , sopratutto per la nostra visibilità avere portavoce : 2 per la parità di genere .

Sul manifesto propongo di aggiungere sulla prima pagina al 5 .paragrafo , dopo “ sblocca Italia “ “ “la riforma della scuola proposta dal governo Renzi” che rappresenta uno degli aspetti , non il meno importante dell’emergenza democratica.

Alla pagina 3 al 5 paragrafo è scritto “ contrastare lo smantellamento della scuola “ . Mi sembra insufficiente dobbiamo non solo contrastare questo fatto – dopo i tagli di più di 10 miliardi di questi ultimi anni.. ma proporre un altro modello di scuola ..pubblica statale e provare a realizzarla ..

L’Altra Europa si è fatta sostenitrice della LIP ( proposta di legge d’iniziativa popolare per una buona scuola della repubblica “ procediamo su questa strada..

La riforma di Renzi nega di fatto il diritto allo studio per tutti ( iscritto nella Costituzione art 34).

Allo stesso modo in cui ci proponiamo a redistribuire la ricchezza, il potere – con più democrazia- mi sembra essenziale assicurare la redistribuzione dei saperi senza i quali non ,c’è uguaglianza sostanziale . I saperi che permettono di fare delle scelte , al livello individuale che riguardano la propria vita delle persone ,ma anche la possibilità di partecipare alla vita economica ,sociale ,culturale, politica del paese. E noi vogliamo un democrazia partecvipata!

Senza saperi non c’è nessuna democrazia e la scuola è il fondamento , la base della democrazia .

E poi i saperi rendono liberi .

40. sulla scuola da Bologna

Contributo al documento Revelli in vista dell’assemblea nazionale del 17/18 gennaio

Bologna, 12/01/2015

Condividendo l’impostazione e l’analisi generale del documento Revelli, ci limitiamo a riprendere il punto che riguarda l’insorgenza di una vera e propria emergenza democratica. 
La crisi della politica va rapidamente trasformandosi in crisi della democrazia i cui effetti prevedibili lasciano presagire un approdo radicalmente autoritario nella gestione dei poteri di governo.

Non a caso è in corso in Europa una riscrittura delle Costituzioni, prima con l’inserimento nelle stesse dell’obbligo del pareggio di bilancio e ora con un’offensiva generale per ridurre gli spazi di partecipazione attiva. Gli strumenti usati per piegare i cittadini/e sono i soliti: il ricatto della crisi, la restrizione del credito, l’informazione in ginocchio, le forze dell’ordine usate spesso in modo repressivo, la scuola per educare al nuovo ordine.

In Italia tutte le riforme in corso d’opera hanno il segno della regressione autoritaria, contrassegnata da una forte verticalizzazione e concentrazione del potere: il Parlamento è ridotto al ruolo di mero servizio al Governo, il Senato, non più elettivo, è ridotto all’impotenza, la legge elettorale in gestazione conferma l’idea di un Parlamento a una sola voce. I princìpi della rappresentanza e del pluralismo, elementi base di una vera dialettica democratica e parlamentare, sono demoliti. Un’unica lista, garantita da un abnorme premio di maggioranza, governerà il paese, eleggerà il Presidente della Repubblica e i membri della Corte Costituzionale, controllerà la Commissione di vigilanza della RAI e infine, di fatto, controllerà il Consiglio superiore della Magistratura. Si veleggia consapevolmente verso un’idea di oligarchia.

Sul piano economico sociale, l’obiettivo dei poteri finanziari globalizzati è concentrato sulla diffusione, sempre più marcata, della precarizzazione del lavoro, in particolare di quello giovanile, accompagnata da un ulteriore riduzione di quei diritti sociali e culturali che sono ancora – per poco – sottratti alle logiche di mercato: istruzione, sanità, previdenza, assistenza, informazione pubblica, ricerca.  Le giovani generazioni sono sottoposte a una fortissima pressione culturale, a partire dalla scuola e dai media, allo scopo di far loro interiorizzare la condizione della precarietà come status permanente e “naturale” dell’esistenza: stiamo parlando di un potente processo di modificazione antropologica delle coscienze. Da un lato, quindi, il jobs act, con il quale nel giro di pochi anni tutta la forza lavoro, compresa quella cognitiva, verrà trasformata in forza lavoro precarizzata e in competizione feroce, senza esclusione di colpi, pena il licenziamento senza giusta causa; dall’altro la riforma della scuola proposta dal governo Renzi, attraverso la quale si plasmeranno, nelle scuole pubbliche e in quelle private, messe alla pari, cloni educati alla condizione naturale della precarietà e istruiti a partire dalle esigenze dell’impresa e dell’industria.

Il progetto “buona scuola” di Renzi propone l’abbandono degli investimenti pubblici nell’istruzione per lasciar campo all’intervento privato. In tal modo i costi dell’istruzione si scaricheranno sempre di più sulle famiglie con un’accelerazione spaventosa dei processi di disuguaglianza già in atto.
L’altro asse del progetto renziano è rappresentato dall’annullamento della gestione democratica della scuola basata sugli organi collegiali, per passare ad un sistema gerarchizzato, fondato sul potere monocratico del dirigente scolastico alle dirette dipendenze del ministero e quindi del governo centrale.

Di fatto quella del governo è una riforma che abbandona l’idea dell’istruzione pubblica intesa come percorso per formare cittadini consapevoli, critici, creativi, per approdare, con l’inserimento dell’apprendistato nel programma scolastico e il finanziamento privato, ad un’ idea dell’istruzione pubblica organizzata per formare, in modo preordinato, lavoratori precari al servizio delle esigenze di mercato.

Renzi ha dichiarato più volte che per cambiare davvero l’Italia occorre  cambiare la scuola. Noi siamo pienamente coscienti della verità di questa affermazione.
Per questo dobbiamo essere in grado di contrastare la sua visione per contrapporgli la nostra idea di scuola, che poi non è altro che quella disegnata dalla Costituzione: una scuola aperta a tutte e tutti, laica, gratuita, inclusiva, garanzia di uguaglianza e qualità.

Abbiamo costituito in questi mesi, diversi comitati di sostegno alla legge di iniziativa popolare “Per una buona scuola per la Repubblica”. La legge, sottoscritta a suo tempo da oltre centomila firme certificate, è stata ripresentata a settembre da 25 parlamentari appartenenti a diversi gruppi e ha avuto l’appoggio di centinaia di collegi-docenti e assemblee sindacali.
In questi giorni si raccolgono le firme per una proposta di legge popolare per eliminare il fiscal compact dalla Costituzione.
Sono esempi, a nostro parere, di campagne attorno alle quali raccogliere consenso e produrre mobilitazioni.

Bisogna essere in grado di creare una speranza di cambiamento alla crescente condizione di sudditanza dei cittadini verso il potere centralizzato.

Le persone cominciano a ribellarsi a questa situazione: i sindacati, gli insegnanti, gli operai, i lavoratori, gli studenti i cittadini e le cittadine, con scioperi, manifestazioni e fuga dal voto, chiedono prima di tutto di ritrovare condizioni di vita dignitose e di essere di nuovo ascoltati e rispettati, cosa che non accade da molti anni, troppi anni.

La crescita esponenziale dell’astensione dal voto, che ha raggiunto nelle ultime elezioni regionali dell’Emilia Romagna percentuali del 62%, rappresenta un segnale ben preciso rivolto alle forze politiche e di governo: certo, dentro c’è una critica alle scelte del governo centrale, c’è orrore per la corruzione dilagante, c’è rabbia per la sordità nei confronti degli effetti prodotti dalla crisi, così come, di certo, c’è una fortissima richiesta di rappresentanza, in larga parte inevasa, a causa delle distorsioni democratiche dovute ad una legge elettorale che produce solo nominati ed alla speculare mancanza di una forza politica capace di raccogliere e rappresentare le ragioni e i bisogni di tante e tanti.

E qui veniamo a noi. Anche la proposta politica dell’altra Emilia Romagna non ha saputo dare risposte alternative e politicamente autorevoli. Non ha saputo intercettare il grande disagio delle centinaia di migliaia di donne e uomini che, di fronte a una sinistra frantumata e totalmente irrilevante, si sono trovate ancora una volta a fare i conti con una proposta politica dal sapore testimoniale, più che alternativa chiara e concentrata sul grave stato delle cose presenti.

Bisogna riaprire una discussione larga su quanto sta succedendo, con la consapevolezza che l’epicentro del terremoto sta in un’Europa piegata alla grande finanza globalizzata e, paradossalmente, a nuove, egoistiche, forme di nazionalismo economico. L’Europa pare avere dimenticato i suoi fondamenti: la pace, perché anche con l’economia si può fare guerra alla Grecia; la giustizia sociale, perché anche con l’abbandono del welfare si possono ridurre le persone alla fame e alla malattia; l’uguaglianza, perché anche con il cinismo dell’austerity si può produrre disoccupazione, concentrazione delle risorse e il contrario di una giusta e necessaria ridistribuzione della ricchezza.

Per opporsi a ciò e invertire la direzione di tale deriva, occorre, e noi siamo concordi con Revelli, rilanciare l’idea della “grande potenza culturale” europea.

Scuola,cultura, università e ricerca, insieme al welfare, sono i beni pubblici-comuni alla base di ogni democrazia avanzata e degna di tal nome, in assenza dei quali si rimettono in discussione i princìpi di uguaglianza e di libertà, accorciando la breve distanza che corre tra l’essere sudditi o cittadini. 

Nel mese di novembre, il 29, abbiamo promosso con il patrocinio del gruppo GUE un convegno dal titolo: “Cultura d’Europa bene comune: scuola, università, ricerca, il futuro è qui”, fra i relatori Curzio Maltese, Nadia Urbinati e Salvatore Settis. Un incontro che ha contribuito a sviluppare una prima analisi sul mutamento in atto nella concezione di bene pubblico-comune che richiederebbe una campagna europea capace di porre a fondamento delle democrazie europee la centralità dei beni pubblici-comuni appunto, come scuola, sanità e libertà civili e politiche.
Il convegno, inoltre, ha lanciato l’idea di lavorare ad un manifesto europeo della cultura e dell’istruzione pubblica..

Scuola e sanità gratuite, diritti civili e politici per tutti, meccanismi che garantiscano una sostanziale ridistribuzione della ricchezza, questi potrebbero essere i punti fondamentali di programma, per rilanciare la nostra iniziativa politica nell’immediato.
Per farlo occorre sviluppare campagne politiche specifiche su cui chiedere la partecipazione attiva, sia a livello nazionale che territoriale, a movimenti, associazioni, organizzazioni sindacali, cittadine e cittadini.
Così come occorre non dimenticare mai, di tenere sempre legati i diversi temi di intervento perchè solo in questo modo traspariranno inequivocabilmente i motivi e le ragioni che ci fanno gridare all’emergenza democratica e quindi alla cancellazione di diritti universali non negoziabili.

Come non vedere ad esempio, per quanto ci riguarda direttamente, lo stretto legame fra la battaglia per un assetto istituzionale che favorisca la partecipazione attiva dei cittadini e quello per una scuola di tutti e per tutti? O ancora, come non vedere il rapporto fra un’istruzione neoliberista costruita attorno ad una scuola sostenuta da capitali privati e la riproposizione di una netta divisione in classi della nostra società, i ricchi nelle scuole di serie A private e costose per le future classi dirigenti, gli altri in scuole di serie B, abbandonate dallo Stato, per le future classi lavoratrici e precarie?

Questi pensiamo debbano essere fra i compiti primari cui dedicarsi al fine di dare vita – attraverso un profondo, intelligente e forse lungo processo costituente, aperto a tutte e tutti coloro che hanno a cuore la salvaguardia di una democrazia che guardi prima di tutto alle persone – di dare vita dicevamo, ad un soggetto politico italiano capace di incarnare, perfino fisicamente e con una sensibilità europea, tali proposte/visioni/princìpi.

Condividiamo pertanto l’idea di avere come prospettiva quella di immaginare e costruire una casa comune della sinistra e dei democratici italiani in un quadro europeo.

Per questo aderiamo al manifesto, carta di intenti, promosso dal gruppo nazionale di preparazione dell’assemblea.

Angela Agusto
Angela Attianese
Liana Cacciari
Giovanni Cocchi
Stefania Ghedini
Bruno Moretto
Vanna Polacchini
Giorgio Tassinari
Giancarlo Ambrogio Vitali
Katia Zanotti

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