Oltre- contributo di Caccia e Casarini

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Vi sono momenti nei quali la concatenazione imprevedibile degli accadimenti esplode nel mezzo di un contesto che sembrava essere indiscutibile, frutto di una traiettoria ben precisa. Si aprono bivi, diramazioni, ed è in quel momento che siamo chiamati a scegliere, a decidere da che parte andare. Il tempo non è fermo, si muove rapidamente, e rapidamente i varchi che interrompono l’inesorabile marcia della Storia “senza se e senza ma”, quella che poi i vincitori scrivono e consegnano ai posteri come “oggettiva”, vengono richiusi. Chi si batte per cambiare il corso della Storia cerca per tutta la vita i “se” e i “ma” che in essa si celano. Ma è quando questi ultimi esplodono, diventano visibili a tutti, si fanno senso comune, che chi cerca deve scegliere, deve imboccare strade nuove. L’urgenza è dovuta a questo. È uno stato d’animo, alimentato dalla sana inquietudine che pervade chi non è rassegnato alla metamorfosi terribile di una Terra senza umanità. L’opportunità invece ha a che fare con la ragione. Con la possibilità progettata, visionaria ma anche maledettamente concreta. Scriviamo e agiremo di conseguenza a questo. Con tutta l’umiltà necessaria, e con tutta la determinazione di cui saremo capaci, ovunque saremo. Non importa da dove si parte, l’importante è dove si vuole arrivare.

Ognuno, di questi tempi, dovrebbe fare i conti con le proprie storie, senza paura di affrontare scomode verità. A noi, nel corso della nostra piccola ma straordinaria esperienza condivisa con molti, è già accaduto. Con il postfordismo e i “nessi amministrativi”, con lo zapatismo, con le Tute bianche, nel movimento no global, con i disobbedienti. Abbiamo abbandonato quello che c’era prima, la strada maestra della Storia senza se e senza ma, della tradizione, della ritualità, a volte per imboccare viottoli impervi e desolati, a volte per cavalcare in praterie dalla folla immensa. L’eresia l’abbiamo applicata a noi stessi, prima di poterla pensare nei confronti del potere. Ma a volte, lo abbiamo imparato, si può essere comodamente circondati da propri simili ed essere terribilmente isolati, oppure sfidare il rischio della “lunga traversata del deserto” per poter tornare a parlare a tante e tanti, altre e altri, diverse e diversi da noi, e dal noi che prima eravamo.

Dopo Parigi: fuori dalla gabbia. Liberté, égalité, fraternité.

Mentiremmo se negassimo il groviglio di contrastanti emozioni generato dai fatti dell’ultima settimana a Parigi. E non sono tante le parole lette e sentite in queste ore che ci abbiano aiutato nella comprensione e nella costruzione di una risposta politica a quanto accaduto. A fianco della scontata retorica dominante, per la verità meno arrogante e semplificatoria di quello che ci aspettavamo, abbiamo dall’altra parte troppi “sì, ma …”, troppa sociologia d’accatto sulle banlieu, troppe semplificazioni giustificazioniste sulla “rabbia sociale”, troppa chiacchiera da bar sulla “valenza antimperialista” dell’Islam radicale … e consimili bestialità. Vorremmo invece provare a fissare alcuni punti chiari, in una situazione assai complessa e ricca di diverse implicazioni.

Punto primo: chi irrompe nella redazione di un settimanale per assassinare disegnatori satirici, giornalisti, collaboratori e chiunque gli si pari davanti, è un fascista. Così come è un nazista chi pianifica la strage di bambini in una scuola materna ebraica e poi ripiega, per comodità, sulla presa di ostaggi in un supermercato kosher. Su questo punto non ci possono essere dubbi, nè tentennamenti, nè parallelismi possibili.

Punto secondo: questi sono gli stessi nazisti autori del contemporaneo massacro di duemila persone inermi in Nigeria. È un nostro nemico, un nemico dell’umanità, chiunque voglia in tal modo imporre la propria concezione totalitaria, sia essa di matrice religiosa e/o politica, gerarchica, autoritaria, oppressiva delle relazioni sociali. Non ci possono essere giustificazioni né sconti per l’ideologia e la prassi jihadista, per il fondamentalismo e l’integralismo, concezioni ed esperienze storiche che sono feroci e irriducibili antagonisti di qualsiasi ipotesi di liberazione. Chi abbia ancora dubbi è vivamente pregato di rivolgersi in proposito alle compagne e ai compagni che resistono a Kobane e di farsi chiarire definitivamente le idee da loro.

Punto terzo: abbiamo, ormai in tutta Europa, un enorme problema con la crescita, in forme e modi diversificati, di “nuovi fascismi” che tentano di occupare il discorso pubblico, di prendersi le piazze, di conquistare crescenti consensi elettorali. Si chiamino Front National di Le Pen, Lega di Salvini, Pegida, Alba Dorata, Jobbik e orror cantando, questi fenomeni condividono alcune salienti caratteristiche, che spesso li rendono speculari ai fondamentalisti: campagne di odio nei confronti del diverso, invenzione e difesa di identità chiuse, politiche concrete di esclusione e/o di sfruttamento differenzialista. Per tutti costoro la risposta alla crisi e all’impoverimento di massa che essa ha prodotto, così come al terrorismo jihadista (dei cui effetti si nutrono come il vampiro del sangue), sta nella riproposizione del sovranismo nazionalista, nei suoi aspetti più pesanti di chiusura e oppressione. Anche con questi non vi può essere altro rapporto che di nemicità: devono essere fermati prima che si facciano troppo spazio.

Punto quarto: è altrettanto evidente il tentativo di utilizzare gli eventi parigini per una propria rinnovata legittimazione da parte di quelle oligarchie europee che, non senza interne articolazioni e nello scontro tra diverse ipotesi di governance, hanno politicamente gestito la crisi e i suoi effetti negli ultimi cinque anni. Le varie retoriche dell’ “unità nazionale”, dei “valori repubblicani”, della “civiltà dei principi costituzionali” hanno l’obiettivo di ricostruire consenso sociale intorno ad élite che vedono sempre più erodersi la base dell’esercizio legittimo del proprio potere economico e politico. Come riteniamo che il terrore jihadista vada combattuto e che i “nuovi fascismi” europei non debbano trovare di fronte a sé una strada spianata, così pensiamo che finora quest’altra operazione non sia compiutamente riuscita. Pur nelle loro irrisolte e forse irrisolvibili ambiguità, le piazze parigine degli ultimi giorni sembrano dire questo, nella plastica distanza tra il “selfie” dei potenti d’Europa e del Mediterraneo (per non parlare dei fascisti relegati in Vandea), e le moltitudini multiculturali e multireligiose, democratiche e libertarie che, con tutto il loro carico di contraddizioni, marciavano altrove.

Punto quinto: proprio quelle piazze esprimono una condizione di possibilità. Anche nell’invocazione della laica Trinità di liberté, égalité, fraternité. Certo, sappiamo quanto il trittico sia sporcato dagli sviluppi “borghesi e nazionali” della Rivoluzione, dalla storia sanguinosa dell’oppressione coloniale, dai vizi eurocentrici e dalle costruzioni identitarie che li accompagnano. Ma siamo anche convinti che, assunta piena consapevolezza dell’ambivalenza, per chi desidera mutare lo stato di cose presenti si tratti di partire proprio da una nuova positiva qualificazione di quelle tre parole: sapendo che non vi è vera liberté per tutte e tutti senza emancipazione dalla miseria e dal bisogno; senza materiale conquista di una égalité come pienezza di diritti e opportunità universali, che deve trovare il suo compimento nel rovesciamento delle attuali condizioni di drammatica diseguaglianza sociale; per costruire su base affatto rinnovata quella fraternité che non può essere pretesca ingiunzione idealistica, ma solidale, mutuo riconoscimento della comune cooperante produzione di vita e di realtà. Ma servono spazi di liberté per strappare égalité e conquistare fraternité. Piaccia o meno, questo è il perimetro all’interno del quale crediamo valga la pena muoversi, e rimettersi in gioco.

Con Atene. Ma anche con Madrid, Ferguson, Kobane.

E tanti altri luoghi dell’alternativa.

È ancor più faticoso rimettersi in gioco, se i piedi restano piantati nella palude italica. E le gambe sembrano inghiottite dalle sabbie mobili sottostanti, dove tutti fanno di tutto per continuare a recitare la propria parte, incoscientemente compiaciuti e beati nella sempiterna conferma del proprio ruolo: i politici fanno “i politici”, i sindacalisti fanno “i sindacalisti”, gli antagonisti fanno “gli antagonisti”. E ognuno a ripetere le sue rassicuranti formulette. Peccato che la realtà non lo consenta più. Pena bruschi e assai brutti risvegli. O, peggio ancora, l’accomodarsi nella pressoché totale ineffettualità, la scelta consapevole o meno che sia di non contare nulla e di riuscire a incidere ancora meno.

Per questo bisogna provare ad alzare lo sguardo dalla palude italica.

Non siamo i primi e, per fortuna, non i soli a dirlo: l’esito delle prossime elezioni in Grecia (il 25 gennaio) e in Spagna (tra novembre e dicembre) costituisce “un’occasione fondamentale per aprire nuovi spazi politici in Europa.” Ancor più dopo Parigi, aggiungiamo, per i punti toccati qui sopra. La possibile – ma non scontata per le forze del capitale finanziario e le pressioni mediatiche e politiche internazionali che si stanno scatenando – vittoria di Syriza e l’altrettanto auspicabile successo di Podemos, e delle esperienze con essa coalizzate, nelle consultazioni municipali di primavera e in quelle parlamentari di fine anno, non sono banali passaggi elettorali: è in gioco il presente e il futuro d’Europa. Non solo la concreta opportunità  di costruire un’alternativa reale alle politiche di austerity che abbiamo subito in questi anni, e al tentativo di consolidare uno stabile regime di precarietà e immiserimento per i molti del nostro continente, ma anche la possibilità stessa di pensare e praticare una prospettiva di cambiamento radicale dello stato di cose presenti, la messa in discussione dei rapporti di dominio e sfruttamento dati. È in gioco la democrazia, se la concepiamo come decisione collettiva dei molti sul governo del comune.

Queste opportunità/possibilità hanno differenti genealogie.

Nel caso greco, la tutt’altro che scontata capacità di una generazione di militanti usciti dal ciclo noglobal/nowar, quelli che avrebbero voluto raggiungere con noi Genova nel luglio 2001, di rinnovare nelle forme e nei linguaggi la tradizione della “sinistra radicale” ellenica. Costruendo una coalizione di partiti, partitini e gruppi di diversa estrazione ideologica, per provare a uscire da una precedente, marginale residualità. Aprendo intelligentemente questa coalizione al rapporto con le dinamiche sociali di lotta ai memorandum della Troika, anche le più radicali. Giocando il proprio ruolo a cavallo tra la politica parlamentare e lo sviluppo di reti sociali di autorganizzazione attive nel conflitto e nella tessitura di esperienze mutualistiche di cooperazione e autoestione, capaci di rispondere alla drammatica emergenza dei bisogni sociali nell’impatto della crisi. Gestendo in modo dinamico la dialettica tra reciproche autonomie e montando così un dispositivo di coalizione politica, capace di determinare un allargamento del consenso sociale nella prospettiva del governo. Dovrebbe essere inutile aggiungere che tutto ciò è avvenuto, certo in un processo non lineare, ma senza cedere di un millimetro a tentazioni sovraniste, nella consapevolezza che solo il rilancio dello scontro sul piano europeo può aprire spiragli di cambiamento anche per la Grecia.

Nel caso spagnolo, l’intuizione soggettiva di compagne e compagni, provenienti dall’esperienza delle Tute bianche/disobbedienti, gente che era con noi a Praga e a Genova, poi formatasi nel confronto con le esperienze di governo latino-americane (con tutte le contraddizioni che ciò può comportare), di impiantare un asse politico verticale sull’orizzontalità dei movimenti, a partire dal 15M del 2011. Investendo risorse soggettive e materiali sia nella costruzione di un polo di ricerca indipendente e progettazione politica, sia nell’uso intelligente dei media, dai social fino al mainstream. Non “rappresentando” le Plazas e le Mareas, ma assumendone fino in fondo i contenuti, così trasposti in un maturo programma politico. Interpretando con spregiudicatezza la crisi della democrazia spagnola, il rifiuto massificato della corruzione, la diffusa delegittimazione della “casta” non come deriva rancorosa, moralista e giustizialista (e perciò funzione di blocco di ogni possibile cambiamento), ma come terreno di organizzazione di un consenso maggioritario per la giustizia sociale, la difesa e la conquista di nuovi diritti, la redistribuzione egualitaria della ricchezza. Piegando a questo obiettivo linguaggio e forme del “populismo”; assumendo in tutta la sua problematicità la parola d’ordine “né di destra, né di sinistra”, come premessa necessaria per riattribuire dignità sostanziale ad una politica di sinistra, che si saturasse programmaticamente dei contenuti delle lotte sociali.

Vi è tuttavia più di un tratto unificante queste differenti genealogie, al di là della comune speranza che sono in grado di evocare in tutto il continente e non solo: Syriza e Podemos non si propongono di offrire “nuova rappresentanza” ai movimenti sociali, agli sfruttati o a chicchessia, bensì sollevano con indispensabile forza la questione del “governo”, cioè dell’esercizio del potere per mettere in discussione le politiche neoliberiste e il dominante paradigma dell’austerity. Altro che “cambiare il mondo senza prendere il potere”! Qui si tratta invece di “prendere tutto il potere necessario per cambiare il mondo”. Con l’estrema avvertita consapevolezza del fatto che il dato elettorale, finanche quello della vittoria nelle urne e della formazione di “un” governo, non è risolutivo di alcunché. Che la dimensione globale e assoluta, fluida e onnipervasiva del capitalismo finanziario, la drammatica sproporzione nei rapporti sociali di forza dati, la complessità multifattoriale di ogni processo di decisione politica, tanto più se orientato al cambiamento, non consentono illusioni e tanto meno esiti scontati. Il discorso di Alexis Tsipras sulla necessità di “rigenerare la socialdemocrazia”, che tanto scandalo ha provocato, non portava con sé l’intenzione di disseppellirne il cadavere, e tanto meno il segno dell’ennesimo “tradimento”, quanto – crediamo – l’obiettivo di introdurre una riflessione sul “limite” dell’azione di governo all’interno delle istituzioni costituite. Allo stesso tempo la rottura dell’egemonia di quell’”estremismo di centro”, che ha nel blocco politico PPE/PSE a guida ordoliberale la sua concretizzazione di governo, è fondamentale per aprire nuovi spazi politici ad ogni cambiamento possibile, ad ogni possibile movimento costituente in Europa.

Le possibilità di successo di tali prospettive sono in larga misura affidate proprio al loro grado di apertura costituente, cioè se prevarrà la volontà politica di sfuggire alla logica della “somma zero” tra governi e dinamiche sociali, a quella legge dei “vasi comunicanti” per cui a un pieno dell’azione governativa debba per forza corrispondere il vuoto dei conflitti, il loro addomesticamento e la loro neutralizzazione, o vice versa. Per la prima volta, nella stagione che si sta aprendo in Europa, potrebbe essere giocata la scommessa sulla possibile relazione virtuosa, di reciproco volano tra dispositivi di governo e potenza sociale, tra istituzioni costituite e nuovi istituti del comune: la sperimentazione di che cosa potrebbe significare, sul serio, un movimento costituente.

Se guardiamo anche a quanto sta sviluppandosi “nel cuore della Bestia”, cioè nel contesto di quella Germania dove regna apparentemente immutabile l’ordine ordoliberale della Grosse Koalition, tra la mobilitazione della coalizione Blockupy e il governo del Land Turingia, queste attuali esperienze europee segnano una sostanziale discontinuità con i termini costitutivi del dibattito “partiti/movimenti”, per come lo abbiamo fin qui conosciuto, nell’epilogo del movimento noglobal, e nella fase di Uniti contro la crisi, in cui abbiamo creduto che l’alleanza con l’organizzazione sindacale tradizionale potesse surrogare la relazione col politico.

Perché è la stessa scontata formula di “movimenti sociali” che sarebbe forse il momento di mettere in discussione: del resto essa nasce nei primi anni Ottanta in contesto accademico, sovente abbinata alla qualificazione di “nuovi”, talvolta a marcare la cesura con le vecchie, brutte e cattive lotte operaie, talvolta a salutare con soddisfazione l’abbandono della lotta di classe e di illusioni “antisistemiche” e il più compatibile approdo alle “new single issues”.

Nel tempo, e in particolare dopo la conclusione del ciclo noglobal/nowar, tale definizione, spesso assunta acriticamente come propria auto-definizione, rischia di diventare una gabbia: al di là della sacrosanta rivendicazione dell’autonomia delle dinamiche e dei processi di autorganizzazione sociale, e dell’altrettanto fondata critica della rappresentanza politica e/o sindacale in crisi, nel migliore dei casi essa costituisce un’auto-limitazione delle potenzialità trasformative del conflitto sociale stesso; quando non la statica etichetta utilizzata da soggettività organizzate, gruppi e gruppetti che non sono meno “ceto politico” di certe strutture di partito; o autistica perimetrazione del proprio spazio localistico o addirittura tribale.

Perciò riteniamo che non sia più sufficiente salvarsi l’anima con la formuletta per cui ogni processo trasformativo non può che partire solo “dal basso e a sinistra”. Preferiremmo invece misurarci sul suo grado di apertura e di efficacia.

Anche qui non possiamo che sollevare lo sguardo dalla palude italica: guardiamo, ad esempio, a #wecantbreathe. Al fatto che l’ennesimo omicidio legalizzato di Ferguson, e gli altri casi che sono seguiti, non hanno provocato solo la fiammata del riot. Il problema, statunitense ma sempre più globale, della violenza organizzata delle forze di polizia come corpo separato, strumento dell’esercizio di un potere discriminatorio ed escludente, razziale e di classe, e del doppio regime di legalità che ad esse viene applicato ha prodotto una ricerca tendenzialmente maggioritaria del fare coalizione. Dalla rivolta di piazza al tessuto associativo, fino al coinvolgimento delle autorità locali. E quanto accade negli Stati Uniti è sempre interessante e, a suo modo, anticipatorio: è stato così per il WTO di Seattle e il ciclo noglobal, così per Occupy Wall Street e le piazze di tutto il mondo. E sarà così anche questa volta. In questo senso siamo già “oltre occupy”, nel momento in cui il tema della violenza legalizzata e dell’uso della forza tornano ad essere cruciali: ancora una volta, la questione del potere. Alle spalle di #wecantbreathe ci sono le lotte per il minimo salariale nei fast food e nei Walmart, ma anche i conflitti localmente diffusi sui cambiamenti climatici, contro i mega-progetti sulle energie fossili e a difesa dei commons, il mondo di “Blockadia” come l’ha efficacemente descritto Naomi Klein. C’è un tessuto comunitario che fa mutualismo e cooperazione, ma anche la ripresa economica che rimette in moto la circolazione della ricchezza e le forzature di Obama sulla regolarizzazione dei migranti. Che cos’è “dall’alto”? Che cos’è “dal basso”?

E ancora, se evitiamo di farne la nuova icona ideologica, destinata a soddisfare le nostre carenze identitarie e la nostra puerile ricerca di risposte semplificate a problemi dannatamente complicati, è al “confederalismo democratico” in armi della Rojava che dobbiamo guardare. Qui dove una soggettività politica apparentemente “datata”, come solo un partito di ispirazione marxista-leninista può apparire, e il suo leader carismatico, cioè quanto di più “verticale” si possa immaginare, hanno avuto la straordinaria capacità di reinventare una proposta politica innovativa, capace di resistere e di costruire alternativa alla barbarie e allo stato di guerra in cui questa ha trascinato intere comunità. Che cos’è “dall’alto”? Che cos’è “dal basso”? Dove eravamo, tutti, negli anni in cui la Siria ha cominciato a bruciare? E soprattutto quale classica chiave interpretativa “anti-imperialista” può aiutare a comprendere che cosa sta accadendo oggi nel Medio Oriente? Che cosa ne sarebbe stato e che cosa sarà di Kobane senza i raid dell’aviazione USA e dei suoi alleati? Ma, al tempo stesso, quale discorso nel caos globale sarebbe adesso possibile senza un’esperienza che è in grado di parlare il linguaggio universale della libertà e dell’eguaglianza, della fraternità e della democrazia? Le compagne e i compagni curdi del PKK – perché loro l’hanno costruita dall’inizio sull’apertura alla relazione con tante e tanti, altre e altri, diversi da loro, allargando il consenso tra la “moltitudine cosmopolita della Mesopotamia”, e sperimentando il fare coalizione politica per autogovernare il proprio territorio e le proprie comunità – hanno saputo andare oltre sé stessi, oltre quello che erano, oltre le gabbie identitarie e i ruoli che erano stati loro cuciti, come una camicia di forza, addosso.  

Verso Francoforte. Per andare oltre, attraverso ogni luogo interessante.

Oltre, per la coalizione politica, per l’alternativa.

Se vogliamo provare anche noi ad andare oltre il vuoto, così pieno di melma, della palude italica; oltre “la miseria del presente, verso la ricchezza del possibile” che si dischiude sulla scena europea, dobbiamo tentare di costruire strumenti concettuali nuovi e più adeguati. E cambiare atteggiamento, predisposizione mentale, attitudine relazionale.  

Non solo: nell’azione politica la temporalità è fattore decisivo. Si apre ora, qui e subito, una prima finestra che va dal 25 gennaio del voto in Grecia al 18 marzo della mobilitazione a Francoforte contro l’inaugurazione della nuova Eurotower della Banca Centrale. Per la prima volta da tre anni a questa parte non si tratterebbe di una, per quanto doverosa, simbolica protesta contro le politiche monetarie, contro il regime di austerity, contro il governo post-democratico della Troika. Per la prima volta, la mobilitazione e il conflitto nelle strade della City finanziaria d’Europa potrebbe assumere valenza immediatamente politica, esprimere il positivo contenuto di una proposta programmatica per il governo democratico d’Europa: rinegoziare, ristrutturare, ridimensionare subito il debito per sciogliere il cappio che stringe il collo delle moltitudini d’Europa; immettere subito un’enorme iniezione di liquidità nelle vene della circolazione monetaria continentale, non a beneficio della speculazione finanziaria e del suo ciclo parassitario di accumulazione, ma per riattivare una dialettica di redistribuzione sociale del reddito e della ricchezza più complessiva. Lottare insieme per cambiare l’Europa: è questa la “solidarietà” di cui la Grecia, la Spagna, il Portogallo, l’Italia stessa hanno bisogno. La stessa che può dare ragioni, speranze e prospettive a precari, migranti, sfruttati di ogni provenienza e di ogni terra d’Europa. Reinventando così un possibile rapporto tra conflitto, riformismo e democrazia. Se tra il 25 gennaio e il 18 marzo si innesca un virtuoso cortocircuito, è con forze e fiducia rinnovate che potremmo guardare alla finestra temporale dell’autunno, quella che si colloca tra il voto in Spagna e le mobilitazioni a Parigi sul “climate change / system change” in occasione di COP21.

Per affrontare questa “occasione” di cambiamento in Europa, abbiamo bisogno di fare coalizione politica anche in Italia. Anche nella nostra maleodorante palude, non manca invece un tessuto vitale di lotte, sociali e ambientali. Come di associazionismo attivo e cooperazione mutualistica. Dal ciclo del lavoro nella logistica ai conflitti locali contro grandi progetti infrastrutturali inutili e devastanti, per i commons contro il biocidio; dal nuovo ciclo di lotte per il diritto all’abitare fino alla potente suggestione del “social strike”, nei momenti migliori esse sono state capaci di produrre efficaci “coalizioni sociali”, convergenze ricompositive su obiettivi. Quasi sempre hanno mancato di, o hanno trovato impraticabile qualsiasi sbocco politico. E questo vuoto è stato riempito, negli ultimi anni, da dispositivi di blocco, di neutralizzazione di qualsiasi ipotesi di alternativa. Allo stesso modo, non mancano partiti e/o aggregazioni elettorali che, in alcuni passaggi, è sembrato potessero offrirsi come strumenti per il cambiamento e che ora guardano con interesse all’apertura di possibilità che si sta dando in Europa. Ma essi appaiono insufficienti, inadeguati ad assicurare da soli la sperimentazione vincente di questa apertura. Diciamolo con franchezza: tutti siamo, da soli e confinati nei nostri ruoli predeterminati, drammaticamente insufficienti, inadeguati a corrispondere alle sfide che il nostro tempo ci pone. Ma, al tempo stesso, tutti i luoghi, sociali e politici che abitiamo possono essere spazi interessanti se attraversati con questo spirito, quello dell’andare oltre per costruire l’alternativa possibile in Europa. Come combinare un’orizzontalità tutt’altro che priva di limiti e contraddizioni con una verticalità che sia leva potente di cambiamento?

È sulla base di questi ragionamenti che noi stiamo attivamente partecipando al processo di Blockupy in Europa e alla costruzione della grande iniziativa del 18 marzo. È con questo spirito che, partendo ognuno da dove è realmente collocato, crediamo sia importante partecipare all’assemblea nazionale della Lista Tsipras a Bologna il 17 e 18 gennaio, e alla tre giorni di Human Factor a Milano il 23, 24 e 25 gennaio. È per tutto questo che per noi ha senso essere ad Atene in occasione delle elezioni politiche, e a Madrid il 31 gennaio per partecipare alla prima grande manifestazione di Podemos.

E per discutere delle questioni che qui abbiamo cercato di iniziare a porre, siamo disposti a incontrare chiunque abbia come noi voglia di rimettersi in gioco, ad attraversare qualsiasi luogo sia interessante e interessato alla costruzione di coalizione politica per la trasformazione.

Scriveva a ragione Walter Benjamin che “ogni ascesa del fascismo reca testimonianza di una rivoluzione fallita”, di fronte ai nuovi fascismi che bussano alla porta non vorremmo portare la responsabilità di non aver osato andare oltre noi stessi, per tentare sul serio, insieme a tante e tanti altri, la nostra.

14 gennaio 2015

* attivista, collettivo Euronomade, board of trustees European Alternatives

** attivista, Lista Tsipras / SEL

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