Opera di Roma: la cultura non si licenzia

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Licenziare coro e orchestra; questa è la soluzione pensata per affrontare la crisi del Teatro dell’Opera di Roma. La colpa è dei lavoratori e dei loro diritti.
Gli artisti sono validi, tanto è vero che il Teatro assicura che li farà lavorare. Ma li vuole precari, li rende meno sicuri, meno pagati, ricattabili. Un precedente drammatico e pericoloso. Nessuno parla di chi ha gestito per anni quel teatro, degli stipendi, dei consulenti, delle clientele, delle esternalizzazioni inutili e degli sprechi. Non possono essere ancora una volta solo i lavoratori a portare il peso di una cattiva gestione le cui origini risalgono alla stessa Direzione Generale del Ministero. Nessuno parla dei continui tagli alla cultura, che per anni hanno impedito qualunque programmazione e qualunque serio processo di ristrutturazione e rinnovamento. Nessuno denuncia come l’attacco portato allo spettacolo dal vivo sia un attacco ad un bene fondamentale dell’Italia tutta, la cultura, che non può essere maneggiato con la sola logica del profitto e del mercato.
Perché non si dice che il famoso decreto “Valore Cultura” del governo Letta impone ai teatri licenziamenti fino al 50% dell’organico pena la chiusura?
Tutti i grandi teatri dell’Opera delle capitali europee hanno orchestre stabili, professionisti che possono dedicare la loro vita a progredire e migliorare. La soluzione non è certo rendere precari e disoccupati anche quei pochi artisti che non lo sono. Il problema è ricominciare a investire nella cultura.
Ma questa è la logica di Renzi. Rimaniamo dentro i vincoli europei, tanto a pagare il prezzo saranno i lavoratori, perdendo il lavoro, rinunciando ai loro diritti. Restiamo sotto il tetto del 3%, tanto a pagare saranno i cittadini che perderanno opportunità e libertà, a pagare sarà il Paese, che perderà le sue risorse.

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