E ora anche l’illusionismo del Tfr in busta paga

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Il primo inter­vento, tra­mite decreto, fu – nella scorsa pri­ma­vera — l’aumento della fles­si­bi­lità nel mer­cato del lavoro che incen­ti­vava il ricorso delle aziende ai con­tratti a tempo deter­mi­nato, con­sen­ten­doli senza una ragione spe­ci­fica (prima neces­sa­ria), per una durata estesa fino a 36 mesi, ma con la pos­si­bi­lità di essere rin­no­vati o meno, senza causa, fino a 5 volte nel periodo. Si accen­tuava così la pre­ca­riz­za­zione dell’occupazione e si sca­ri­cava l’incertezza eco­no­mica dalle imprese ai lavo­ra­tori; soprat­tutto, si sti­mo­la­vano ancor più le imprese a cer­care la com­pe­ti­ti­vità nella ridu­zione dei costi sala­riali e non in inve­sti­menti inno­va­tivi che, invece, si asso­ciano ad una forza lavoro spe­cia­liz­zata e sta­bil­mente impiegata.

Con­tem­po­ra­nea­mente, si ridu­ce­vano le pos­si­bi­lità d’investimenti pub­blici, che anche in paesi come gli Usa sono l’asse por­tante dell’innovazione. In pre­vi­sione delle vicine ele­zioni euro­pee si deci­sero anche i famosi 80 euro in busta paga, sban­die­rati come misura redi­stri­bu­tiva e di soste­gno alla domanda. Quelle misure furono anche accre­di­tate di aumen­tare la cre­scita del Pil sti­mata uffi­cial­mente dello 0,7% nel 2014. Tut­ta­via, su que­ste stesse colonne, si fece subito notare che pro­prio il con­tem­po­ra­neo aumento della pre­ca­rietà con­trat­tuale, l’effetto con­tro­pro­du­cente sulla disoc­cu­pa­zione (che infatti è aumen­tata) e il con­se­guente ulte­riore inde­bo­li­mento del potere nego­ziale dei lavo­ra­tori avreb­bero favo­rito la tra­sla­zione di que­gli sgravi con­tri­bu­tivi a favore delle imprese; l’aumento nell’immediato delle buste paga era ed è desti­nato ad essere pro­gres­si­va­mente rias­sor­bito dalle imprese in cor­ri­spon­denza ai rin­novi dei con­tratti indi­vi­duali a tempo deter­mi­nato resi pos­si­bili ogni 5–6 mesi.

Si tratta del ben noto feno­meno della tra­sla­zione delle impo­ste o degli sgravi fiscali che pena­liz­zano o pre­miano non neces­sa­ria­mente le figure for­mal­mente inte­res­sate dai prov­ve­di­menti, ma quelle che in quella situa­zione sono meno o più forti nei rap­porti di mer­cato e con­trat­tuali. A riprova che la cosid­detta fles­si­bi­lità è un modo indi­retto di ridurre i salari, ma con essi calano anche l’entità e la sta­bi­lità della domanda, della cre­scita e dell’occupazione. Infatti, a distanza di pochi mesi, i con­sumi, la pro­du­zione e il Pil sono ulte­rior­mente dimi­nuiti e per il 2014 la cre­scita pre­vi­sta è scesa di oltre un punto per­cen­tuale, diven­tando nega­tiva per il terzo anno con­se­cu­tivo. Con que­ste poli­ti­che — ripro­po­ste dal governo Renzi — la crisi si è aggra­vata come in pochi altri paesi. Ma, peg­gio ancora, è dimi­nuito il Pil poten­ziale e più gene­ra­zioni di ora­mai ex gio­vani non hanno mai lavo­rato, con effetti eco­no­mici e sociali disa­strosi che si esten­dono al lungo periodo.
In cir­co­stanze come que­ste si capi­sce bene l’utilità poli­tica di distrarre l’attenzione e, magari, di pre­sen­tarsi come “inno­va­tori” spo­stando l’attenzione prima sulla riforma del Senato e adesso sull’abolizione dell’articolo 18 con la quale pro­cede il per­corso ini­ziato con le misure di fles­si­bi­lità prese in pri­ma­vera. A que­ste si aggiun­gerà la nuova legge finan­zia­ria che, in linea con la poli­tica sui­cida impo­sta dalla Com­mis­sione euro­pea, imporrà tagli di bilan­cio di almeno 20–25 miliardi di euro.

E per amman­tare gli effetti nefa­sti di que­ste poli­ti­che (tra i tagli ai mini­steri, in quello della sanità si ridur­ranno le spese di ricerca e per i con­trolli agroa­li­men­tari) si pre­an­nun­ciano altri inter­venti illu­sio­ni­stici come la pro­po­sta di met­tere in busta paga il 50% del trat­ta­mento di fine rap­porto (Tfr). L’aumento in busta paga con la dispo­ni­bi­lità imme­diata di parte del Tfr sarà sog­getto alle stesse pro­spet­tive di tra­sla­zione sfa­vo­re­voli ai lavo­ra­tori gene­rate dall’accentuarsi della crisi e dalla sua gestione poli­ti­ca­mente e social­mente regres­siva. Il Tfr è sala­rio dif­fe­rito for­zo­sa­mente rispar­miato dai lavo­ra­tori per poter cor­ri­spon­dere alle neces­sità che si pon­gono con il venir meno del rap­porto di lavoro. Met­terlo in busta paga in una con­di­zione eco­no­mica, sociale e poli­tica come quella attuale implica una cor­ri­spon­dente ridu­zione pro­spet­tica non solo dei salari, ma anche delle capa­cità pre­vi­den­ziali dei lavo­ra­tori già seria­mente com­pro­messe sia dalle dele­te­rie riforme pen­sio­ni­sti­che e del mer­cato del lavoro sia dall’inadeguatezza degli ammor­tiz­za­tori sociali. Allo stesso tempo, la sot­tra­zione del Tfr alla dispo­ni­bi­lità delle pic­cole e medie imprese, quelle più col­pite dal taglio del cre­dito, aggiun­gerà ulte­riori pro­blemi al nostro sistema pro­dut­tivo. Riu­scirà ancora il governo Renzi ad amma­liare il Paese con i suoi gio­chi di prestigio?

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