Per battere l’ISIS e le dittature liberticide occorre una soluzione politica per il Medio Oriente

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La ricorrenza dell’attacco alle Torri Gemelle avrebbe potuto essere l’occasione, per l’amministrazione Obama, per riconoscere il fallimento della politica statunitense di “lotta al terrorismo” evidenziata dalla affermazione dell’ISIS e fare un passo indietro, restituendo all’Onu  la funzione di strumento per la sicurezza collettiva che gli era stato assegnato alla sua nascita.

l’Isis – che porta avanti un progetto di conquista regionale con il fine dell’instaurazione di uno stato teocratico basato sulla scomposizione degli stati esistenti, rivolto contro le minoranze, i cittadini e le cittadine, i democratici, in primis le donne e i musulmani stessi, e non solo contro l’occidente – è una minaccia per tutta la comunità internazionale, non per alcuni, e dalle istanze che rappresentano tutta la comunità internazionale va affrontato.

Invece si rilancia la stessa politica unilaterale di prima, incentrata sulla guerra e sulle armi, che insieme ad inenarrabili sofferenze per le popolazioni ha portato proprio al suo rafforzamento. 

Dalle guerre in Afganistan e in Iraq, che hanno causato centinaia di migliaia di morti e milioni di rifugiati, al mancato appoggio ai democratici in Siria, il fondamentalismo si è invece rafforzato alimentandosi proprio di quel “caos controllato” che queste guerre hanno generato.

La foto di gruppo di Jedda – in cui stride l’assenza di qualunque rappresentante delle popolazioni interessate dal conflitto rispetto alla presenza di tutte le petromonarchie schiaviste del golfo, che in questi anni, sotto copertura Usa, hanno addestrato e finanziato, in Siria e in ogni dove, ogni sorta di banda, ed hanno represso brutalmente ogni richiesta di democratizzazione – non è credibile sul piano della lotta per l’autodeterminazione e contro il fondamentalismo.

E si configura come una iniziativa finalizzata a sostenere, anche in quel quadrante, il confronto globale che gli Stati Uniti stanno ricercando anche in Ucraina.

La politica che serve è l’esatto opposto.

Senza una vera politica di riconciliazione nazionale in Iraq, senza una soluzione politica del conflitto tra Arabia Saudita e Iran, senza una economia equa e sostenibile e l’affermazione di un processo di democratizzazione che investa tutto il Medio Oriente a partire dalla penisola arabica, senza un ruolo delle società civili democratiche, senza la fine dell’occupazione dei territori palestinesi, insomma senza una soluzione politica globale in sede multilaterale e la rinuncia al dominio imperiale, la nuova campagna militare statunitense non potrà che perpetuare violenza e sofferenza delle popolazioni in tutta l’area.  

Solo all’ONU, come previsto dal diritto internazionale, deve restare la titolarità dell’eventuale uso della forza laddove necessario, ed esclusivamente al fine di proteggere le popolazioni locali.

L’Europa, ancora una volta apparentemente senza una politica, si sta invece distinguendo per una adesione complice alle velleità unilateraliste statunitensi che le permette ogni anno di accrescere l’esportazione di armamenti. 

Si è ancora in tempo, se si avesse il coraggio delle grandi scelte storiche, a cambiare registro: ai cittadini d’Europa non interessano i profitti delle industrie militari, ma pace e sicurezza, incompatibili con la vendita di armi. Intanto si assicuri assistenza, protezione, salvezza e diritto alla fuga alle vittime di guerra, ai profughi e agli sfollati, attraverso corridoi umanitari sicuri e la garanzia della piena accoglienza anche in Europa.

Noi siamo dalla stessa parte di tutti coloro -di qualsiasi nazionalità, convinzione o religione – che difendono la pace, la democrazia, i diritti e la dignità. Ci impegniamo a rafforzare l’alleanza dal basso fra gli attori democratici locali di tutta la regione, che sono la sola vera speranza di futuro.

L’Altra Europa con Tsipras
gruppo di lavoro Mediterraneo, pace, migranti, relazioni europee

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