“La coscienza del Parlamento Europeo” – La Stampa del 23 agosto 2014

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Caro direttore,
poco più di un mese e mezzo di lavori al Parlamento europeo sono un tempo breve, se sí vogliono conoscere sino in fondo i meccanismi di funzionamento dell`Unione e soprattutto se si prova a immaginare quale possa essere la via per uscire – con una visione che sia` operosa oltre che intellettualmente precisa – dallo stato di prostrazione, apatia, regressione nazionalista in cui versa il progetto di unificazione. Ma fin d`ora alcune cose importanti si possono dire.
Primo: come dalla malinconia – e qui è in questione la speciale malinconia che paralizza l`Europa – non si può uscire che dall`alto, cioè facendo nascere dall`umor nero nuova sapienza e conoscenza, anche dalla crisi europea si può uscire trasformando la coscienza dei propri limiti in coscienza non inconsapevole ma consapevole, non frammentaria e indistinta ma nitida, sintetica, meticolosamente attenta alla realtà dei fatti e agli effetti che su di essa hanno dottrine economiche ormai fossilizzate. Questo intendevano Marx e Engels, quando denunciavano la «falsa coscienza» di chi ignora le «vere forze motrici» degli avvenimenti storici, e al loro posto «immagina forze motrici apparenti o false, nate da un processo puramente intellettuale» che presto degenera in ideologia avendo perso il rapporto con la realtà.
La seconda cosa che l`apprendista eurodeputato apprende quasi subito, operando nell`istituzione più democratica dell`Unione, è il potere effettivo che il Parlamento detiene: molto più vasto e determinante di quanto credano tanti politici, osservatori, e anche elettori. Una delle idee più diffuse ad esempio è che il Parlamento europeo sia una costosissima e inutile macchina. Dispendiosa certo lo è, non fosse altro per l`assurda sua doppia sede a Bruxelles e a Strasburgo. Ma inutile non lo è per niente. Non Io era neppure nel `79, quando per la prima volta l`assemblea fu eletta a suffragio universale ma restava un organo solo consultivo. Oggi i suoi poteri sono molto ampi, anche se pochi lo sanno, oppure lo sanno e lo nascondono a se stessi e ai cittadini. Nel corso degli ultimi decenni i parlamentari hanno acquisito poteri legislativi veri, anche se manca, al momento, un`autentica agorà europea che li faccia conoscere ai cittadini e dia loro il senso che lì si parla di loro e delle loro vite. Il 60-70 per cento delle leggi varate a Bruxelles si applica più o meno immediatamente negli Stati membri (in linguaggio comunitario non si chiamano leggi ma regolamenti e direttive: le direttive non sono applicate subito ma devono essere trasposte nella legislazione nazionale) ed è oggi co-deciso dal Parlamento europeo e dal Consiglio su un piano completamente ugualitario. Perfino sulla politica estera, che resta territorio riservato degli Stati-nazione, il Parlamento può intervenire: non solo e non tanto con risoluzioni, ma incidendo su politiche i cui risvolti internazionali sono evidenti (clima, approvvigionamento energetico, emigrazione, sicurezza interna).
Il terzo insegnamento discende dal secondo, e non è affatto lusinghiero per i deputati europei. Le maggioranze parlamentari che si formano a Bruxelles conoscono perfettamente i propri poteri, ma il più delle volte semplicemente non li usano, e ben di rado ne reclamano di nuovi. I fatti parlano chiaro: il Parlamento ha mancato di esercitare il proprio controllo sulla trojka, sul Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf ), sul Meccanismo europeo di stabilità (Esm). Rischia di mancare il controllo anche sull`unione bancaria. Ha protestato per pochi mesi sulla diminuzione delle risorse proprie dell`Unione, per poi ricadere nel silenzio. Non ha alzato la voce contro politiche di austerità che hanno messo in ginocchio paesi come la Grecia, né ha combattuto il Patto di bilancio (fiscal compact) approvato il 2 marzo 2012 da 25 stati membri. Non ha inarcato neanche il sopracciglio, quando nel dicembre 2012 Van Rompuy presentò il rapporto «dei quattro Presidenti» sul futuro dell`unione economica (Banca centrale, Commissione, Consiglio europeo, Eurogruppo). Scandalosa l`esclusione supinamente accettata dal quinto personaggio: il presidente del Parlamento europeo. Le stesse parole pronunciate il 7 agosto da Mario Draghi («è giunto il tempo di cedere la sovranità a livello europeo anche per quanto riguarda le riforme strutturali») sono state accolte con muta deferenza. Eppure una replica era possibile, e indispensabile: «Cedere la sovranità verso chi, caro Presidente della Banca centrale? Verso quale governo europeo federale e democraticamente legittimato?».
Quarto punto: oggi si tratta di metter fine, e con un gesto volitivo forte, alla falsa coscienza che affligge tanti eurodeputati, di destra come di sinistra. L`idea che questi ultimi si fanno del futuro della propria istituzione è al tempo stesso attendista, remissiva, e del tutto infruttuosa. Sono molti i poteri che il Parlamento deve ancora conquistarsi (a cominciare dal potere impositivo, poiché se è vera la massima «no taxation without representation», è altrettanto vero che «no representation without taxation»), ma questi progressi il Parlamento aspetta che siano gli Stati-nazione e il Consiglio dei ministri a concederli di buona grazia e spontaneamente.
Non lo faranno mai, e dunque dai governi c`è poco da aspettarsi: non si trasformeranno mai in tacchini alla vigilia di Natale. Spetta al Parlamento conquistarsi i poteri di cui ha bisogno per estendere la democrazia europea, e il prestigio presso i cittadini che possiede solo in parte. Per frenare il ritorno dei nazionalismi, e realizzare il sogno di Willy Brandt trasformandosi in una assemblea costituente permanente.
Barbara Spinelli

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