Dalla parte della società civile democratica irachena e della regione per una politica che fermi la guerra.

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Ci impegniamo nei prossimi giorni e settimane a dispiegare il massimo di iniziativa e di mobilitazione per fermare la guerra, l’uccisione e la barbarie sui civili, le violazioni dei fondamentali diritti umani e democratici che in tante regioni intorno a noi stanno insanguinando questa estate tragica. 
Invitiamo attivisti, militanti, sostenitori dell’Altra Europa a preparare la partecipazione alle numerose iniziative già promosse, a partire dalla manifestazione internazionale del 21 settembre a Firenze promossa da Rete per la pace e Rete Italiana Disarmo e dalla manifestazione nazionale a Roma promossa dalle Comunità Palestinese in Italia.

In merito alla drammatica crisi in Iraq, facciamo nostre le posizioni e le proposte della società civile democratica irachena, impegnata da anni in condizioni di difficoltà estrema per la salvaguardia dei diritti umani, per la difesa dell’unità e della convivenza nel loro paese, per la democrazia e la pace – e in questi giorni mobilitata al massimo delle proprie possibilità negli aiuti umanitari agli 800.000 rifugiati interni giunti dal nord dell’Iraq, che si aggiungono ai 200.000 curdi scappati dalla guerra in Siria.
Sono loro, insieme alle organizzazioni come “Un Ponte per” che da decenni lavorano in un paese martoriato, a indicarci quelle che dovrebbero essere le priorità assolute della politica italiana, europea e internazionale: fornitura di beni alimentari, acqua, interventi internazionali focalizzati alla protezione di popolazioni a rischio di genocidio, ponti aerei per portare in zone sicure le minoranze ancora assediate nelle montagne di Sinjar e in altre zone del governatorato di Mosul.

E ancora: lavoro diplomatico per sostenere il dialogo nazionale con i politici iracheni e kurdi, che coinvolga tutti gli attori regionali a partire dall’Iran, lavoro di polizia internazionale per fermare traffico di armi e finanziamenti allo Stato Islamico, forza di interposizione ONU per la protezione della popolazione civile.

Fondamentalismo, uccisioni e crimini delle bande armate, che poco o nulla hanno di islamico, sono cresciuti nel paese nell’ultimo decennio da entrambi i fronti -quello sciita con esplicito sostegno del governo di al-Maliki, quello sunnita con un ampio spettro di gruppi dell’opposizione- e si sono alimentati a vicenda.

É quindi, ora, necessario lavorare con massima energia a sostegno del processo del dialogo nazionale, che riconosca e includa anche la societa’ civile irachena. 
Ci stanno provando gli attivisti dell’Iraqi Social Forum, composto da decine di associazioni, sindacati e reti di tutto il paese, con un piano strategico di partecipazione della societa’ civile al dialogo nazionale, e di lotta alla discriminazione tra tutte le comunita’ linguistiche e religiose. 
Hanno lanciato in questi giorni campagne contro la organizzazione del del potere politico su basi etniche. È il primo tentativo di mettere in discussione il sistema non scritto ma varato e consolidato dalle autorità USA dell’occupazione, che grava ancora sulla politica irachena. 
Questa è la politica che bisogna fare e sostenere: inviare armi sul campo è sbagliato e controproducente. Lo dice anche l’esperienza che l’Europa avrebbe ormai dovuto accumulare: decenni di interventi militari armati e di sostegno militare ad attori sul campo hanno sempre ottenuto il solo effetto di aggravare la destabilizzazione delle aree coinvolte.

L’invio di armi obsolete senza neppure certezza sulla loro destinazione rende ancora più incomprensibile la scelta del Governo Italiano. Al contrario, sono necessari controlli ferrei per impedire la vendita di armi a parti in conflitto attraverso paesi intermediari da parte delle industrie armiere, che nutre il contrabbando.

È il tempo di una grande svolta nella politica internazionale europea. Solo una drastica discontinuità politica che ripudi la geopolitica degli interessi e il neo-colonialismo, fondata sul primato dei diritti fondamentali e della pari dignità di popoli e persone, può porre fine a drammi immensi come quelli della Palestina e della Siria che alimentano il fuoco della “terza guerra mondiale diffusa” e la crescita di progetti regressivi e oscurantisti come quello dell’Isis.

Noi siamo dalla parte della società civile democratica e della popolazione irachena, così come dalla parte di tutte le organizzazioni e le esperienze di resistenza civile democratica alla guerra e all’oscurantismo nella regione.

Per questo gli europarlamentari dell’Altra Europa stanno organizzando, in collaborazione con “Un ponte per” una missione a Bruxelles di rappresentanti del Forum Sociale Iracheno, per incontri e riunioni nel Parlamento Europeo. 

L’altra Europa con Tsipras
gruppo di lavoro
“mediterraneo-pace-migranti-relazioni europee”.

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