Note di Spinelli su candidatura di Juncker a presidente Commissione

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Come sapete, il 21 giugno, i nove capi di governo dell’Unione europea di area socialdemocratica si sono incontrati a Parigi, su invito del presidente francese François Hollande, e hanno deciso di sostenere la candidatura di Jean-Claude Juncker alla presidenza della Commissione europea.

La scorsa settimana ho presentato alla segreteria generale del GUE-NGL un memorandum in cui ho spiegato i motivi di dissenso circa quella che viene presentata come una “candidatura naturale”. Nel frattempo la situazione è ulteriormente peggiorata: perfino la presidenza del Parlamento, la cui nomina dovrebbe spettare a noi deputati europei, viene decisa in un orrido mercanteggiamento tra governi. Mercanteggiamento dove ovviamente vince il più forte: per pacificare la propria Grande Coalizione, Angela Merkel sponsorizza il socialdemocratico Martin Schulz, che occuperebbe per la seconda volta lo scranno di Presidente, sotto l’ala protettrice delle Grandi Intese. Un’impostura simile non si è mai vista, nella storia dell’Unione europea. È la conferma – l’ennesima – che abbiamo bisogno di una nuova Costituzione, che sia espressione dei cittadini tutti dell’Unione.

Vi trasmetto il testo inviato al segretariato del GUE-Ngl come inizio di un percorso condiviso.

  1. I partiti hanno deciso di presentare propri candidati, il che rappresenta senza dubbio un passo avanti nella creazione di uno spazio europeo di dibattito sulle istituzioni dell’Unione e su chi deve dirigerle. Ma nella sua forma attuale, il Trattato è chiaro e prevede una procedura tuttora sbilanciata a favore dei governi: è il Consiglio europeo, dunque gli Stati, a “proporre” – di fatto a designare – a maggioranza qualificata il Presidente, «tenendo conto delle elezioni europee». Dopo «appropriate» consultazioni tra Consiglio europeo e Parlamento, e poi tra candidato designato e Parlamento, il Parlamento può respingere il candidato oppure eleggerlo. Qui resta la sua forza, la sua immutata arma ultima.

  1. Il risultato delle elezioni europee ha creato una situazione completamente diversa da quella inizialmente immaginata. Se calcoliamo gli astenuti, e aggiungiamo il successo di vari partiti ostili all’Unione o estremamente critici anche se europeisti, siamo alla presenza di una maggioranza forte che chiede un fondamentale e radicale cambiamento dell’Unione, delle sue istituzioni, delle sue politiche. Questo è il messaggio delle elezioni europee, questo il suo più profondo «risultato»: esso indica una prospettiva di conflitto aspro tra forze contrapposte. Non a caso, come dicevamo, il Trattato prescrive di «tener conto delle elezioni», non dei suoi risultati numerici. Tale messaggio va ascoltato, da chi deciderà sulla futura Commissione. Le elezioni europee non sono un semplice sondaggio su chi ha più chance aritmetiche di vincere. Ergo: non possono essere affrontate con i mezzi e i metodi prefigurati prima del voto.

  1. I Popolari hanno certo ottenuto la maggioranza relativa, ma significativamente bassa. Il PPE ha avuto il 28% dei voti, perdendo il 25% dei seggi. Ma questi voti corrispondono al 12,04% dell’intero corpo elettorale europeo, se si calcolano le astensioni. Ricordiamo anche che Juncker è stato eletto al Congresso di Dublino con 382 voti contro 245 voti dati a Barnier su 800 delegati. Non si può davvero parlare di un candidato «vincente». Si può parlare di un candidato debole che ha avuto un po’ più voti degli altri, e che inevitabilmente dovrà allearsi almeno con il gruppo socialista, sempre che assieme acquisiscano la maggioranza assoluta dei membri.

  1. In simili circostanze, è impossibile e soprattutto fuorviante discutere il programma che Juncker ha presentato in nome del PPE alle elezioni. Per forza di cose, se designato dal Consiglio europeo, egli dovrà presentarsi davanti ai vari gruppi parlamentari e al Parlamento stesso con quello che sarà il suo vero programma: non quello del PPE, ma quello che scaturirà da Grandi Coalizioni più o meno allargate, cioè dalla maggioranza ampia che si propone di ottenere attorno alla propria figura. In altre parole, il suo attuale programma partitico non significa più nulla, se mai ce n’è stato uno. Non serve a nulla incontrare lui e il suo partito se è per discutere la linea del Ppe.

  1. Anche se prescrivono di «tener conto delle elezioni», i Trattati rimangono chiari sul punto cruciale: spetta al Consiglio europeo il compito di proporre il candidato, e di consultarsi con i gruppi parlamentari attorno alla propria scelta. Questo è in contraddizione ormai palese con i desiderata popolari e le modalità delle ultime elezioni, ma i Trattati sono espliciti e anche per questo, sia detto per inciso, la nostra battaglia dovrà consistere nel cambiarli, nel trasformare il Parlamento appena eletto in Parlamento costituente, perché la democrazia entri finalmente ed effettivamente in Europa.

  1. Le consultazioni dovrebbero dunque essere due: la prima fra il Presidente del Consiglio europeo (Van Rompuy) e il Parlamento, la seconda fra il Presidente proposto-designato che dovrà presentare il programma della Grande Coalizione che intende guidare.

  1. Le consultazioni, per essere significative e democraticamente legittimate, devono svolgersi con i nuovi capigruppo e il nuovo Parlamento, non con i vecchi. È il motivo per cui sarà difficilmente proponibile che Van Rompuy avvii le consultazioni prima del Consiglio europeo del 26 giugno. I gruppi si devono costituire entro il 24 giugno, il che vuol dire: alla vigilia del Consiglio europeo. E il Parlamento europeo non avrà ancora il suo nuovo Presidente (Martin Schulz si è in una prima fase dimesso, negoziando a Berlino e a Bruxelles in veste di uomo di partito, non delle istituzioni).

  1. È un argomento truffaldino dire che gli Stati devono prima decidere il programma e poi fornire il nome del Presidente della Commissione (è, tra l’altro, la tesi del Presidente del consiglio Matteo Renzi). Questo significherebbe imporre al Presidente – e indirettamente ai parlamentari – un programma deciso solo dai governi, e gli metterebbe le manette come è avvenuto finora. Lo tramuterebbe in servo degli Stati più potenti, non in “governante” sopra le parti di un’Europa solidale e davvero integrata.

9) Ci sono elementi aggiuntivi, di cui occorre tener conto nelle future consultazioni con il candidato-Presidente. Oltre al programma di Grandi Coalizioni che quest’ultimo sarà chiamato a presentare, dovrà anche spiegare ai gruppi parlamentari e al Parlamento i criteri di nomina dei commissari (sono inammissibili nomine di eterodossi, antidemocratici o antieuropei, volute solo perché questo o quello Stato spingerà per metterli in Commissione). Allo stesso modo dovranno essere discusse le ripartizioni dei portafogli: scelta politica non meno importante. Per esempio: è assurdo che le cariche di energia, clima, ambiente, continuino a esser ripartite fra commissari diversi per contentare la fame di posti di questo o quello Stato.

  1. Incontrare e ascoltare Juncker prima che egli abbia costituito una maggioranza larga è anche un rischio. Se Juncker non otterrà con il gruppo socialista la maggioranza voluta, se nel voto segreto sarà silurato, il Parlamento europeo farà un’assai brutta figura: in una fase decisiva della procedura sarà politicamente sconfitto.

  1. In conclusione. noi del GUE-NGL abbiamo interesse a incontrare Juncker solo se esiste un mandato del Consiglio europeo, e se Juncker può presentare il programma vero, non quello fittizio, oltre che del tutto vago, del suo partito. Non ha alcun titolo per incontrare i gruppi in una configurazione che non sia questa.

  1. Last but but least e più fondamentalmente: il GUE-NGL non ha alcun interesse politico ad appoggiare le manovre e infine l’elezione di Juncker. Juncker è il continuatore della stessa identica politica praticata finora, con un altro uomo alla testa della Commissione. L’intero apparato di Barroso – un Presidente che ha fallito su tutti i fronti – è pronto a passare armi e bagagli sotto la cupola di Juncker: a cominciare dal suo attuale portavoce, un tedesco vicino alla Merkel, già capo di gabinetto del commissario Viviane Reding. Le elezioni europee, e l’aumento di forza acquisito dai partiti e gruppi come il GUE-NGL, non saranno stati che una beffa nei confronti degli elettori e del messaggio trasmesso dai cittadini nel voto.

Notabene finale:

Un’ultima annotazione sugli incontri con Martin Schulz. Mi stupisco parecchio, e uso un eufemismo, che Schulz si presenti ancora – davanti al GUE-NGL o ad altri gruppi – come presidente del Parlamento europeo, e che argomenti in favore di Juncker “per ragioni istituzionali”, dal momento che si è dimesso dalla presidenza  e che ha scelto di essere semplicemente e provvisoriamente capogruppo del Pse. La sua argomentazione, se così stanno le cose, è puramente politica, niente affatto “istituzionale”. Si avvale di una “terzietà” che non gli appartiene più, tra l’altro per sua stessa volontà. È ridicolo.

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