La conciliazione dei tempi vita e tempi lavoro

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Come donna il tema della cura l’ho approfondito notevolmente negli ultimi anni. Come lavoratrice (per fortuna) e come formatrice in tema di responsabilità sociale perché ho approfondito il tema dei diritti dei lavoratori e della conciliazione tempi lavoro e tempi vita. Come mamma e come persona, sono sensibile al tema dei lavori precari, non garantiti, mal pagati, senza certezza che ora va di moda chiamare “lavoro flessibile”.

Sento già ronzare la domanda: “allora dove vuoi arrivare con questa premessa?”. Risposta: la premessa nasce dalla riflessione sugli ultimi provvedimenti, presi in Italia, dal governo (che ha il pregio di essere rapido, non immobile, giovane) che ha intrapreso la direzione opposta a quella di favorire la conciliazione.

Perché mi interessa?

Perché come donna in primis mi preoccupo di quale ricaduta, sottile, silenziosa, impercettibile, queste scelte avranno sulla vita delle donne e poi anche degli uomini. Delle donne per prime perché statisticamente, siamo tutti d’accordo sul dire che su esse ancora ricade la maggior parte del lavoro di cura sostituendosi anche alla sempre più ampia mancanza di servizi sociali pubblici., e dunque sempre più prepotente per la donna si presenterà la scelta tra essere madre o lavoratrice;

Perché come lavoratrice che si batte per la tutela dei diritti di chi un lavoro ancora lo ha, osservo che un soggetto che svolge un’attività di lavoro, viene equiparato, sempre più, ad un mero strumento di produzione e null’altro. Produzione oltretutto non livellata sulla qualità, ma sulla quantità di ciò che si produce. .eccetto per i servizi, in materia entro la quale il metro di valutazione è: l’importante risparmiare.

Perché come cittadina osservo che negli ultimi anni tutte le trattative tra lavoratori e datori di lavoro sono state condotte al ribassodiminuire gli stipendi, in nome di chi sta peggio, delocalizzare con opzione a) seguire l’azienda nelle migliori delle ipotesi, b) perderlo nelle peggiori. E poi rinunciare a qualunque diritto in nome del fatto che c’è chi sta peggio.

Ho visto categorie di lavoratori scannarsi col solo desiderio di vedere star peggio qualche altra categoria e non per stare meglio tutti.; Osservo una rassegnazione e la ripetizione della parola d’ordine accontentarsi. Filosofia di pensiero che non migliora la vita delle persone, ma che avvantaggia solo una qualche minima categoria tra di esse. I datori di lavoro e gli imprenditori, i più disonesti, che sulla pelle degli altri fondano le proprie ricchezze, sempre maggiori, senza creare nuova forza lavoro, e senza creare economia reale, ma semplicemente trattenendosi i guadagni e come unico pensiero sociale quello di dividere fra tutti le perdite.

Mi direte allora cosa c’entra l’attuale governo.

Vi rispondo: Purtroppo centra. Non ho visto disincentivare la socializzazione delle perdite e incentivare il rispetto per le persone. Che rispetto e tutela offre ai giovani (categoria che si spinge sino agli anta e in alcuni casi si amalgama alla categoria mobilitati, esodati, cassaintegrati, licenziati) laddove li condanni ad una eterna flessibilità? Certo il termine flessibile suona meglio di rigido. Be se rigido non piace propongo di usare un termine nuovo, ma neppure troppo: “mercato di maggior tutela”. Ai giovani e a tutti gli altri devi offrire un mercato di maggior tutela e garanzia in cambio di produzione e servizi di buona qualità. Ci importa veramente di arricchire solo esigue oligarchie che non apportano neppure benefici all’economia interna?

Da ultimo ho visto il governo avere la meravigliosa idea, in una imminente riforma, di sdoganare la prassi secondo la quale il dipendente può essere mandato senza alcun consenso a lavorare sino a 100 km di distanza rispetto al luogo in cui risiede. Le sedi potranno essere tagliate e accorpate in nome del risparmio.

Che male c’è?

Per rispondere provo a tornare al punto di partenza: conciliazione tempi vita e tempi lavoro.

Accorpamento delle sedi e tagli significa non poter fruire di servizi comodi per tutti gli utenti, senza costringere a spostamenti epocali ogni volta. Inoltre pensavo alla buona pratica di uscire tutte le mattine portare i figli a scuola o le medicine agli anziani. Riflettevo col nuovo sistema che tutte le mattine dovrai affannarti a lasciare che qualcuno porti i figli a scuola e si curi degli anziani e percorrere, in qualche modo, 100 km. Mi sembra un’ottima prospettiva di conciliazione.

Proviamo insieme a immaginare come si possa stare a 100 km di distanza quando vieni a sapere che il figlio o il genitore stanno male, immedesimatevi in chi, considerata la totale assenza di servizi, deve dare frettolosamente il cambio alla badante in tempi brevi. Immaginate di aver voglia di veder crescere vostro figlio, seguirlo nei compitii, nelle gare sportive o magari anche solo perder tempo con un amico. Immaginate 200 km tutti i giorni e il costo di questo spostamento.

Qualcuno mi dirà: e chi non ha lavoro allora?

Chi non ha lavoro immagini che accorpando sedi di lavoro il lavoro continuerà a diminuire, non aumenterà. Queste riforme non sono destinate a chi non ha lavoro. Invito chi non ne ha, qualora potesse avere l’opportunità di “beneficiare” di qualche contratto a scadenza a immedesimarsi in cosa può voler dire lavorare tutti i giorni a 100 km di distanza e poi rimanere a casa.

Ora concludo. Immaginiamo tutti insieme di opporci a questa politica economica e chiedere che si applichino quelle soluzioni in cui le persone diventano esseri con qualche diritto a vivere anche bene.

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