Il sisma in Emilia 2 anni dopo: la ricostruzione nel terremoto dei record

0

È il primo sisma che ha colpito un territorio estremamente vasto coinvolgendo 52 comuni a cavallo fra 4 province e 3 regioni. È il primo sisma che ha coinvolto un’area fortemente industrializzata che produceva il 2% del PIL nazionale. È il primo sisma in cui si sono manifestate platealmente le conseguenze di “classe” che può provocare una calamità naturale: prima con la morte di lavoratrici e lavoratori rimasti sepolti dai capannoni nei quali costruivano ogni giorno il mito dell’operosità emiliana e poi con il difficile accesso alle risorse per la ricostruzione.

Ma è anche il primo sisma caratterizzato da una fortissima lontananza dello Stato dai suoi cittadini che soffrono. Un sisma che è stato vissuto dai Governi Monti e Letta come una seccatura economica nel lavoro di messa in ordine dei conti (addirittura il Governo Monti propose un indennizzo dell’80% del danno) e ora è affrontato con provvedimenti insufficienti dal Governo Renzi.

È il primo sisma in cui ai terremotati che hanno perso la casa, a chi ha perso il lavoro, agli artigiani e alle aziende che hanno avuto il capannone inagibile o subito cali di fatturato è stato chiesto di pagare le tasse come se nulla fosse successo, con la gentile concessione di un mutuo a tasso zero per le imprese (quindi pagato dalla collettività) da restituire in due anni.

È il primo sisma a cui a cui ai cittadini sulla cui casa inagibile grava un mutuo è stato chiesto il pagamento del finanziamento rateale come se nulla fosse successo.

È il primo sisma in cui emerge netta la differenza tra una ricostruzione degli edifici pubblici quasi ultimata e una ricostruzione privata che procede troppo lentamente. Tutt’oggi sono pochi coloro che hanno completato le pratiche per la ricostruzione e ottenuto la garanzia che saranno rimborsati.

Il terremoto che si è verificato in Emilia, e il conseguente disagio sociale che sta provocando tra la popolazione di queste terre, può essere assunto come metafora della crisi sociale provocata dalla crisi del modello capitalistico. E così, come la crisi di sistema nella quale ci troviamo, anche la devastazione prodotta da un fenomeno naturale come il terremoto avrà una ricaduta e delle conseguenze che non sono uguali per tutti. Di nuovo, i più colpiti saranno i ceti meno abbienti, i lavoratori, i precari, i piccoli artigiani, gli immigrati.

Quindi, “che fare”? Oggi, a due anni di distanza dal sisma, ci rendiamo conto che c’è ancora tantissimo lavoro da fare, soprattutto sul versante politico nel proseguire la battaglia perchè i diritti dei cittadini colpiti dal sisma siano garantiti e rispettati, oggi per gli emiliani e domani per tutte le comunità che saranno colpite da calamità naturali.

Tre punti sono fondamentali:

1) Vogliamo per l’Emilia di oggi la garanzia del rimborso integrale e tempestivo del danno da sisma.

2) Vogliamo per l’Italia di domani un grande piano di messa in sicurezza sismica e idrogeologica del territorio. Vogliamo trasformare l’Italia nel più grande cantiere d’Europa con tante piccole opere diffuse su tutto il territorio nazionale, che avrebbero il merito di creare occupazione stabile e di qualità e rimettere in moto settori dell’economia oggi fermi.

3) Vogliamo per l’Italia di domani una legge sulle calamità naturali che definisca procedure di intervento per l’emergenza e la ricostruzione per non essere di nuovo impreparati al prossimo evento calamitoso. Una legge basata sulla partecipazione delle comunità locali, con tutte le sue forme organizzate, in tutte le fasi di intervento per evitare che oltre alla distruzione materiale si distruggano anche le relazioni umane e sociali.

Condividi: