Accordo Electrolux: oltre la propaganda

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Seguiranno nei prossimi giorni assemblee in tutti gli stabilimenti e voto dei lavoratori. Sei mesi di scioperi, presidi, incontri,  interventi istituzionali e una costante attenzione pubblica e mediatica hanno fatto da coro a questo scontro, partito dall’intenzione di Electrolux di avviare la delocalizzazione nell’Est Europa delle attività e delle produzioni presenti in Italia. Con relativo svuotamento industriale e occupazionale delle aree dove insiste la presenza Electrolux.

Il primo piano presentato dalla società a metà gennaio 2014, dopo il primo annuncio del  novembre 2013, prevedeva sia importanti delocalizzazioni delle produzioni, che drastici tagli del salario, per mantenere le residue capacità produttive.

A questa proposta e prospettiva, vi è stata una reazione ferma e comune di tutti i lavoratori degli stabilimenti italiani, che occupano oltre 6000 dipendenti. Tra novembre e aprile ci sono state oltre 150 ore di sciopero e 100 giorni di presidio delle portinerie , con un periodo ad inizio febbraio di 15 giorni di blocco totale delle merci.

Le proteste e l’attenzione mediatica internazionale hanno messo in difficoltà il marchio, che è stato costretto a rivedere il suo primo piano draconiano e proporre un piano più soft con rinuncia alle chiusure e ai tagli salariali, chiedendo in cambio una minor pressione nei presidi.

Un ruolo attivo e di sostegno ai lavoratori lo hanno svolto le istituzioni locali, sindaci e presidenti di regione e soprattutto i media. Il governo è intervenuto, tardivamente e solo negli ultimi mesi in modo più efficace.

La conclusione  determinatasi in queste ore vede da un lato l’importante risultato conquistato dai lavoratori, d’aver bloccato per almeno un triennio la delocalizzazione di gran parte dei prodotti e persino definito un aumento degli elettrodomestici prodotti in Italia, con investimenti di processo e di prodotto, prima non previsti nei vari stabilimenti.  Lo stabilimento di lavatrici di Porcia, che pur non chiudendo, come programmato inizialmente, vedrà ridursi del 40% della propria produzione e la relativa occupazione, tutelata per ora dall’intervento dei contratti di solidarietà.

Nel contempo il sindacato ha ottenuto la tutela dei redditi dei lavoratori. Non vi sono tagli salariali. Anche  le pause sono salve (escluso Porcia).

Dall’altro la multinazionale ha incassato degli sgravi contributivi collegati ai contratti di solidarietà (circa 6.000.000 di euro in tre anni), soldi della fiscalità generale;ulteriori impegni di finanziamento dalle regioni sugli investimenti, un pesante peggioramento delle condizioni di lavoro, attraverso un aumento dal 5 al 10% (a secondo degli stabilimenti) dei pezzi da produrre nelle catene di montaggio (si arriva a solaro e forli a produrre in 6 ore ciò che si produceva in 8 ore, anche Susegana dovrà produrre dai 18 ai 22 pezzi in più per linea in ogni turno). Catene dove gli operai lamentano già da tempo una pesante condizione prestativa.

Solo gli  operai delle catene di montaggio, delle linee, i più sindacalizzati, che  pagano il conto del recupero della produttività. Lavoratori che per l’usura diventano svantaggiati e senza possibilità di ricollocazione. Circa 1/3 dei lavoratori hanno malattie muscolo scheletriche certificate dall’usura, dovute all’intensità lavorativa, condizione che attraverso le nuove pressioni prestative produrranno un danno esponenziale a questi operai delle linee. Infatti una volta rotti i lavoratori finiscono in reparti “confino”, dove lavorano una settimana al mese e le altre tre parcheggiati a carco dell’INPS – in contratti di solidarietà, per l’impossibilità di  collocare i lavoratori in posizioni idonee.

È su queste criticità che nello stabilimento di Susegana le RSU unitariamente hanno espresso una profonda riserva sull’accordo e la convinzione che sulle condizioni di lavoro e di salute è sbagliato intervenire peggiorandole, quando le prestazioni  sono oltre il limite sostenibile dagli esseri umani. Le politiche di incentivazione all’uscita sono rivolte a questi lavoratori.

È evidente come questa multinazionale, come tante altre, giochi sulla scacchiera europea e internazionale, aggredendo i lavoratori e le istituzioni nazionali e regionali, attraverso la minaccia o peggio lo spostamento delle produzioni tra gli stati, dove si offrono le migliori condizioni, ottenendo ogni volta vantaggi economici e peggioramento le condizioni complessive dei lavoratori, oltre che destrutturando diritti e tutele anche sindacali.

Nell’accordo appena firmato hanno tagliato del 60% le agibilità sindacali dei rappresentanti sindacali di fabbrica RSU, impoverendo così la capacità di tutela dei lavoratori nel momento della maggiore aggressione interna ed esterna.

E sempre più urgente una regolazione delle istituzioni europee sui movimenti delle allocazioni produttive delle multinazionali presenti in più stati dell’unione e  una politica di convergenza normativa e salariale all’interno dell’unione europea. serve per frenare il sciacallaggio del dumping sociale.

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