Un patto etico per l’Europa

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Qualche anno fa ci siamo inventati, nel comune che amministro, uno strumento per colmare in qualche modo le lacune lasciate. Abbiamo stipulato con le associazioni operanti sul territorio un “patto etico”, un vero e proprio contratto associativo di collaborazione. Non potendoci più permettere di concedere contributi e patrocini onerosi per la realizzazione di manifestazioni varie, senza un ritorno “concreto”, abbiamo preteso, a fronte delle ordinarie elargizioni, che le associazioni divenissero i protagonisti principali nella gestione dei servizi sociali.

«Continuiamo a incentivare, promuovere, sostenere economicamente le vostre iniziative ma voi dateci una mano nell’assistenza agli anziani, nel sostegno linguistico, nei corsi del dopo scuola». È stata questa la sintesi di un “patto” che ha prodotto risultati esaltanti. Con le stesse somme si è sviluppato un percorso di collaborazione ed impegno cittadino dal basso, senza precedenti.

La traduzione in concreto di quello che in Italia e in Europa chiamiamo “sussidiarietà”: dove non arrivano le istituzioni territoriali subentrano quelle di grado superiore e, se neanche queste bastano, ci si affida agli operatori locali, alle associazioni, ai cittadini.

Lo stesso modello vorremo ritrovarlo in un’Europa sempre meno solidale e paritaria. È indispensabile “un patto etico” tra gli Stati che permetta di soccorrersi a vicenda, di collaborare in uno spirito di reciprocità, affinché vengano superate e colmate le carenze individuali, sia quelle economiche che quelle sociali.

Mi viene da pensare alla sorte degli Eurobond, con i quali si è tentato di ripartire solidalmente i debiti, attraverso la creazione diobbligazioni e che non sono piaciuti ai paesi “più virtuosi”. Ma penso anche a come sono state gestite negli ultimi decenni le politiche dell’immigrazione nel Mediterraneo, lasciando spesso che alcuni stati si accollassero – in completa solitudine – il peso anche morale di tragedie infinite.

Senza un nuovo patto di aiuto reciproco, che porti al riallineamento degli Stati, non c’è futuro per l’Europa.

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