Chi si fida di Marchionne?

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Io combatto ogni giorno lo strapotere della finanza sulla politica, Marchionne invece ne ha fatto il suo totem e da quando si occupa di automobili il suo principale interesse non è stato quello di migliorare le prestazioni delle vetture a prezzi concorrenziali ma di aumentare i dividendi degli azionisti e portare a casa stock option milionarie pagando le tasse in Svizzera, dove risiede e risparmiando (fonte Report) circa 500.000 l’anno sottratti alle casse dello stato italiano. Fatto sta che se anche la borsa non gli crede più vuol dire che il suo piano per il prossimo quadrienno non è stato giudicato come una cosa seria. Del resto, se dal 2004 ha presentato nove piani industriali e i primi otto sono stati disattesi, è chiaro che perde di credibilità. In me e nei lavoratori che  rappresento l’ha persa da un pezzo, ora anche il suo mondo gli volta le spalle.
 
Ma non avevo bisogno di aspettare la borsa, perché Marchionne da tanto tempo ormai è abituato a dire una cosa e farne un’altra diametralmente opposta. Certo, se davvero volesse aumentare la produzione di auto da 4,8 a 7 milioni da qui al 2018 vorrebbe dire che ci sarebbe più lavoro per tutti. Certo, se ha davvero intenzione di vendere in Italia nel 2018 400.000 vetture Alfa Romeo contro le 73.000 (quasi il 500% in più) attuali e vuole portare le vendite Fiat da 1,5 a 1,9 milioni vuol dire che gli impianti italiani che oggi funzionano al 53% delle proprie capacità produrranno a pieno regime e potremo dimenticarci la cassa integrazione (ma cosa chiederà in cambio ai lavoratori questa volta? A quali diritti e a quanta dignità chiederà di riunciare?).
 
Marchionne ha come al solito sorvolato di dire come intende arrivare a questi numeri, di certo non con la sola Panda, un modello riuscito ma il cui mercato si avvia verso la saturazione. Ha parlato di nuovi modelli, di evoluzione degli attuali, con scadenze anche ben precise, ma come intende superare la concorrenza di marchi che sono assai più avanti nella progettazione e che hanno superato brillantemente la crisi? Non lo spiega.
 
Insomma, io di Marchionne non mi fido. Me lo ricordo il piano di sviluppo del 2010, quello che chiamò con presunzione “Fabbrica Italia”, quando, in piena crisi, e tra gli applausi di tutti i sindacati esclusa la Fiom, promise un investimento di 20 miliardi di euro solo in Italia. Ne ha tirato fuori meno di un miliardo. Prometteva la piena occupazione e io sono la prova vivente che ciò non è vero. Me lo ricordo quando è uscito da Confindustria per non applicare il contratto nazionale, quando si è inventato un referendum sui diritti dei lavoratori ricattandoli, “se non vincono i sì licenzio!”. E i sì vinsero. E mi ricordo anche di quando ha tenuto la Fiom fuori dalle fabbriche e ha licenziato lavoratori perché in tasca avevano la tessera dell’unico sindacato che non accettava supinamente ogni sua imposizione. Abbiamo dovuto far ricorso alla magistratura e tutte le sentenze, più di dieci, ci hanno dato ragione. L’ultima è di qualche giorno fa. Ancora una condanna.
 
Ma se andiamo a fondo di questa vicenda squallida, se Marchionne può fare il bello e il cattivo tempo, è perché c’è un responsabile politico: il governo italiano. Nessuno degli ultimi presidenti del Consiglio e dei ministri del Lavoro o dell’Industria ha preteso, a fronte dei tanti soldi spesi per la Cig, che quegli impegni venissero rispettati, Nessuno, da Berlusconi a Monti, da Letta a Renzi, ha pensato di convocarlo e dirgli che gli impegni presi vanno rispettati, anche se la Fiat non è più in Italia ma ha sede in Olanda e paga le tasse in Inghilterra. Il ministro Poletti, invece di sorridere e dire che gli investimenti in Italia sono “un segnale positivo”, convochi Marchionne e lo costringa a prendere questo impegno anche davanti al governo, perché dal rispetto delle sue promesse non solo dipendono i lavoratori dell’azienda ma anche e soprattutto quelli di un indotto che di fronte a garanzie precise potrebbe investire e assumere. E’ così che si fanno le politiche economiche del Paese, non certo fidandosi delle promesse di chi finora non le ha mantenute.
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