Dalla piena occupazione alla piena precarizzazione

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La precarietà – rinominata flessibilità per ingentilire e abbellire il concetto  – non produce alcun aumento dell’occupazione, non moltiplica i posti di lavoro: da anni tutti gli studi evidenziano che non esiste alcuna correlazione accertata fra maggior flessibilità e crescita dell’ occupazione. Più semplicemente, la precarietà è uno strumento efficace per intensificare lo sfruttamento del lavoro, pagarci meno, farci competere fra noi al ribasso, renderci più docili e ricattabili.

L’Italia da tempo primeggia in Europa in quanto a flessibilità e i datori di lavoro nel nostro paese hanno a disposizione ben 46 contratti atipici (contro i 9 di Francia e Gran Bretagna) con il risultato che, negli ultimi anni, due contratti su tre sono stati stipulati per lavori a tempo determinato e la disoccupazione non è certo diminuita, anzi.  Siamo flessibilissimi, ma per il governo delle larghe intese non era abbastanza. 

Il decreto Renzi-Poletti estende la flessibilità ed elimina la “causalità” fino a tre anni, ossia le aziende possono adesso assumere con contratti a termine senza ragione alcuna non per 12 ma per 36 mesi (viene eliminato l’obbligo per l’azienda di motivarne la stipula con “ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo”). Il contratto precario diviene cioè la normalità per le nuove assunzioni, non l’eccezione, anche se teoricamente i lavoratori con contratto a termine non dovrebbero superare il 20% dell’organico complessivo. Dico teoricamente dato che anche quest’obbligo – che sarebbe già di per sè difficilmente verificabile con l’attuale sistema di controlli – di fatto salta: l’azienda può sforare la quota consentita del 20% limitandosi a pagare una modesta sanzione. 

Se tutto ciò non bastasse, al termine dei tre anni non esiste nessuna garanzia di assunzione a tempo indeterminato per il lavoratore precario, ammesso che al termine dei tre anni ci sia effettivamente arrivato. Infatti, mentre fino ad oggi era consentita una sola proroga del contratto a termine, adesso sono consentite fino ad otto proroghe entro i tre anni, aumentando con ciò ricattabilità e licenziabilità. Ad esempio, non servirà più far firmare le dimissioni in bianco, adesso basterà controllare la pancia delle proprie dipendenti ogni 5 mesi e decidere se rinnovare o meno il contratto.

Infine, l’apprendistato viene trasformato in qualcosa che ha a che vedere con tutto fuorchè con l’apprendimento di un mestiere: sparisce per l’azienda l’obbligo di formulare un “piano formativo individuale”. Sparisce ogni chiaro obiettivo di formazione e ci troviamo davanti all’ ennesima forma di contratto ultraprecario, low-cost e sottoinquadrato. E, manco a dirlo, viene cancellato anche l’obbligo per le aziende di assumere a tempo indeterminato almeno il 30% degli apprendisti (che resta solo per le imprese con oltre 50 dipendenti). 

Ci dicono che questa sarebbe la modernità. A me pare che la modernità stia altrove, ad esempio nel prevedere forme di salario minimo e reddito minimo garantito, oltre che nel ripensamento complessivo del modello di produzione: cosa produciamo, come lo produciamo, per chi lo produciamo. A me pare che la modernità non sia competere abbassando i salari ma investire nella ricerca e varare un piano europeo per l’occupazione che dreni risorse dalle rendite e dalla speculazione finanziaria. A me pare che la modernità consista nell’affermazione dei diritti e non nella servitù della gleba e che la vera innovazione sarebbe la cancellazione dello sfruttamento, non la sua intensificazione. Se la modernità è alle spalle, è un bel problema. Siamo ad appena una settimana dal primo maggio e l’accordo raggiunto in Senato sul decreto Poletti-Renzi ci riporta indietro nel tempo, a periodi in cui le tutele e i diritti del lavoro – oggi chiamati “rigidità”, stavolta per imbruttire il concetto – ancora non erano stati conquistati. Primo maggio, sì, ma di quale secolo?

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