La lettera di una donna greca in Italia

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“Mi chiamo Ifigenia, sono nata a Drama, in Grecia”, specifico con voce decisa e col sorriso ereditato da mia nonna, della quale porto con fierezza il nome. Ogni volta che ripeto i tratti ufficiali della mia identità “…mi chiamo Ifigenia, sono nata a Drama …” ogni volta prendo e riprendo coscienza di me stessa e mi affeziono ancora di più alle mie origini. Allora, già nel volto italico vedo occhi che brillano e contentezza spensierata. Segni di amicizia antica, di affinità naturale, di considerazione spontanea.

Una faccia una razza dicono… dicevano.

Da vera greca, ellinida, colgo e accolgo l’occasione della provocazione, fonte di vita e di crescita, occasione di gioco al mio Paese e continuo sempre sorridendo: “sa, mio padre si chiama Temistocle, mia mamma Eleni” e mentre soddisfo curiosità legittime, il filo dei nomi famigliari, delle persone care, si sfila davanti ai miei di occhi, quelli del cuore, e diventa ponte e passaggio, diventa gradino, collegamento e viadotto tra le due nazioni, la Grecia e l’Italia. E anche tra i loro abitanti.

Apollonia, Adrianos, Vassilios, Timoleon, Argirì, Kassianì, Polikseni, Lidia, Konstantinos, Elettra, Danae, Kleio, Alexandros; la mia vita è piena di loro, sono fondamenta solide ed autentiche della mia struttura portante e il significato di ognuno di questi nomi, come il loro senso, ha un valore ed un peso ad ogni mio passo compiuto nelle tue strade, cara Italia.

Ho capito che nel paese straniero il nome è il tuo primo passaporto; “passare e porto”, luogo di transito tra uno stato e l’atro. Il mio lo è“stato” sempre. Ifigeneia, scrivono errando i documenti italiani che lo pronunciano dal greco. Iphigeneia scrive la storia che porta con sé. Nome composto da iphi “forte” e da gheneia “nascere”, con il significato di “nascere forte” oppure “colei che fa la nascita della prole forte”. Ifigenia comunque, lieta di conoscerti, Italia cara.

Sono arrivata a Bologna per amore, ero grande e mi credevo forte, pronta per questa terra nuova piena di storia e di colori; ma anche stordita, timida ed impaurita, con lo stupore, nel mio caso, di chi deve acquistare quello che già possiede.
Lasciare tutto per un’avventura, per curiosità o per destino, istintivamente, èda greci. Mi sono chiesta spesso il perché di questo viaggio e non mi sono data mai una risposta precisa. Tranne quella evidente, tradotta in volti e in eventi. Essi ora sono già sufficienti perchéper amore sempre proseguito.

Non è andata cosi per la pianta portata nei miei carichi che non ha retto il sofferto itinerario e il percorso difficile oltre i confini. Era un caldissimo agosto del 1994. 10 ore di bus da Drama, poi il traghetto da Igoumenitsa fino ad Ancona, ancora 15 ore di viaggio, la “pianta regale” era molto attaccata alle sue radici e senza la sua terra si è seccata. Si trovava bene dov’era con i suoi tempi e le sue abitudini, non aveva voglia di rischi e di percorsi ignoti. Si chiamava Mininum, detto anche basilico greco.

Io ho continuato il viaggio; i nomi viaggiano come le parole e le parole vestono come degli indumenti, si portano in un corpo nuovo che rinasce in una nea polis. Iniziava cosi, allora, una corrispondenza infinita tra me e l’altro che mi conduceva a sentirmi organicamente inserita nella comunità per trovare la mia realizzazione nella partecipazione alla vita collettiva e nella costruzione del bene comune.

Sapevo che è dovere “creare un’armonia tra polis e kosmos come esempio per ravvivare lo spirito di cittadinanza e di esistenza”, nel mio caso anche di resistenza perchéquello ellenico stava entrando in crisi, ed è stato messo in dubbio: in piena crisi la consistenza di ognuno di noi anche come cittadini europei.
Leggevo anche che “l’Unione Europea esiste grazie ai suoi cittadini ed èal loro servizio” ed io con studio e lavoro, diritti tutelati dalle Repubbliche, aspiravo con garbo di diventare voce umana, autentica, coerente di un corpo intelligente in mezzo tra i due paesi, cosi vicini, cosi lontani, con radici solide ed esperienze complesse.

Questa mia voce, pensavo, una volta visibile ed udita, sarebbe stata portatrice di virtùarcaiche, riconosciuta dai co-abitanti, dai loro ospiti, dai loro passanti, dagli affezionati, dai dubbiosi, dagli appassionati, dalla sua gente per la mia gente.
La mia gente che nel tempo ha perso i nomi, le parole e i significati della propria cultura e della propria partenza. Che attraversa un disagio profondo, che non è unicamente economico, sociale e politico ma è intellettuale, educativo e sentimentale. La mia gente che è destinata ad essere immigrata nel proprio paese.Che cosa vuole dire? Lo sai tu, Italia?
Vuol dire non avere un’identita. Vuol dire non appartenere più al paese in cui si ènati e cresciuti ma vuol dire anche non sentirsi parte del paese in cui da anni vivi e lavori. Vuol dire essere spaventati per il presente e per il futuro. Essere in apprensione per i tuoi genitori che invecchiano distanti e per i tuoi figli che crescono senza di loro. Temere per l’esistenza. E sentirsi nudi, senza la civiltà garantita.

Nuda ero in questa città con le parole che mi vestivano adagio, che mi davano impostazione, che mi corteggiavano, che mi sfidavano.
Componevo frasi per essere capita ed interpretata, per coprire i primi bisogni, per mangiare, per comprare la frutta; come si chiama il porro in italiano? e le arance? il latte? dove si trova l’edicola? il tabacchi? la posta? la segreteria dell’università? dove si fa il codice fiscale? la tessera sanitaria? da dove si chiama la famiglia, gli amici? Ed io chi sono, con chi parlo qui e a chi manco là? E la mia Grecia quando tornerò mi riconoscerà? Io la riconoscerò? Che lingua parleremo? Che sguardi ricambieremmo?

Allora non c’erano i cellulari e i computer erano acerbi e pochi. Allora si sfogliavano i dizionari, con l’alfabeto e la sua grammatica si copriva la nudità del corpo immigrato e dalla provenienza si raggiungeva la meta prima ancora della destinazione; per sentirsi più vicino a casa. La, nella materia prima, nella sostanza, nella consistenza della parola acquisita; quella italiana. E per ognuna di esse una greca dimenticata nella realtà di ogni giorno. Che poi sono diventati anni. La, ricostruivo me stessa, me straniera, me greca, me quasi italiana insieme ai sogni, alle prospettive, alle opportunitàe ai dolori. Partecipe e spettatore degli inganni e dei danni compiuti alla mia polis non onorata. Me cittadina comunque.

Èproprio Ifigenia di Euripide che canta “non voglio che si versino più lacrime. Qualcuno porti il canestro delle offerte, bruci la fiamma dei sacri libami, a tutti i Greci io la salvezza arreco, io la vittoria”. “Vittoria, vittoria, dove fui sconfitto” scrive secoli dopo Odysseus Elytis e il tempo ne deve dare ragione.

E là,nel dare il benvenuto con gioia alle nuove parole, nel coltivare il silenzio sofferto con la lingua natale, nella necessità di cambiar suoni ma non le lettere che lo formano, ritrovavo i contenuti.
Parole portate addosso al corpo trapiantato come indumenti lavati, asciugati al vento dell’estate, stirati con affetto materno. Questo per me era la mescolanza, il mutamento, l’unione desiderata, insieme alle fibre del mio tessuto di nascita che a volte mi stringe troppo. Nostalgia, “nostos e algos”, ritorno e dolore.

Le terre estere a volte sembrano natali, a volte estranee, non èfacile trovare una uguaglianza e avere un contatto di parità col mondo reale e pratico nonostante possieda lingue e perfino dialetti. E difficile quando la tua patria soffre di vuoti, di pericoli, di malanni, quando rifiuta gli ideali e si gratifica con le soluzioni.
“…I Lestrigoni e i Ciclopi o la furia di Nettuno non temere, non sara`questo il genere di incontri se il pensiero resta alto e un sentimento fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo” avvertiva Kavafis nella sua Itaca nel 1911.
Ma il poeta Dimitriadis nel ‘78, è stato profeta: “Io non sono un paese. Io non mi trovo in questo paese. Voglio essere la vita che voglio vivere, mi piacerebbe vivere, mi piacerebbe essere in grado di vivere, che fossi felice… ma questo paese non vuole lasciarmi vivere. Ogni istituzione è un attacco di cuore, ogni legge e un’embolia, i suoi modi mi fanno a pezzi, la storia mi fa rabbrividire, la cultura mi ha sfinito, la posizione geografica è l’asma e la mia intera forma a volte si diffonde sul mio corpo come fuoco di Sant’Antonio gigante e folle”.

“Non è un caso che in Grecia non abbiamo romanzi, dibattiti scientifici, ricerca nelle università, non abbiamo risposte, non abbiamo domande”, esclama l’esperto. Sarà perché abbiamo dimenticato i nomi, le parole e insieme le espressioni, le idee, i concetti? Sarà perché abbiamo perso il filotimo? Quel sostantivo e virtù, introvabile in altri vocabolari e culture, che significa l’amore di onore, il fare del bene, l’orgoglio delle famiglie, delle comunità, di quella società greca che si esprime attraverso atti di generosità e di sacrificio senza aspettarsi nulla in cambio. Filotimo è ottenere più soddisfazione nel dare che di prendere; è come respirare. “Un greco non è un greco senza di essa. Potrebbe anche non essere vivo “, ricorda il filosofo.

Italia cara, mi viene in mente questa frase: “quando vuoi vedere il tuo viso ti guardi allo specchio, quando vuoi sapere chi sei ti guardi nel viso di un amico.” Perdere i pezzi è destabilizzante ma farli trovare a qualcun altro suona bene, fa bene e ha un senso quando il senso pare incerto. E per questo lascio briciole di presenza nelle tue piazze, per sentirmi operosa, appartenente al mondo, ricordare di non essere incognita e svanita nel mio immenso piccolo ma di essere e di essere parte. Parte di una Ellada che cerca se stessa anche da lontano, che esige la permanenza della sua storia, che vive nello smarrimento inaspettato, che nonostante ciò continua il suo percorso quotidiano e insegue il recupero dei suoi valori, dal movimento dei suoi figli, dalla consapevolezza profonda che un viaggio e una sosta può portare il cambiamento. E poi, come si usa, generosamente condividere l’identità acquisita con un amico, con chi ha passi e sguardi simili e affini. Dentro il bagaglio porto anche tutto questo, è inevitabile, i segni non si annullano. Quello che sono, quello che sono diventata, quello che sarò.

Sono fatta di memoria, di cognizione, di abitudini, di riti, di gesti fatti dei miei genitori, fatti dai loro genitori, fatti dai loro genitori; una catena obbligatoria di sentimenti e di logica. Catena alla quale pensiamo di sfuggire, di non assomigliare, di superare. Col passare del tempo, sempre di più la avviciniamo e sempre di piùabbiamo bisogno dei padri e delle madri per durare. E anche dei loro sbagli, delle loro debolezze e delle loro impossibilità.
Non si potrebbe vivere senza. Sarebbe vivere da orfano. Abbandonato di amore, di coraggio, di Paese, di speranza.

Cara Italia, mi presento.

“Mi chiamo Ifigenia, sono nata a Drama, in Grecia. La mia Grecia, che èanche la tua. Nostra figlia, di padre italiano, nata in Italia, per metà italiana, per me metà greca, si chiama Iliade. Iliade, sì, continuo sorridendo, proprio come il poema di Omero” .

Il primo dono per la vita che un genitore potrà dare al bimbo che arriva è un bel nome, dicono… dicevano.

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