Caso informazione, coscienza sporca del centrosinistra in Europa

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Esattamente dieci anni fa l’Europarlamento votò a larghissima maggioranza una risoluzione che, non solo condannava il nostro paese per la concentrazione mediatica e l’inqualificabile ingerenza dei partiti (e dello stesso monopolista dell’informazione privata) nel servizio pubblico, ma addirittura, su questo, prospettava l’utilizzo – del tutto inedito nella storia europea – del famigerato articolo 8 dei Trattati, che prevede la sospensione di un paese dal Consiglio Europeo.
 
Quel che è interessante è anche come si arrivò a quel voto, chi lo spinse e chi lo boicottò. Ebbene, fu promosso proprio da due deputati della Sinistra Unitaria Europea (il giornalista Lucio Manisco e il magistrato Giuseppe Di Lello). Al contempo nessun deputato degli allora Ds e Margherita volle sottoscriverne la bozza – per avviare un iter parlamentare serviva una cinquantina di firme – a differenza dei colleghi stranieri di quasi tutti i gruppi politici. Una volta avviata la procedura, si trattava di identificare le commissioni parlamentari competenti; le candidate erano tre (Libertà pubbliche, Cultura, e Costituzionale); le prime due accettarono subito di farsene carico, la terza, che era la più pertinente sul tema, si rifiutò, su indicazione del suo presidente, Giorgio Napolitano.
 
Questi sono i fatti. E questa è la giustificazione che i diessini davano della loro resistenza: “si fanno le battaglie solo quando si possono vincerle, altrimenti è un boomerang”, dicevano. Poi, senza di loro, con la sola azione della pur minoritaria Gauche e il rilevante contributo di qualche esponente liberale, verde, e perfino di pezzi del centrodestra europeo, invece si stravinse. Con qualche ulteriore aneddoto imbarazzante, come fu il caso dei radicali che, dopo aver dato un buon contributo durante l’iter, quando arrivo il momento del voto finale in plenaria, uscirono dall’aula.
 
Insomma le lezioni sono due: la Sinistra Europea dimostra che le battaglie si fanno e si possono vincere, anche quando le maggioranze non sembrano consentirlo; il secondo dato è che il Pd queste battaglie non le vuol fare, tant’è che quella risoluzione è rimasta poi disapplicata, con i socialdemocratici a chinarsi allegramente alla tesi dei Commissari di Bruxelles secondo i quali “l’Europa non è competente sulle questioni dell’informazione”. Tesi sonoramente smentita dai migliori giuristi europei (in Italia, in particolare, il professor Roberto Mastroianni), che ricordano come i Trattati non siano avulsi dalla tutela dei diritti fondamentali né, soprattutto, del pluralismo nella concorrenza.
 
Su questo, a margine, è in corso un’iniziativa popolare con la raccolta di un milione di firme per riaprire quel dossier. E a mobilitarsi, oggi come allora, sono (in pressoché completa solitudine rispetto alle altre forze politiche) alcuni dei candidati della nostra lista.
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