Primo maggio: le vecchie idee di Renzi, i nuovi bisogni di noi precari

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Cosa ci dicono questi dati? Che l’Europa ha scelto di competere al ribasso, scegliendo di ridurre tutele e diritti, svilendo istruzione e investimento in innovazione e che la precarietà è soprattutto un modello di lavoro ad alta ricattabilità e bassi salari.

Le soluzioni proposte dal governo sono da questo punto di vista più che insufficienti, sono dannose.

La youth guarantee che il governo Renzi si appresta a varare rischia di essere un contenitore vuoto. La maggior parte delle risorse di cui il governo fa vanto a reti unificate vengono dall’Unione Europea, e il loro utilizzo è ben lontano dall’essere efficace. In particolare ad oggi solo tre regioni hanno attivato le convenzioni necessarie, pertanto l’avvio del progetto nella data simbolica del primo maggio risulta essere solo uno spot elettorale sulla pelle degli oltre 900mila possibili beneficiari del provvedimento e di tutti coloro che aspettano 

Se questo intervento è inefficace, il cuore dell’azione del governo Renzi è invece molto dannoso. Con il combinato disposto del decreto Poletti e della delega al governo, rimuovendo la causalità ai contratti a tempo determinato, rendendo norma quello che fino ad oggi era solo un abuso, dequalificando l’apprendistato eliminando sostanzialmente i vincoli formativi e rendendolo quindi un semplice contratto sottoinquadrato, Renziriesce nel difficile intento di peggiorare persino la riforma Fornero.

Renzi sostiene di voler semplificare le norme sul lavoro, ridurre la burocrazia, ma ad oggi i suoi interventi, complice la scelta di dare priorità agli spot da campagna elettorale, sono caotici, confusi e contraddittori. Ad esempio la delega sul lavoro stabilisce che gli interventi per i centri per l’impiego devono avvenire a saldo invariato, laddove la garanzia giovani necessiterebbe del contrario. Renzi parla di contratto unico, ma nella delega al governo non c’è traccia di riduzione delle tipologie contrattuali, si propone semplicemente l’aggiunta di una ulteriore forma contrattuale. L’ennesima tipologia finalizzata allo sfruttamento intensivo.

Quando il premier italiano ha presentato le sue riforme a Londra, incontrando i finanzieri della city, ha parlato di maggior flessibilità. Gli squali della finanza, che non hanno peli sulla lingua oltre che sullo stomaco, e non guardano in faccia nessuno si son detti entusiasti di questo annuncio con cui il presidente del consiglio prometteva di rendere ancora più facili i licenziamenti in Italia. Una perfetta e cinica traduzione dei reali obbiettivi del governo.

L’idea propugnata tra gli altri da Renzi che per risolvere il dramma della disoccupazione serva ridurre le tutele e aumentare la flessibilità è frutto di una posizione ideologica, infondata e vecchia. Altro che giovane innovatore dalla parte dei giovani, Renzi è un conservatore, che propone un’idea ottocentesca del lavoro.

Serve invece ben altro: rompere la gabbia dell’austerità, riavviare politiche espansive, investimenti in istruzione e innovazione, unico vero modo per riavviare la produttività, tagliare non il welfare, ma le tante tipologie contrattuali. L’altra Europa che vogliamo è un nuovo modello sociale europeo, con un welfare universale, un reddito minimo pari al 60% del salario mediano nazionale, sostenuto da una vera fiscalità europea che garantisca continuità di reddito a chi ha discontinuità di lavoro.  L’altra Europa che vogliamo deve essere un luogo in cui vivere con dignità, il continente del lavoro degno e della vita degna.

A tutti coloro che ci dicono di abbassare la testa, di non ambire a un lavoro all’altezza delle nostre competenze, a quelli che dicono che le tutele e i diritti sono un arnese del passato che non ci possiamo più permettere, a quelli che ci dicono che dobbiamo lavorare più ore invece di condividere meno ore di lavoro con tanti disoccupati, a quelli che ci dicono che non ci sono i soldi mentre i loro redditi salgono sempre più verso l’alto, a tutti coloro che in questi anni hanno cavalcato la crisi, approfittandone per ridurre paghe e diritti arricchendosi sempre più, inquinando le nostre terre e avvelenando l’aria, a tutti loro non facciamo nessun augurio.

Il nostro augurio è per tutti i precari, giovani e non, per i cassintegrati, i disoccupati di lungo corso, per chi ha un “lavoro di merda”, e per chi sottopagato mette comunque grande passione nel proprio lavoro, alle partite IVA come me troppo a lungo ignorate dalla sinistra e da troppo tempo escluse da ogni forma di welfare e tutele, ai migranti nei campi dei caporali, ai lavoratori di un bene confiscato alle mafie, a tutti coloro che vivono sulla propria pelle lo sfruttamento quotidiano.

Il nostro buon primo maggio è l’auspicio di una grande lotta collettiva e popolare per cambiare i rapporti di forza in Europa e conquistare nuove condizioni di vita e lavoro, unendo finalmente tutti coloro che questo neoliberismo ha messo uno contro l’altro, costringendoci a competere in basso, mentre in alto si organizzavano e conducevano un saccheggio senza pari. Non è un primo maggio di commemorazione, molti di noi non hanno conosciuto un tempo di cui avere nostalgia. Che sia il maggio della riscossa per tutti noi, ne abbiamo bisogno.

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