Primo Maggio con il lutto al braccio

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“Stato… Stato… giustizia…”, dice così il padre di una delle vittime del rogo alla Thyssen di Torino, in cui morirono sette operai nel dicembre 2007. Dice queste poche parole, all’uscita del tribunale, e gli muoiono in gola. Perché loro, i genitori dei morti sul lavoro nello Stato non credono più: “Lo Stato non ha fatto niente. Noi moriamo assieme ai nostri figli”, dice una madre.

A vedere queste immagini, a vedere le reazioni dei genitori delle vittime sembra di tornare indietro di 20 anni. Alle stragi di Mafia, alle lacrime impotenti dei familiari delle vittime, all’urlo in chiesa di una donna che alla violenza cieca della strage di Capaci opponeva la verità: “Dovete pentirvi”. Come allora, i cittadini in questa guerra sono soli. Abbandonati dallo Stato, nonostante i ripetuti appelli del Presidente della Repubblica.

In questi ultimi giorni le morti sono cresciute in maniera esponenziale: “169 dall’inizio dell’anno, il 20,3% in più rispetto allo stesso giorno del 2013. Se si aggiungono i non assicurati Inail si superano complessivamente i 330 morti”, scrive Soricelli. E c’è qualcosa di profondamente sbagliato se gli incidenti mortali tornano dove già accaduti: nei cantieri della metro di Roma, negli stabilimenti Marcegaglia, nelle aziende ittiche di Molfetta. All’Ilva di Taranto.

Sabato 26 aprile Soricelli ha iniziato lo sciopero della fame. In tanti hanno aderito al suo appello per indossare il lutto al braccio il 1 maggio, l’ex senatore Walter Vitali, il segretario Fiom Bruno Papignani. Con lui anche Graziella Marota, madre di Andrea Gagliardoni, morto a 23 anni. Graziella nel 2006 è stata nominata “cavaliere del lavoro” al Quirinale. Dalla più alta carica di quello Stato che poi scompare, per le vittime di questa strage silenziosa. E senza colpevoli.

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