La violenza sulle donne figlia dell’austerità

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Ho lottato al loro fianco quando la fabbrica chiudeva, ho partecipato ai tavoli, ho mangiato con loro sotto le tende improvvisate dei presìdi e ho indossato la loro maglietta con la scritta «io sto con gli operai» alle manifestazioni. Ma le multinazionali della vallata del Tronto hanno delocalizzato senza neanche accorgersi che esistevamo. Abbiamo gridato sul palcoscenico della vita, senza sapere che nel buio della platea non c’erano spettatori. Se ne erano andati da tempo, consapevoli che la globalizzazione consente la delocalizzazione senza costi aggiuntivi e a pagare restano i cittadini che, insieme a me, vivono nella trincea dove gli effetti delle politica del rigore lasciano segni profondi nella carne e nell’anima.

Solitamente sono le donne che vengono nel mio ufficio. Da quando sono sindaco Carla non era mai venuta: «Ho perso il lavoro e mio marito è in cassa integrazione». Mi racconta delle bollette da pagare, dei risparmi che stanno per finire, delle spese da tagliare, dei sogni a cui rinunciare. Balbetto un malriuscito «mi dispiace» che suona inadeguato, come le condoglianze davanti ad un lutto. Ma Carla non ascolta. Il suo volto denuncia una verità taciuta, quella più importante, quella che non si può dire ad alta voce, quella che cambia la tua esistenza. Dietro ai soldi che non ci sono, e ai problemi che ne derivano, c’è di peggio.

C’è la rinuncia alla sua indipendenza, data ormai per acquisita dopo anni di rivendicazioni e di lotte che altre donne hanno combattuto anche per lei, c’è un marito diverso dall’uomo che ha sposato che vive come un’amputazione la perdita del lavoro. E c’è un figlio disorientato che evita di stare con entrambi i genitori. Evita di trovarsi lì quando la frustrazione trabocca, provocata dal niente, diventando rabbia e violenza. E quel dolore soffocato dalle mura di case omertose cambia il colore della stanza, il sapore dei cibi, la durata del tempo, in poche parole, cambia la vita. Austerità e violenza crescono di pari passo.

Diverse Ong hanno denunciato la crescita esponenziale della violenza sulle donne proprio dove le politiche del rigore hanno colpito con maggiore durezza. La storia è piena di statistiche che mettono in relazione disperazione e violenza raccontando di improvvise povertà che minano alle fondamenta il benessere e la serenità delle famiglie.

L’Europa dell’austerità che ci impone il pareggio di bilancio e, con esso, forsennate politiche di tagli ai servizi sociali, deve riportarsi su un cammino diverso: deve essere in grado di imbrigliare le spinte selvagge del neoliberismo e sprigionare le energie positive che hanno, da sempre, fatto dell’Europa il luogo dei diritti e della solidarietà. Se ai nostri comuni fosse concesso di liberarsi della camicia di forza dell’assurdo e inumano patto di stabilità sono convinta che avremmo compiuto il primo piccolo passo per tornare a sperare e a Carla, forse, potrei dire qualcosa di più di un semplice: «mi dispiace». 

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