Quando la politica fa la fine dello scorpione

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A metà tragitto la rana sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stata punta dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire la rana chiese all’insano ospite il perché del folle gesto. “Perché sono uno scorpione…” rispose lui “E’ la mia natura”.

Ho voluto riportare questa favola della rana e dello scorpione per introdurre un tema a me caro, il turismo. E di come potremmo cibarcene con sobrietà e rispetto facendolo diventare il vero piano di sviluppo del prossimo quinquennio in Europa.

Da quando ho iniziato ad occuparmi di politica sento dire, dalla politica nostrana, che la rinascita del Paese è affidata al turismo. A questa considerazione, solitamente, segue una lunga serie di frasi piene di una retorica disarmante.

Il punto è che siamo un Paese meraviglioso, pieno di storia e di bellezza. Di cultura, anche. Dovremo averne prima di tutto cura, e invece lo devastiamo di cemento e noncuranza, ciò che provoca dissesto e guasti un po’ ovunque.

Non parlerò di cifre, perché ormai le conosciamo tutti. Siamo la nazione con il maggior numero di siti inclusi nella lista dei patrimoni per l’umanità, abbondiamo per borghi meravigliosi, musei e monumenti semplicemente spettacolari. E allora perché continuiamo a retrocedere in tutte le classifiche che si occupano di turismo in un confronto impietoso con luoghi e nazioni molto meno ricche della nostra ma molto più organizzate di noi?

Io credo perché in fondo, purtroppo, non sia possibile nonostante le belle parole e le dichiarazioni buone per il telegiornale delle 20, cambiare la natura di uno scorpione. Di un certo modo di fare politica e di intendere il governo del territorio e delle nazioni.

L’idea di un turismo sostenibile, da incentivare e sostenere con azioni e strumenti adeguati (leggi, risorse, promozione, coordinamento tra Paesi, ecc.) cozza contro il concetto di crescita infinita, quell’ostinata ricerca del consumo che si traduce poi in politiche illogiche e autodistruttive.

Come diceva Marcel Proust “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. Dobbiamo dunque cambiare prospettiva, per dare nuovo senso ad una verità che è stata per lungo tempo neutralizzata con fiumi di retorica dai governi nazionali e regionali. Il turismo può diventare il vero paradigma culturale per ricostruire le nostre città e i non-luoghi del cemento dai bombardamenti dello sviluppismo. Non un turismo di massa, che consuma e spreca, replicando nei fatti quel tipo di modello. Ma un turismo della lentezza e del rispetto dei luoghi e delle comunità locali. 

Un turismo diffuso che crei occupazione a km zero, per l’autosostentamento di ogni singola comunità locale. Le comunità dell’Altra Europa! 

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