Renzi, il DEF e quelli che cavalcano il declino

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La logica economica sottostante il DEF è la stessa che negli ultimi decenni ha fatto maturare la crisi e dopo la sua esplosione continua ad alimentarne le cause. Essa si sta concretizzando in un circolo fallimentare: si pensa di stimolare l’economia con politiche di bilancio restrittive (il paradosso dell’austerità espansiva) le quali, invece – come è stato ampiamente verificato, analiticamente ed empiricamente – non solo deprimono la crescita, ma peggiorano lo stesso bilancio pubblico. In Italia è oramai prassi, fatta propria anche dal governo Renzi, che questa logica economica venga apertamente condivisa; le sue indicazioni vengono messe in pratica non perché “è l’Europa che ce lo chiede” ma ”per i nostri figli”.

Quest’ultimo riferimento evoca pure l’idea che i sacrifici da fare sarebbero dovuti dagli anziani ai giovani, quando invece i peggioramenti economico-sociali complessivi, le accresciute diseguaglianze e le loro responsabilità non vanno ricondotte a questioni generazionali (la discriminante tra chi ci guadagna e chi ci rimette non è l’età, ma la classe, la famiglia, il territorio e il genere d’appartenenza) ma all’affermazione di interessi e politiche regressive.

Il DEF desta preoccupazioni sia rispetto ai suoi effetti macroeconomici sia per i suoi aspetti qualitativi e, in particolare, per le sue conseguenze redistributive.

Dopo che il PIL si è ridotto di quasi il 10% dall’inizio della crisi, le stesse simulazioni governative sull’impatto macroeconomico del DEF prevedono un effetto di stimolo sul PIL di un irrisorio, ma poco credibile +0,3% nell’anno in corso. Infatti, a questo risultato contribuisce un +0,1 attribuito alle liberalizzazioni e semplificazioni e un +0,2 atteso dalle misure di ulteriore flessibilizzazione del mercato del lavoro. In entrambi le circostanze non si tratta solo di ingiustificato ottimismo, ma è evidente la distorsione ideologica e comunque l’aleatorietà della previsione. In ogni caso, le misure governative dovrebbero portarci nel 2018 ad un PIL ancora inferiore a quello ante crisi.

Il tasso di disoccupazione, che ha superato il 13% e per i giovani va oltre il 42%, dovrebbe calare niente meno che dello 0,2% quest’anno e dello 0,3% in quello successivo. In compenso, viene stimato che avremo la “soddisfazione” di vedere salire l’avanzo primario dal 2,6% attuale fino al 5% nel 2001 mentre il deficit scenderebbe dal 2,6% attuale fino al pareggio tra il 2017 e il 2018; tuttavia, il rapporto debito/PIL rimarrebbe sostanzialmente stabile fino al 2016.

Il Governo conta poi sul fatto che queste misure possano indurre le autorità comunitarie a concedere margini di flessibilità nel percorso di convergenza verso gli obiettivi di finanza pubblica in base alla clausola delle riforme strutturali; ma si tratta di una speranza fondata solo su un benevolo atteggiamento delle autorità comunitarie peraltro poco credibile.

Dal punto di vista qualitativo e redistributivo, va tenuto presente che gli 80 euro in più andranno a chi la buste paga ce l’ha (con reddito annuo lordo inferiore ai 25000 euro); per chi sta peggio ci sarà meno (forse) o niente. In ogni caso, è da dimostrare che quella cifra andrà effettivamente tutta o in parte ai lavoratori poiché le imprese – che usufruiranno di altri 2 miliardi di riduzione dell’Irap e del rifinanziamento del fondo di garanzia – in qualche misure avranno la facile possibilità traslare lo sgravio fiscale Irpef a loro favore ricontrattando al ribasso i salari; Infatti, con le novità introdotte nel mercato del lavoro, avranno potranno rinnovare o meno ogni 4 mesi i contratti a termine in un contesto di elevata disoccupazione e debolezza dei lavoratori.

L’aspetto più strutturalmente preoccupante per gli equilibri economici e sociali sta proprio nelle modifiche apportate alla normativa dei contratti a termine e di apprendistato.

Come ha notato Natali Paci, scompaiono del tutto le giustificazioni dei contratti a termine che erano un’eccezione cui necessitava una causale, mentre adesso diventano la regola. Ciò è contraddittorio non solo rispetto al primo articolo della nostra Costituzione, ma anche con la Direttiva europea che considera il contratto a tempo indeterminato come la “forma comune” di contratto di lavoro.

La possibilità di rinnovare il contratto di lavoro ogni 4-7 mesi (vedremo come va a finire) senza causale risolve pure lo “sconcio” delle lettere di dimissioni in bianco, specialmente richieste alle donne che avessero l’idea di avere un figlio; con la nuova regolamentazione del contratto a termine non ce n’è più bisogno!

Nel contratto di apprendistato viene invece cancellata la centralità della formazione che pure è la sua ragion d’essere. Non è certo se rimarrà l’obbligo in forma scritta del piano formativo (l’unico controllabile), mentre il vincolo di stabilizzare il 30% degli apprendisti al termine della formazione per poterne assumere di nuovi è stato eliminato dal governo e forse sarà riammesso nella discussione in parlamento, ma comunque in una misura inferiore. Gli apprendisti tendono ad essere assimilati a lavoratori instabili ma a costo ulteriormente ridotto.

Il decreto sulla flessibilità, oltre a rendere ancora più precario il mercato del lavoro, accresce l’instabilità del sistema economico-sociale spingendolo ulteriormente nel vortice perverso della competitività di prezzo anziché verso l’innovazione. In questo modo non si penalizzano solo le condizioni della domanda, ma anche quelle dell’offerta, alimentando le ragioni del nostro declino strutturale in corso da oltre un ventennio.

In definitiva, il cambiamento rispetto ai passati governi è solo che, adesso, il declino viene percorso con un rivendicato aumento della velocità. E guai ai professoroni!

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