21/04/67, a Christos Rekleitis: 47 anni di memoria e lotta della sinistra greca

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In tanti si sono chiesti negli ultimi anni perché la sinistra greca ha reagito come ha reagito alla crisi e perché ha opposto questa forte resistenza alle politiche neoliberali della troika. Probabilmente abbiamo ancora fatto molto poco se pensiamo al nostro compagno scomparso.

Ho conosciuto Christos nella nostra sezione del Partito Comunista Greco dell’Interno alla fine del 1974 quando avevo tredici anni. Anni in cui il peso di ogni compagno nel partito e nella nostra organizzazione giovanile “EKON Rigas Feraios” si valutava in base agli anni di carcere che aveva fatto, quanto aveva resistito alle torture, quante condanne aveva preso e naturalmente se aveva parlato. Durante le innumerevoli ore che ho passano nella sezione, ho sentito molte storie raccontate da loro, sulla vita in carcere o sulle difficoltà del confino, ma raramente sulle torture.

A Christos avevano strappato le unghie con una pinza, lo avevano torturato per mesi, gli avevano fatto l’elettroshock ai genitali. Aveva visto per prima volta sua figlia nella caserma dove lo torturavano. Non aveva aperto bocca nemmeno una volta. Lo hanno messo al muro per fucilarlo. Hanno sparato con pallottole a salve. Christos li guardava sereno negli occhi. Qualche giorno dopo lo hanno portato fuori dalla sua cella e lo hanno messo in un cassone. Doveva essere la sua bara. Era stremato. Lo hanno sepolto vivo a due, tre metri di profondità. Sentiva la terra e le pietre della sepoltura. Quando l’hanno tirato fuori era svenuto, perché non poteva respirare. Ha fatto per quattro anni il giro delle carceri della zona di Atene e di Pireo, a Xolargos, Aigina, Averof e Bourla. Christos era uno dei 350 detenuti, insieme con Alexandros Panagoulis, che avevano visto le porte del carcere aprirsi grazie alle pressioni internazionali che avevano costretto Papadopoulos a concedere un’amnistia nell’agosto del 1973.

Christos un giorno ha parlato. Ha fatto tutti i nomi e i cognomi che sapeva. Quelli dei suoi torturatori. Una volta di fronte al tribunale che ha giudicato i torturatori e un’altra volta, commosso, di fronte alla camera di Nikos Koundouros per lasciarci la sua testimonianza nel documentario “Le canzoni del fuoco”. Quando il film documentario è uscito nel 1975 molti di noi hanno lasciato la sala con le lacrime negli occhi. Avevamo visto Christos raccontare con estrema semplicità in otto minuti le torture che aveva sopportato. Koundouros ha accompagnato il racconto con un manichino per far intendere meglio la loro crudeltà. Avevamo capito chi era in realtà il nostro sorridente Christos. Avevo capito anche perché Christos e la sua compagna Argirò avevano il rispetto di tutti. Anche delle generazioni dei compagni più grandi che avevano fatto la resistenza, la guerra civile e avevano visto i loro compagni di cella morire di fronte ai plotoni di esecuzione di uno stato parafascista che voleva cancellare dalla nostra memoria collettiva ELAS e l’Esercito Repubblicano.

Christos era muratore, uno dei quasi duecentomila muratori che vivevano ad Atene nel periodo in cui i costruttori saccheggiavano la città e il paese, grazie al boom edilizio. Era uno dei combattivi muratori di sinistra che si scontravano con la polizia gli anni degli brogli elettorali e della repressione. È stato prima nell’organizzazione giovanile della Unione Democratica di Sinistra (N.EDA) e poi nella Gioventù Democratica Lamprakis (DNL), la grande organizzazione giovanile fondata in onore del nostro deputato Grigoris Lamprakis assassinato a Salonicco, che ha ispirato Kostas Gavras per girare “Z, l’orgia del potere”. Erano gli anni in cui Christos e la sua generazione lottavano per difendere il penultimo articolo della costituzione di allora: “La generazione dell’articolo 114”, “La generazione di uno uno quattro”. L’articolo che diceva che “il rispetto della costituzione si lascia al patriottismo dei greci”.

 

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