Dignità e Lavoro

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Questi nuovi drammi devono spingerci ad una riflessione più adeguata rispetto al passato, fuori dai compassionevoli moniti del Presidente della Repubblica sulla sicurezza sul lavoro finiti puntualmente nei rivoli di una notizia di cronaca. Gli infortuni e le morti sul lavoro (chiamarle bianche mi sembra davvero un’eresia) hanno delle responsabilità ben precise, perché sono il frutto di processi produttivi e di una organizzazione della vita scientificamente imposta dal modello di sfruttamento capitalista, modello che negli ultimi anni sta assumendo i caratteri sempre più inquietanti di una guerra globale.

Al di là delle singole responsabilità civili e penali che ogni strage racchiude in sé, su cui hanno fatto luce importanti indagini della magistratura, c’è un elemento che ritengo fondamentale, e che dovrebbe interrogare tutti: dal politico all’intellettuale, dal giornalista al sindacalista, al filosofo; questo elemento riguarda un sistema, quello della competitività globale, che come un filo rosso unisce queste morti apparentemente così diverse. La competitività verso il basso genera mostri come l’esasperazione dei ritmi nei luoghi di lavoro, la riduzione dei costi selvaggia, la mancanza di formazione, la precarietà e la esternalizzazione di mansioni a basso costo ecc.

Ed è in questo quadro che ancora una volta il nuovo governo Renzi, in piena continuità con i precedenti, si assume gravissime responsabilità nel riproporre le stesse ricette degli ultimi decenni, ricette conservatrici che hanno distrutto intere generazioni, accentuando forme di precarizzazione del lavoro, come il Jobs Act, che indirettamente cancellano e smantellano tutte le conquiste di civiltà del secolo scorso, a cominciare dal valore politico e sociale del Contratto Nazionale di Lavoro, con quelle deroghe che incidono nella carne viva delle lavoratrici e dei lavoratori in termini di orario, sicurezza, malattia, permessi, salario ecc.

Se consideriamo il miliardo di ore di Cassa Integrazione richieste nell’ultimo anno, insieme alla chiusura di migliaia di aziende medio piccole che hanno chiuso i battenti, figuriamoci cosa sarebbe successo in una situazione “normale” di crescita. Il bollettino degli infortuni e delle morti sul lavoro risulterebbe certamente ancora più grave e drammatico! Per questo riportare il lavoro dentro la sfera costituzionale rimane l’unico vero strumento di civiltà che ci consente di agire poi in un orizzonte sociale più vasto. In questo senso la battaglia della Fiom di Pomigliano ha un valore simbolico straordinario proprio perché parla all’intera società civile e interroga l’intero paese su quale modello di sviluppo vogliamo costruire.

Noi abbiamo contrastato un modello autoritario, antidemocratico che intendeva partire da Pomigliano per estendersi, come purtroppo sta accadendo, all’intero mondo del lavoro e alla società civile. Questo è il punto. Dobbiamo saperlo: queste nuove organizzazioni del lavoro fanno crescere dovunque tentazioni autoritarie, guerre tra lavoratori anche all’interno del nostro vecchio continente. Un grande sociologo liberale come Dahrendorf, alcuni decenni fa ci ha spiegato proprio questo: cioè che la fusione di competitività globale e disintegrazione sociale non è una condizione favorevole alla costituzione della libertà. E’ l’humus su cui cresce l’autoritarismo politico e sociale. Difatti il modello della fabbrica toyotista tende ad estendersi, a trasformarsi nell’unico mondo possibile, dentro e fuori la fabbrica.

E questo chi fa politica, soprattutto a sinistra, dovrebbe averlo compreso da molto tempo, invece osservo che su questo la nostra riflessione non è sempre adeguata ad interrogare la dimensione globale dello scontro tra capitale e lavoro.  
In conclusione credo che i diritti sociali e i diritti civili non debbano vivere in modo separato, anzi, credo che debbano diventare per tutti i cittadini europei un fondamentale strumento di difesa delle proprie condizioni materiali dinanzi ad ogni forma di sopruso e di ricatto nella sfera pubblica come in quella produttiva.

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