Conosci tu la terra degli analfabeti funzionali?

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Poi, leggiamo i dati Ocse che ci dicono che in Italia gli “analfabeti funzionali” sono tantissimi, quasi 3 su 10, che è la percentuale più alta in Europa. Un analfabeta funzionale, per intenderci, è incapace “di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”. Dunque, come ripete da anni, inascoltato, Tullio De Mauro, non riesce a comprendere gli articoli di un quotidiano, ma neanche i termini usati in un contratto o in una polizza o in una bolletta, non sa interpretare una statistica, non ha, in una parola, competenze che gli permettano di essere un cittadino informato. E neanche produttivo, ci rimprovera l’Unione Europea non da oggi.

Ora, apriamo un quotidiano, leggiamo i titoli, guardiamo le pubblicità. «Meglio il lavoro oggi che la laurea domani», «La laurea? inutile per lavorare», «Troppa formazione può addirittura essere dannosa», «Rivalutare il lavoro manuale», «Se rinasco faccio l’artigiano», «saldatori ed elettricisti. Ecco i posti anticrisi». Questi sono alcuni dei titoli, e gli articoli correlati da anni ripetono la stessa litania: ragazzi, più competenze avete, meno troverete lavoro. A corollario, la pubblicità di un consorzio di formazione che mostra due giovani. Luca, a sinistra, ha lo sguardo smarrito e si ingobbisce nella giacca e la cravatta che sono consoni a chi ha studiato e ai futuri professoroni parrucconi.

La scritta dice: “Luca (trent’anni), dopo le medie ha studiato 9 anni. E’ laureato da sei anni, ha un lavoro precario, è in cerca di un posto fisso, ha un reddito basso e vive con i suoi genitori”. A destra troviamo il sorridente Andrea, gran muscoli che esplodono dalla maglietta nera e sguardo fiero. Perché mai? Perché “Andrea (trent’anni) dopo le medie ha studiato tre anni, ha la qualifica professionale, è caporeparto, ha un posto fisso da 14 anni, ha un ottimo reddito e vive con la sua donna”.

Dunque, il modello è Andrea, che ha impiegato il suo tempo con concretezza invece di perdere tempo con studi inutili e, si presume, altrettanto inutili letture (ricordiamo che, ultimi dati Nielsen alla mano, il 57% degli italiani non ha letto neanche un libro in dodici mesi).

Ora, con il sorriso di Andrea ben stampato nella mente, leggiamo cosa dicono altri dati, le recentissime statistiche Eurostat per l’Unione Europea a 28 nazioni: dicono che come percentuale di laureati fra i 30 e i 34 anni, l’Italia, quartultima dieci anni fa, è ultima fra le nazioni. E si apre la pagina Europe 2020 della Commissione Europea si scopre che il suo obiettivo è rimanerlo. Come ricorda il sito roars.it, mentre l’UE intende raggiungere il 40% dei laureati (In the area of tertiary education, the Europe 2020 Strategy set the headline target that at least 40 % of 30-34 year olds should have a tertiary or equivalent qualification by 2020), il nostro paese non solo “è tra le dieci nazioni il cui target è inferiore al 40%, ma presentail target più basso dell’intera UE: 26-27%, partendo dal 21,7% del 2012. Un target decisamente meno ambizioso di quello di altre nazioni come Malta (MT), Croazia (HR) e Slovacchia (SK), il cui dato di partenza supera di poco quello italiano”.

Se siamo arrivati fino in fondo alla lettura, dobbiamo trarne una sola conseguenza: un paese che non investe nel futuro e soprattutto nei saperi dei propri cittadini, è un paese che rimarrà fuori dall’Europa non solo per le sue finanze. Perché senza cultura non si rimettono a posto neanche quelle, nonostante le tristissime asserzioni secondo le quali con la cultura medesima non si mangia, e non si fanno neppure le riforme. E’ vero, mettiamocelo in testa, l’esatto contrario.

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