Pizzuti: “Pensionati colpiti da inique riforme decennali”

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I governi italiani, pur avendo stabilizzato gli equilibri finanziari del sistema pensionistico pubblico già immediatamente dopo le riforme del 1992 e del 1995, hanno continuato con tutte le numerosissime riforme successive (una ogni meno di due anni) a penalizzare il sistema pensionistico pubblico, decidendo di utilizzarlo come uno sportello bancomat dove prelevare le risorse per seguire le politiche di rigore indicate dall’Unione europea.

Già nel 1996 e poi ininterrottamente dal 1998, il saldo tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali al netto delle imposte erogate dal sistema pubblico è attivo; nell’ultimo anno è stato pari a 24 miliardi di euro (circa sei volte il gettito dell’IMU sulla prima casa). Questa politica, non solo è stata politicamente e socialmente iniqua verso i lavoratori – che ai colpi subiti dai salari hanno visto aggiungersi quelli ai redditi da pensionati – ma ha avuto effetti controproducenti sulla domanda e sulla crescita del nostro intero sistema economico.

I dati Istat mostrano anche che nel 2012, il numero dei nuovi pensionati e il valore medio delle prestazioni sono stati entrambi inferiori rispetto a quelli dei deceduti. Essi confermano che – dopo le più recenti riforme che hanno accentuato l’impostazione restrittiva della politica economica e sociale governativa – il sistema pensionistico pubblico fa sempre più fatica ad assicurare una copertura decente alla generalità dei pensionati.

E ciò avviene mentre la crisi, sia dal punto di vista sociale sia dal punto di vista economico, richiederebbe una netta inversione di tendenza. I governi italiani degli ultimi anni, invece, hanno addirittura accentuato le indicazioni di politica fiscale provenienti dai responsabili delle politiche comunitarie che, già di loro, riflettono un’impostazione politica, economica e sociale controproducenti per la costruzione unitaria e il consenso ad essa da parte dei cittadini europei.

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