Cataldo: “Dati Istat impressionanti. Intervenire, non c’è più tempo”

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Un italiano su due non lavora. In quanto a disoccupazione siamo terzi in Europa, dopo Grecia e Cipro; la disoccupazione giovanile è stabile sopra il 42% ormai da oltre tre anni e coinvolge pesantemente i laureati in discipline umanistiche. Un assurdo nel paese con il più alto numero di siti UNESCO al mondo.

Gli effetti nefasti delle politiche di austerity e della dittatura della troika sui conti e sulla finanza pubblica, sono tutti squadernati in questi numeri impietosi. Di cosa si meraviglia Renzi, nei suoi commenti odierni a questi dati?

Crede forse che la disoccupazione sia una iattura che arriva da chi sa dove? L’unico provvedimento del governo in materia di occupazione, il Decreto 34 del 20 marzo, meglio conosciuto come Jobs Act, è per altro peggiorativo, perché liberalizza la precarizzazione e la rende perpetua.

Certa politica, in ossequio ad una scuola economica fallimentare, continua a pensare che l’unico antidoto alla disoccupazione e alla crisi sia quello di agire sulla leva dei diritti dei lavoratori, smontandoli.

Eppure la Spagna dovrebbe aver insegnato abbastanza rispetto alla bolla dei contratti precari, visto che i licenziamenti facili e i contratti a termine non hanno fatto altro che lasciare indietro milioni di giovani spagnoli negli anni scorsi. A questo si aggiunga che la spending review di Cottarelli prevede esuberi nel pubblico impiego per oltre 80.000 lavoratori.

L’unica soluzione possibile è che il sistema pubblico intervenga per cambiare rotta, in Italia come in Europa, attraverso due misure immediate, che garantirebbero ossigeno nel breve periodo e consentirebbero una ristrutturazione complessiva: la realizzazione di un Piano straordinario per la creazione di nuovo lavoro, che badi al risanamento ambientale e delle strutture pubbliche, e il reddito minimo garantito, legato alla formazione.

Bisogna intervenire subito. La ricetta della politica dei due tempi, proposta dal Ministro Padoan, non tiene più in un momento in cui anche il tempo è un lusso per coloro che continuano a pagare i costi della crisi in maniera così dura.

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