Di Salvatore: “Come e perché gli USA metteranno in ginocchio l’Unione europea”

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Professore, cosa può dirci di questo accordo?
Innanzitutto, lo chiamerei col suo nome: TTIP – Transatlantic Trade and Investment Partnership (Trattato di Partenariato Transatlantico su Commercio e Investimenti). Il 14 giugno 2013, il Consiglio europeo ha dato mandato alla Commissione europea per avviare le trattative con gli Stati Uniti e ha elaborato le linee guida da seguire, ma queste linee guida risultano secretate. Il primo incontro tra i due partners si è tenuto a Washington il 12 luglio 2013, mentre il quarto (e al momento ultimo) incontro si è svolto un paio di settimane fa a Bruxelles. Gli atti della negoziazione non sono però pubblici, in quanto coperti da “segreto commerciale”. E neppure il Parlamento europeo e il Congresso americano sono al momento a conoscenza degli stessi.

Qual è l’obiettivo di questo accordo?
Il vero obiettivo del TTIP consiste nell’eliminazione delle barriere non tariffarie (behind-the-border barriers). Per fare ciò è necessario procedere ad una uniformazione della normativa dei due Continenti in relazione ai prodotti agricoli, a quelli industriali, agli appalti pubblici, all’energia, alle materie prime, alla proprietà intellettuale, alla salute, ecc. Ovviamente si tratterà di una uniformazione al ribasso rispetto agli attuali standard europei. Basti pensare che – come ha fatto notare Paolo Ferrero – non saranno oggetto dell’accordo i mercati finanziari, poiché le regole vigenti negli Stati Uniti sono più severe di quelle europee. Questo dovrebbe far riflettere.

Lei come lo vede questo accordo?
Sono molto scettico. Per molti costituirebbe un antidoto alla crisi: secondo la Commissione europea favorirà una crescita e un’occupazione tali da creare vantaggi per i cittadini dell’Unione di circa 119 miliardi di euro l’anno; il tutto, nel rispetto degli standard ambientali dei lavoratori e dei consumatori. Questo almeno è quello che dice la Commissione. Ma, mentre i vantaggi saranno tutti da verificare, la Commissione tace sul fatto che l’accordo commerciale provocherà una riduzione degli standard relativi alla sicurezza, alla qualità e alla tutela della salute, come del resto si evince dalla “lista della spesa” presentata dagli USA.

In che senso “lista della spesa”?
Monica Di Sisto di Fair Watch ha definito “lista della spesa” il comunicato stampa diramato dagli Stati Uniti, nel quale vengono elencate le richieste avanzate dagli americani, affinché si possa raggiungere l’accordo di libero scambio. La finalità è quella di permettere agli Stati Uniti di esportare in Europa tutti quei prodotti che l’Europa stessa non produce più e che, al momento, non possono essere importati in quanto non rispettosi degli standard di sicurezza, qualità e salute dei cittadini dell’Unione. In questo modo, come osserva ancora Monica Di Sisto, verrebbero vanificate tutte quelle battaglie fatte contro la carne trattata con gli ormoni, contro il pollo lavato col cloro, contro gli ftalati nei giocattoli e contro gli OGM, di cui ho avuto modo di occuparmi anch’io in passato. I nostri standard di sicurezza, secondo gli Stati Uniti, si configurerebbero come barriere al commercio, impedendo agli americani di competere sul mercato.

Ci sta descrivendo uno scenario abbastanza allarmante per i cittadini. Perché nessuno ne parla?
Non vorrei fare facile dietrologia, ma forse ci sono troppi interessi in gioco. Come Le dicevo, questo accordo finirebbe per colpire una serie infinita di settori, in cui agiscono lobbies potenti. 

Ci può fare qualche esempio?
Un tema di cui mi occupo da anni è quello della petrolizzazione. In questo ambito, una delle questioni più spinose è il fracking, cioè la frantumazione delle rocce porose di origine argillosa – scisti – mediante l’utilizzo di liquidi saturi di sostanze chimiche. È una pratica molto diffusa negli USA, al punto tale che Obama vorrebbe vendere il gas da scisti all’Europa, sostituendosi, in questo modo, alla Russia. L’Unione europea è in procinto di varare una nuova direttiva VIA, dalla quale, su pressione del premier britannico Cameron, si escluderà la sottoposizione a valutazione di impatto ambientale del fracking. In questo modo, ogni Stato membro sarebbe libero di fare quel che vuole. Ed è proprio qui che potrebbe intervenire il TTIP, nel senso che le multinazionali del petrolio potrebbero magari citare in giudizio i governi nazionali, che, come la Francia, introducano misure normative restrittive. Attraverso la clausola “investor-state dispute settlement”, le compagnie petrolifere sarebbero, infatti, autorizzate a rivolgersi ad un collegio arbitrale sovranazionale – che andrebbe istituito una volta raggiunto l’accordo di libero scambio – per chiedere i danni agli Stati membri che impediscano tale pratica e che, dunque, mettano a repentaglio i loro profitti economici. Si pensi al Canada, dove nel maggio dello scorso anno la Lone Pine Resources, che voleva fare ricorso alla tecnica del fracking, ha avanzato una richiesta di 250 milioni di dollari come risarcimento, in quanto la moratoria sul fracking varata dal Quebec avrebbe violato il diritto “to frack”. Che ciò possa pregiudicare la tutela dell’ambiente e, più in generale, quella dei beni comuni, sembra non interessare affatto. E si badi: questa è solo la punta dell’iceberg, in quanto anche i prodotti agricoli e quelli alimentari verrebbero travolti e colpiti dall’accordo commerciale. 

In che senso?
L’accordo prevede un azzeramento degli standard qualitativi e di sicurezza anche dei prodotto agricoli e alimentari. Nel comunicato stampa, gli USA fanno esplicito riferimento all’olio d’oliva. In esso si dice testualmente “i produttori d’olio statunitensi avrebbero un beneficio dall’eliminazione delle barriere: sull’olio d’oliva americano diretto in Europa si applica un dazio pari a 1680$ per tonnellata, mentre per l’olio d’oliva che fa il viaggio inverso si applica un dazio pari a 34$. Dalla loro eliminazione deriverebbe un guadagno per gli agricoltori statunitensi, ma anche per i cittadini europei che avrebbero in questo modo possibilità di accedere a prodotti di alta qualità e sicuri”. Queste parole varrebbero anche per la carne, per gli OGM. In pratica, tutto ciò che è “legale” in USA lo diverrebbe anche sul territorio dell’UE. Ma non è tutto. Il settore agricolo è strettamente connesso con quello alimentare, che costituisce una vera e propria ricchezza per l’Italia. Con il TTIP i prodotti italiani potrebbero essere danneggiati più di quanto non lo siano già ora. Il tutto andrebbe a vantaggio dei prodotti Italian sounding e non certo dei prodotti Made in Italy. Gli USA, infatti, hanno proposto una semplificazione delle regole di origine, onde evitare che vi siano vantaggi per alcuni prodotti.

Quindi, il “Made in Italy” enogastronomico potrebbe non avere più alcun senso?
Esattamente. I produttori italiani non avrebbero più alcuno strumento di tutela contro coloro che producono a basso costo alcuni alimenti tipici. Si pensi, solo per fare un esempio, al nostro Parmigiano Reggiano…

 
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