Lipperini: “Ricostruire la società per avere un’Altra Europa”

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Perché a pesare sui nostri figli non è soltanto la cappa di disperazione che ricorda loro, ogni giorno, che non c’è alcun futuro davanti a loro (la cosa più spaventosa che si possa dire a chi ha vent’anni). E’ la solitudine a schiacciarli. La loro, la nostra. E dura da prima della discesa in campo di Berlusconi, che ancora occupa anacronisticamente i discorsi politici e giornalistici. Dura da quando, nel 1987, Margaret Thatcher pronunciò quella frase che divenne, nei fatti, il manifesto del liberismo: “Non esiste la società. Esistono solo gli individui e le famiglie” (nell’integrale, le sue affermazioni sono ancora più dure: “…la società non esiste. Esistono gli individui, gli uomini e le donne, ed esistono le famiglie. E il governo non può fare niente se non attraverso le persone, e le persone devono guardare per prime a se stesse. È nostro dovere badare prima a noi stessi e poi badare anche ai nostri vicini. Le persone pensano troppo ai diritti senza ricordarsi dei doveri, perché non esiste un diritto se prima qualcuno non ha rispettato un dovere”).

Ed è quel che è accaduto: da più di trent’anni a questa parte, si è sgretolata l’idea di società, si è allontanata ogni concezione di ambito collettivo condiviso e civico, in cui ci si prende cura, insieme, non solo della cosa pubblica ma del futuro. La cosiddetta fine della Politica, il disamore nei confronti della medesima, giù fino al populismo e all’uovo del serpente delle ultradestre che si schiude oggi in molti paesi europei, è tutta qui. Così come è per questo motivo che la scuola pubblica viene progressivamente smantellata: perché è qui che si costruisce la società, è qui che si prospetta il futuro.

Ora, occuparsi di diritti delle donne significa occuparsi di diseguaglianze: che riguardano tutti, le donne e gli uomini. Le diseguaglianze sono l’altra diretta conseguenza della fine dell’idea di “comune” e dell’adozione sconsiderata dell’abbandono dell’idea di un’Europa “politica”, laddove “politica” significa occuparsi, appunto, di cosa pubblica e di futuro.

Due anni fa, l’economista greco Yannis Varoufakis, in una lettera a un collega italiano, paragonò quel che sta avvenendo alla guerra in Vietnam. Così: “Guardando il nostro governo in Grecia da quando è scoppiata la crisi del debito, osservando la leadership europea tergiversare e adottare una politica disastrosa dopo l’altra, ho finalmente capito. È, se ci pensi bene, non dissimile da quello che è successo negli Stati Uniti alla fine degli anni ’60 e primi anni ’70. All’interno del Pentagono, i brillanti generali capirono benissimo che la guerra americana in Vietnam non poteva essere vinta. Che mandare più truppe a combattere nella giungla, sganciare più bombe al napalm sulle città vietnamite, aumentare lo sforzo bellico in generale, era inutile.

Sappiamo bene, grazie agli sforzi eroici di Daniel Ellsberg, che essi conoscevano individualmente, e a piccoli gruppi, l’errore delle loro decisioni. Eppure fu impossibile per loro riuscire a coordinarsi uno con l’altro, ad arrivare a una sintesi delle loro opinioni, in modo da concordare un cambiamento di rotta. Un cambiamento che avrebbe salvato migliaia di vite americane, centinaia di migliaia di vite vietnamite, per non parlare di una quantità enorme di denaro. Qualcosa di simile sta accadendo oggi ad Atene, a Roma, Francoforte, Berlino e Parigi.

Non è che i membri delle nostre élite non riescano a vedere che l’Europa è come un treno che sta deragliando al rallentatore, con la Grecia che è la prima carrozza a lasciare i binari, seguita da Irlanda e Portogallo, che a loro volta porteranno al deragliamento delle successive carrozze più grandi: Spagna, Italia, Francia e, infine, la stessa Germania. No, credo che, con l’occhio della loro mente, possano vederlo, almeno così come i generali americani potevano immaginare l’epilogo a Saigon, con gli elicotteri che caricavano gli ultimi americani dal tetto dell’ambasciata degli Stati Uniti. Ma, proprio come i generali americani, pensano sia impossibile coordinare i loro punti di vista in una risposta politica sensata. Nessuno di loro osa dirlo, quando entrano nelle sale in cui vengono prese le decisioni importanti, perché temono di essere accusati di essere dei deboli o confusi. Così, rimangono in silenzio mentre l’Europa sta bruciando, sperando contro ogni speranza che il fuoco si spegnerà da solo, pur sapendo, nel profondo del loro cuore, che tutto questo non succederà”.

Il fuoco non si spegnerà da solo, è vero. Ma c’è un’altra Europa da far vivere. E anche se si è letterati (“dunque, un niente”) è raccontandola e poi rendendola concreta che è possibile ricominciare a dire “noi”: esiste la società. Se non sono insieme, gli individui rischiano di bruciare in quel fuoco. Scriviamolo, diciamolo, rendiamolo possibile.

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