Leto: “Fare antimafia lottando in Europa per i diritti”

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Per questo non posso non essere d’accordo con Don Ciotti che ha ricordato gli 80 bambini morti nei decenni per mano della mafia. E io ricordo anche gli altri bambini che ho incontrato quando lavoravo in un centro sociale in un quartiere di frontiera, lo Sperone, nell’88;  i nostri utenti erano bambini e ragazzi per lo più espulsi dalla scuola o mai scolarizzati, molti dei quali entravano ed uscivano dal carcere minorile di Malaspina.
 
Uno di loro, il mio “cocco”, un ragazzino di 11 anni che ne dimostrava 8 perché evidentemente malnutrito, per gioco andava in centro, rubava una Fiat 500 e guidando in piedi la portava fino allo Sperone per poi demolirla sbattendola contro i muri. La parola che usavano per insultarsi era “Buscetta”. A volte avevano una pistola in tasca e quando si parlava di futuro ci rispondevano “io sono segnato, non ho altra vita”. E davvero per alcuni di loro, carne da macello, usati per ogni sorta di intrallazzi, non c’è stato futuro. Non hanno potuto diventare adulti.
 
Ricordo anche quando il giornale L’Ora aggiornava quotidianamente la contabilità delle vittime e la gente diceva: “finché si ammazzano tra di loro…”, mentre le istituzioni dicevano “la mafia non esiste, è un’invenzione giornalistica”. Ricordo, a proposito di giornali, che durante il maxiprocesso il Giornale di Sicilia usciva con due pagine affiancate dal titolo “Mafia-Antimafia” come se le ragioni, in questo dualismo, fossero equamente spartite, e con la percezione chiara che sarebbe stato di gran lunga meglio per tutti se non si fosse mai aperta la questione. Come se fosse stato meglio lasciare che “si ammazzassero tra di loro”.
 
Ma non si ammazzavano soltanto tra di loro e le vittime eccellenti, come i grani di un rosario, insanguinavano il selciato della nostra terribile città. Da ragazza nel coordinamento antimafia ho vissuto la stagione dei veleni che ha intorbidato la vita e l’attività di quei magistrati gloriosi che oggi vengono venerati come Santi, perché morti, ma che allora, come oggi quelli che ne hanno raccolto l’eredità, erano isolati, screditati, additati di carrierismo. Magistrati ai quali venivano posti innanzi tutti gli ostacoli possibili.
 
Un giorno, dopo che il Preside della facoltà di Magistero negò a Falcone un incontro richiesto dagli studenti per motivi di sicurezza, un gruppo di noi, indignato, andò a portare la solidarietà della società civile al magistrato. Non dimenticherò mai quell’incontro a Palazzo di giustizia; la sequela di stanze e corridoi blindati che attraversammo per giungere nella piccola stanza dove Falcone lavorava recluso. La sua stretta di mano, il sorriso sornione ed ineffabile, quello che ci disse.
 
Da 22 anni partecipo il 23 maggio ed i 19 luglio al ricordo di Falcone e Borsellino, ed ogni anno la cosa che più mi fa star male è vedere la passerella delle autorità che depongono corone, fanno discorsi di circostanza, ripartono con la coscienza a posto. Lo Stato è presente, ha fatto il proprio dovere. Da 22 anni chiediamo verità e giustizia su queste morti, sulle stragi del ’92-’93, sul ruolo e sulla responsabilità delle istituzioni che anziché tutelare i propri uomini migliori hanno invece contribuito alla loro fine.
 
Quando oggi sento, dopo anni di depistaggi, ed a processo in corso, che si pubblicano libri per sostenere infine la tesi che sì, la trattativa c’è stata, ma è stata a fin di bene, per salvare la vita di quegli “uomini dello Stato” che dopo l’uccisione di Salvo Lima volevano salvarsi la pelle, resto esterrefatta.
 
Naturalmente so bene che nel nostro Paese l’illegalità è assurta quasi a valore, che l’asticella dell’etica, se non reale almeno ostentata, è ormai coincidente con la linea di terra. So che la trattativa Stato-Mafia comincia con lo sbarco degli americani in Sicilia concordato con Cosa Nostra oltreoceano, che ha trovato nei legami con le “famiglie” e i connubi siciliani supporto logistico, e che ci ha regalato il consolidamento di un sistema di potere che ancora perdura. Che è continuato con la strage di Portella della ginestra, e via via nel consolidamento di un sistema contiguo e colluso che rende la storia del nostro Paese torbida ed insanguinata.
 
I sorrisi perversi di Andreotti, quando qualche giornalista gli chiedeva dei suoi rapporti con Cosa Nostra, non sono stati peggiori di quelli di Berlusconi, sul quale anche senza conoscere null’altro, dovrebbe bastare a formulare un giudizio definitivo, l’elogio funebre che fece per il pluriomicida Mangano, lo stalliere di Arcore, definito “un eroe”.
 
In quest’ultimo ventennio siamo passati dalla negazione di quanto tutti sapevano, che per l’Italia cattolica ed ipocrita era rappresentato dal mondarsi l’anima con la confessione quotidiana di Andreotti, alla piena legittimazione di un sistema di potere colluso con le mafie veicolato senza pudore dall’amato Cavaliere.
 
Quando le intercettazioni su Mancino sono state distrutte per volontà del Capo dello Stato, mi sono vergognata, è stato come ricevere un colpo che ti fa mancare il respiro. Riuscite ad immaginare Pertini avocare le prerogative del Presidente per osteggiare le indagini? Trincerarsi dietro i “non ricordo, non ho nulla da aggiungere” quando finalmente la verità può farsi strada?
 
Riuscite ad immaginare un Paese diverso da quello in cui pezzi dello Stato, politici, servizi segreti deviati, hanno favorito un sistema di potere colluso ed intrecciato agli interessi economici delle mafie, perché pecunia non olet, tenendo sotto il tallone intere popolazioni del meridione prima ed oggi, sempre meno sottotraccia, l’intero Paese? Io sì.
 
E, insieme a me, c’è chi crede che lo scempio morale e materiale in cui versiamo non sia ineluttabile e vuole dare una spallata al sistema corrotto dei poteri forti che ha ridotto il nostro magnifico territorio ad una discarica mefitica ed oscena di rifiuti e cemento. Si tratta del Paese reale, quello a cui si vuol far perdere la speranza nel futuro, quello che si vuole convincere che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità e che ora dobbiamo pagare tutti per una crisi costruita ad arte da quei pochi che depredando le nostre risorse per costruire enormi ricchezze illecite, rubando la vita stessa delle persone.
 
Perché se dopo quasi trent’anni ci ritroviamo ancora sotto i tribunali a fare la Scorta Civica ai magistrati in prima linea gridando “fuori la mafia dallo Stato”, e si moltiplicano le iniziative di reazione e presa di coscienza, di richiesta sempre più pressante di verità e giustizia, significa che questo Paese nonostante tutto non è morto. Che c’è ancora chi pensa, spera e lavora dal basso per un’altra Italia.
 
E per un’altra Europa perché, dopo la strage di Duisburg, è ormai impossibile non vedere che le mafie hanno varcato il confine in cerca di capitali facili, manodopera emigrata a basso costo, nuovi Stati che non riescono o non vogliono accorgersi di cosa stia succedendo sotto una apparente normalità. E in cerca di nuove speculazioni da nascondere proprio dove il treno della ripresa sta facendo sorgere come funghi case e palazzi, centri commerciali, infrastrutture energertiche e nuove attività economiche di ogni tipo.
 
L’appello di Papa Francesco, “Pentitevi”, è un segnale forte di questa necessaria rivolta morale. Il riconoscimento che il Papa dà al mondo laico, indicando la possibilità che sui valori condivisi si possa aprire una strada diversa per ricostruire il futuro, è il sintomo che un cambiamento è oggi possibile e concreto. Le parole di Don Ciotti su sviluppo e lotta alla nuova povertà mi fanno pensare che non si può sacrificare la dignità dell’uomo alla presunta necessità di una austerità imposta dall’alto a Bruxelles o a Strasburgo. Anche perché, e questo lo vedo con i miei occhi da oltre vent’anni, non c’è niente di meglio per le mafie che avere a che fare con un popolo prostrato dal bisogno. Specialmente se poi ha la possibilità di impegnare gli utili delle attività economiche illecite in altri Paesi UE, dove investire dieci, venti o cento milioni di euro dà molto meno nell’occhio.
 
L’Italia, è vero, è un Paese strano, acquiescente, sempre alla ricerca dell’uomo forte a cui demandare la salvezza del Paese. Ma gli italiani sono anche capaci di mobilitazioni straordinarie e inaspettate, che fanno tremare i palazzi del potere, che costringono lo Stato a stritolare la democrazia politicamente e con la repressione. Ci hanno mosso guerra utilizzando ogni strumento, comprese le bombe, ma non ci hanno piegati perché l’anima di questo Paese è viva, ricca, piena di risorse inaspettate.
 
Non sarà questo Stato a sanare se stesso, ma le cittadine ed i cittadini che vorranno riprendere in mano la loro vita e il futuro. E saranno queste cittadine e questi cittadini, anche in Europa, a fermare il contagio mafioso che sta cavalcando questa crisi che sembra non finire mai. Forse perché è utile a qualcuno che non finisca.
 
Non sto certo parlando dell’antimafia di facciata delle commemorazioni di Stato, in cui si depongono fiori e si occultano le verità: non sarà questa antimafia a farci rinascere e restituirci la dignità perduta. Io so, noi sappiamo, e non ci servono altre prove, non abbiamo bisogno del terzo grado di giudizio nei tribunali per condannare un sistema sotto gli occhi di tutti, per comprendere che bisogna costruire una visione collettiva, democratica e partecipata di una società altra in cui i bambini, le donne e gli uomini sono portatori in ugual misura di diritti che vanno reclamati a gran voce, che dalla giustizia sociale ed ambientale, e dalla verità su tutto quello che abbiamo subito in questo Paese, passa l’opportunità per tutti noi di ricostruire il futuro.
 
Con la consapevolezza, però, che la salute economica, sociale e quindi morale di questo Paese non potrà mai migliorare senza una decisa ed efficace azione politica in Europa in favore dei diritti, delle regole, della legalità, della dignità e della trasparenza. E ora di usare l’Europa non come un alibi per giustificare le ingiustizie sociali, ma come uno strumento per rompere il legame strettissimo tra i grandi capitali, le grandi organizzazioni criminali transnazionali e l’ignobile povertà in cui qualcuno vorrebbe farci vivere ancora per molti decenni.
 
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