Pizzuti: “le pensioni usate come bancomat deprimono l’economia”

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Purtroppo, le motivazioni strutturali della crisi non vengono affrontate dai responsabili della governance economica che è ancora improntata alla visione neoliberista che ha portato alla situazione attuale.

Ad esempio, le politiche in atto stanno aumentando ulteriormente l’iniquità distributiva che è tra le cause di fondo della crisi; gli effetti depressivi delle misure adottate stanno ricadendo principalmente sui ceti più deboli che sono stati anche i più colpiti nell’ultimo trentennio.

Occorrerebbe dunque almeno compensare i fallimenti del mercato con un maggior ricorso agli interventi dello stato sociale; ma le istituzioni nazionali del welfare – che pure in Europa hanno in parte attenuato gli effetti della crisi – sono esposte ai tagli indicati dalle politiche comunitarie le quali – dopo aver soccorso i bilanci delle imprese finanziarie con pesanti oneri a carico dei bilanci pubblici, adesso chiedono che questi ultimi siano risanati dalle popolazioni tramite politiche di austerità solo a loro riservata.

Nel processo d’integrazione europea, le politiche sociali comunitarie hanno avuto un andamento ondivago reso ancora più accentuato dalla crisi: è legittimo chiedersi quale sia diventato il ruolo del Modello Sociale Europeo nella costruzione dell’Unione.

La Strategia Europa 2020 stabilisce che in Europa entro il 2020 debba ridursi di 20 milioni il numero dei poveri che, tuttavia, stanno aumentando.

D’altra parte, mentre solo un terzo dei paesi membri ha ricevuto dalla Commissione “Raccomandazioni” correttive delle loro politiche di contrasto alla povertà, quasi tutti le hanno subite perché i loro sistemi pensionistici avrebbero problemi di sostenibilità finanziaria; ma non l’Italia il cui assetto previdenziale è diventato particolarmente “virtuoso”, ma a scapito della copertura pensionistica.

In tutti i paesi europei, tranne l’Irlanda, la voce di spesa più importante è la previdenza (15,1% nell’EU-16); questa voce in Italia è pari al 18,8%, in Francia al 16,5% e in Germania al 13,6%.

La superiorità del nostro dato previdenziale di 3,7 punti rispetto alla media europea è tuttavia viziata da diverse disomogeneità presenti nelle statistiche. Ad esempio, l’Eurostat include nella spesa pensionistica italiana i trattamenti di fine rapporto (pari all’1,7% del PIL) che non sono prestazioni pensionistiche. C’è poi che le spese pensionistiche sono confrontate al lordo delle ritenute d’imposta, ma le uscite pubbliche sono quelle al netto. Tuttavia, mentre in Italia le aliquote fiscali sono le stesse che si applicano ai redditi da lavoro – per un ammontare trattenuto pari a circa il 2,5% del Pil – in altri paesi spesso sono inferiori e in Germania sono addirittura nulle cosicché i confronti operati al lordo sovrastimano i nostri trasferimenti pensionistici che, in realtà, non sono affatto anomali.

In ogni caso, dopo le riforme del 1992 e 1995, fin dal 1998 il saldo tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali nette è sempre stato attivo; l’ultimo dato, del 2011, è di ben 24 miliardi di euro. Dunque, il nostro sistema pensionistico pubblico non grava sul bilancio pubblico, ma – anzi – lo migliora in misura consistente (pari a sei volte le entrate IMU sulla prima casa!).

Il fatto è che i governi italiani degli ultimi decenni hanno deciso di utilizzare il sistema pensionistico come uno sportello bancomat dove prelevare le risorse per seguire le indicazioni comunitarie delle politiche di rigore. Queste scelte non solo sono controproducenti perché contribuiscono a deprimere ulteriormente la situazione economica – cioè la domanda, l’occupazione e la crescita – ma sono anche particolarmente inique perché colpiscono ulteriormente i redditi dei lavoratori nella loro fase di vita da pensionati.

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